di
Gabriele Bronzetti
La testimonianza: «Siamo in pericolo e non l’abbiamo capito. Come si spiega altrimenti l’indifferenza al fatto che in giorni tipo Natale e simili in un ospedale universitario come il Sant’Orsola diversi medici anziani facciano le guardie senza specializzandi. Niente di sindacale, corporativo o vittimistico»
Nasciamo tutti tra le gambe e dovremmo morire tutti tra le braccia di qualcuno. Intorno a Natale al S.Orsola è morto un bambino con una grave malformazione congenita.
Medici del passato e del presente: la nuova sanità
Quel «giorno» poi arriva e succede una cosa straordinaria. Il medico «anziano» capisce che è questione di attimi. Il bip del monitor cambia tono e la frequenza rallenta. L’uomo fatto ordina alla dottoressa «giovane» di prendere il bambino in braccio. Sì, hai capito bene, prendilo in braccio.
Dirà il dottore. «In quel momento la scienza fa un passo indietro e lascia spazio all’umanità. Resta il bisogno di offrire dignità, calore, la certezza che anche nel momento dell’addio noi ci siamo». Noi al posto di Lui. La certezza di trovare l’uomo nel dubbio di vedere Dio.
Dirà la specializzanda Gaia: «In quel momento mi sono sentita sollevata». In questa postura parlante c’è tutto. È il bambino morente a sollevare la dottoressa. Si ha quel che si dona. Nel momento in cui sembra che non ci sia più niente da fare c’è tutto da fare. Là dove inizia e finisce la chirurgia rimane la cura.
«Malattie inguaribili ma nessuna incurabile»
Le malattie possono essere inguaribili, nessuna malattia è però incurabile. Si può dire che la vita sia per tutti «una malattia a prognosi infausta trasmessa sessualmente»: fanno la differenza il tempo che passa tra due eventi irrevocabili e poi, le mani della fine. Le mani che come ostetrici pazzi adopriamo per allargare quel tempo fin che si può, fino a quando capiamo che non resta che stringerle sul corpo caldo ancora per poco.
In queste colonne nell’ultima settimana abbiamo raccontato due storie agli antipodi: di un uomo rianimato con un defibrillatore da ottocento euro in un corridoio d’ospedale mentre a pochi passi un neonato moriva nonostante cure sofisticate.
Mestiere e lavoro: «Nessun eroismo o miracolo»
Il tema non è l’eroismo, il miracolismo o ancor peggio la diabetogena visione edificante delle professioni sanitarie. Qualcuno avrà notato che si sono nominati solo i giovani specializzandi testimoni degli eventi (Chiara e Gaia), e non i generosi medici e paramedici che come tutti i santi giorni hanno fatto il loro lavoro, come ogni maledetta domenica.
Specializzando è una parola brutta ma pratica, si dovrebbe dire medico in formazione. Allora, cosa c’è di più formativo che essere presenti sull’abbagliante soglia della vita che viene e che va? Converrete che la probabilità di assistere agli «eventi» cresce all’aumentare del tempo che si trascorre in ospedale.
I test di Medicina e gli aspiranti medici «umiliati»
Sarete altrettanto d’accordo nell’affermare che tutti gli aspiranti medici umiliati dai test di Medicina darebbero chissà cosa per poter essere sul bordo vertiginoso dell’ospedale com’è successo a Chiara e Gaia. Il pasticciaccio dei test ha rivelato una stolidità prossima alla nequizia che, senza un ravvedimento, potrebbe superare i quiz per arrivare agli stadi più inoltrati della formazione professionale.
Siamo in pericolo e non l’abbiamo capito. Come si spiega altrimenti l’indifferenza al fatto che in giorni tipo Natale e simili in un ospedale universitario diversi medici «anziani» facciano le guardie senza specializzandi? Che dire di reparti ricchi di specializzandi nei giorni feriali (addirittura in competizione per completare la curva di apprendimento) dove, nei giorni superfestivi, strutturati maturi o prossimi alla pensione sono soli per dodici ore o più dietro quella porta a fare il giro? Niente di sindacale, corporativo o vittimistico.
«Gavetta è una cosa diversa dal nonnismo»
Le guardie da 36 ore che si facevano nell’era baronale o anche fino a pochi anni fa sono un orrore da non ripetere. In gioco c’è la necessità didattica e la dignità di una professione. Gavetta è altra cosa dal nonnismo ed è bizzarro che un trentenne debba riposare più di un sessantenne.
La domanda più importante dei test di medicina dovrebbe essere: Cosa fai domenica? Un Topgun porta un cacciabombardiere da solo. Un reparto è un volo di linea fino al termine della notte, portellone chiuso e chi si è visto si è visto.
Non si è mai visto un 737 con un solo pilota, neanche nei giorni di festa e nemmeno nelle peggiori compagnie. In tutto il mondo un aereo si alza solo se nel cockpit ci sono un comandante e un primo ufficiale. Se non succede è un’ingiustizia didattica verso cui i medici in formazione dovrebbero ribellarsi per primi. Ore di fila al posto di ore di volo. Che spreco essere al centro commerciale anziché al fianco di Pete «Maverick» Mitchell che ti fa vedere un giro della morte. Che poi nei giorni festivi ci siano meno ricoveri e interventi programmati non spiega e non perdona. Alla Signora piace sorprendere. E non si accontenta mai.
«Anche una professione muore»
Può darsi che chi scrive abbia un piccolo conflitto di interesse. Un suo coetaneo, col quale formava un affiatato duo canoro, è morto di arresto cardiaco nella perfetta solitudine di una guardia nel suo reparto.
Si chiamava Pasquale Catanzariti. Chi scrive forse ha paura, diciamo che se proprio deve morire preferirebbe farlo tra le braccia di un medico in formazione. La verità signori miei è che quel piccolo neonato curabile che muore tra le braccia di Gaia è una grande metafora. Anche una professione può morire ed è per questo che non dovrebbe mai essere lasciata sola.
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28 dicembre 2025 ( modifica il 29 dicembre 2025 | 15:02)
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