Era fine 2014 quando su queste pagine parlavamo del possibile arrivo di Netflix in Italia, che si sarebbe poi concretizzato l’anno successivo, segnando un fondamentale cambio di paradigma nelle modalità di fruizione dei contenuti multimediali. Una rivoluzione che ha messo all’angolo la televisione lineare e che lasciava presagire l’addio alla pirateria. La promessa era nella sua semplicità: una piattaforma interamente basata su contenuti on-demand, con accesso istantaneo a migliaia di contenuti pagando un abbonamento mensile, senza attese e senza pubblicità.

Alle porte del 2026, la situazione sembra essere tornata indietro di undici anni: la promessa del “tutto subito” è stata mantenuta, ma l’addio alla pirateria non c’è stato. Anzi, troppi abbonamenti, prezzi in continuo aumento, qualità in discesa e cataloghi frammentati stanno alimentando un vero e proprio ritorno di fiamma.

Anatomia di un rincaro

Partiamo dai dati. L’escalation dei costi per gli abbonamenti (Netflix a quanto pare vorrebbe aumentare ancora i prezzi) si inserisce in un contesto economico mondiale complesso: l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto e le famiglie sono costrette a spostare le proprie attenzioni altrove rispetto allo streaming. A ciò si è aggiunta anche l’inflazione dello streaming: basti pensare a quanto successo in Italia negli ultimi anni e quanto accadrà nei prossimi mesi, quando alla sconfinata platea di abbonamenti si aggiungerà anche HBO Max, che coinciderà con la necessità di pagare un altro abbonamento per poter accedere alle sue spettacolari produzioni (attualmente su Sky).

Gli aumenti incrementali, costanti e puntuali, sono spesso stati accompagnati dalla promessa di “maggiori investimenti sui contenuti”, che nella maggior parte dei casi non hanno fatto ancora vedere i loro frutti (quante serie tv davvero meritevoli di un rincaro dell’abbonamento avete visto negli ultimi anni sulle piattaforme?), e hanno portato gli utenti a pagare quasi il triplo.

Partendo da Disney+, lanciato come il salvatore delle famiglie con un prezzo super aggressivo, che ha visto costantemente aumentare il proprio prezzo: al lancio il piano Standard costava 6,99 euro, mentre ora ne costa 10,99 al mese. A 6,99 euro è rimasto solo il piano con pubblicità, che garantisce la visione su due dispositivi in contemporanea a 1080p e non include la possibilità di scaricare i contenuti per guardarli offline.

Il Piano Standard di Netflix (Full HD senza pubblicità) è arrivato invece a 13,99 euro al mese, contro i 9,99 euro richiesti per il medesimo piano a ottobre 2015, al momento del lancio, mentre per il piano base, che offriva qualità SD e visione su uno schermo, bastavano 7,99 euro al mese. A ciò si è aggiunta anche la tariffa per gli utenti extra, che ha messo da parte quel “Love is sharing a password” un tempo incensato da Netflix per spingere gli utenti a condividere l’abbonamento, una pratica che ora ha un costo mensile di 4,99 euro per ciascuno slot extra.

Cosa resta, quindi, come alternativa per risparmiare sullo streaming? La piattaforme hanno introdotto, parallelamente all’addio del low cost, i piani con pubblicità, una tendenza che si è fatta largo nel biennio che si sta per concludere e che ha suscitato non poche polemiche. La strategia adottata è stata molto semplice: o si accetta una visione interrotta dalla pubblicità (comunque pagando una quota mensile) oppure bisogna passare al piano Premium.

Una strategia che evidentemente ha funzionato, come evidenziato in uno studio di Simon Kucher secondo cui, nel 2025, oltre il 30% degli abbonati a Netflix e Disney+ si trova su piani con pubblicità. Le aziende nelle loro trimestrali presentano questo dato come un “successo” e una “scelta del consumatore”.

La realtà però è ben diversa: il consumatore è stato evidentemente messo nelle condizioni di accogliere le pubblicità poiché l’alternativa è diventata economicamente insostenibile per molti, che precedentemente vedevano nello streaming come un passatempo e per cui ora è diventato quasi un lusso, nonostante la possibilità di disattivare l’abbonamento in qualsiasi momento.

Lo streaming, nato come alternativa “premium” alla TV generalista, è diventato esattamente ciò che voleva distruggere: una sequenza di spot interrotta dai film.
Questo mix, insomma, ha favorito il ritorno della pirateria, un fenomeno che sembrava essere stato arginato quasi del tutto.

Il ritorno della pirateria

Questo ritorno alla pirateria non è un fenomeno italiano. A certificarlo sono i dati globali di MUSO, che nei dati relativi al 2024 (quelli per il 2025 probabilmente arriveranno solo nella prima parte del 2026, quando termineranno i rilievi per l’anno in corso) parlano di un aumento della pirateria e di una mutazione. In particolare, sono state registrate 216 miliardi di visite a siti pirata e, sebbene i report raccontino anche di una lieve contrazione, occorre anche porre l’accento su come tale fenomeno stia cambiando pelle.

Il trend appare evidente: invece dei vecchi sistemi di download peer-to-peer (come nel caso dei torrent, che avevano preso il posto di eMule e di altri sistemi più datati), stanno guadagnando slancio le IPTV, gestite da organizzazioni criminali ma che agiscono come aziende legittime con tanto di assistenza tecnica e interfacce guidate, che permettono di accedere in streaming ai contenuti.
Al contrario, il download resta il riferimento per i “pirati puristi” della qualità video.

Un dato cruciale emerge dal report MUSO: la pirateria televisiva rimane la categoria dominante (45% del traffico), trainata specificamente da contenuti come gli Anime, che soffrono di una frammentazione cronica e di ritardi nella localizzazione.
Alcune analisi hanno però evidenziato altre tendenze. Innanzitutto, si starebbe verificando quella che è stata soprannominata Subscription Fatigue: il 47% degli utenti globali ritiene di pagare troppo per lo streaming, e il 41% crede che i contenuti offerti non valgano il prezzo richiesto.

A ciò si aggiunge anche la frammentazione: l’utente vuole vedere quella specifica serie, non abbonarsi a un intero catalogo per un mese. L’assenza di opzioni pay-per-view (di recente DAZN ha lanciato l’opzione per l’acquisto di una singola giornata) che permettano di vedere solo una singola serie tv potrebbero quindi avere un ruolo in questo ritorno di fiamma verso la pirateria.

Guardando al 2026, quindi, le nubi all’orizzonte per i colossi dello streaming potrebbero essere ancora più oscure. Un calo degli abbonati infatti potrebbe spingere le piattaforme ad aumentare ulteriormente i prezzi, a discapito di coloro che sceglieranno di mantenere la sottoscrizione. Bisognerà vedere che impatto avrà l’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Netflix sul prezzo a lungo termine, così come l’IA. La sensazione, insomma, è che un vero equilibrio sia ben lontano e le piattaforme devono fare tesoro di quanto accaduto in questo 2025.

L’anno che sta per concludersi, infatti, dovrebbe aver insegnato che l’utente ha un limite ed è stato superato: dopo anni in cui la pirateria sembrava sconfitta, sembra esserci all’orizzonte un effetto rebound per colpa dei rincari continui e di cataloghi che privilegiano sempre più il numero che la qualità.