di
Gabriele Petrucciani
In alcune realtà internazionali è già possibile ricevere almeno parte dello stipendio in stablecoin, soprattutto in contesti digitali e per freelance. La legge italiana non vieta questa modalità, ma la gestione fiscale, previdenziale e tecnica resta complessa
L’idea che lo stipendio possa arrivare non più tramite bonifico ma in stablecoin sembrava, fino a poco tempo fa, una provocazione da forum crypto. E invece sta diventando un tema concreto, discusso da giuristi e sperimentato da aziende all’estero.
Secondo la «Blockchain Compensation Survey 2024» condotta da Pantera Capital (società di investimenti americana), la quota di professionisti che ricevono almeno parte dello stipendio in criptovalute è passata dal 3% nel 2023 al 9,6% nel 2024. Tra le valute digitali più utilizzate domina l’UsdC, una stablecoin legata al dollaro statunitense pensata per mantenere un valore stabile anche in un mercato volatile.
A freelance e team internazionali compensi in stablecoin
Alcune piattaforme, come Bitwage (recentemente acquisita da Paystand), permettono a freelance e team internazionali di ricevere compensi in stablecoin, con la possibilità di convertirli subito in euro o dollari. Una pratica che al momento sembra essere riservata a contesti digitali e internazionali. Non ci sono prove pubbliche recenti che vedono grandi aziende pagare regolarmente i propri dipendenti in stablecoin. Per quanto resti limitato a certi segmenti, però, questo fenomeno solleva alcune domande che riguardano anche il mercato italiano.
Le questioni da porsi in Italia
La prima è inevitabile: si può fare? Secondo Luca De Menech, giuslavorista e partner di Dentons, la risposta è sì: «Il codice civile non vieta la possibilità di concordare una forma di pagamento diversa dalla moneta avente corso legale». Gli articoli 1277 e 1278 consentono alle parti di derogare al pagamento in valuta ufficiale, purché il consenso sia esplicito. Detto in altre parole, se datore di lavoro e dipendente sono d’accordo, il pagamento in stablecoin è tecnicamente ammissibile. Non significa che sia semplice o immediato dal punto di vista fiscale e previdenziale, ma la porta giuridica non è chiusa.
A chi conviene? Dalla parte dell’azienda
La seconda domanda è perché mai un’azienda dovrebbe farlo. Il confronto con la moneta fiat – una moneta il cui valore non deriva da una riserva di beni (come oro o argento), ma dalla fiducia riposta nel governo che la emette e dalla sua accettazione come mezzo di pagamento legale- aiuta a chiarire i possibili vantaggi. Le transazioni in stablecoin sono rapide, spesso quasi istantanee, e non risentono di orari bancari o festività. Le commissioni per i pagamenti internazionali possono ridursi drasticamente, un aspetto che interessa soprattutto le imprese con personale distribuito in più Paesi.
Inoltre, l’integrazione con sistemi basati su smart contract offre una flessibilità che la moneta tradizionale non prevede: bonus automatici, pagamenti programmati, ripartizioni immediate tra più wallet, semplificazione dei processi amministrativi.
De Menech sottolinea anche un punto poco discusso: «Per le aziende, oltre alla velocità, c’è un tema di riduzione dei costi bancari e di efficienza gestionale. E per alcune categorie di lavoratori, in particolare profili internazionali o manageriali, la possibilità di essere pagati in stablecoin può rappresentare un elemento di attrattività».
Rischi e svantaggi
Ovviamente non si tratta di un modello privo di rischi. Il primo è regolatorio. Le norme fiscali e contributive non sono pensate per una retribuzione in asset digitali e richiedono interpretazione, prudenza e intermediari competenti.
Anche la gestione tecnica non è banale. Wallet, chiavi private e procedure di custodia impongono standard di sicurezza elevati, che non tutte le imprese sono pronte a sostenere. Per i lavoratori, poi, la comprensione dello strumento è fondamentale. La conversione in euro deve essere semplice, immediata e trasparente, senza trasferire sul dipendente oneri o rischi eccessivi.
La moneta digitale entra nei rapporti di lavoro
Nonostante queste criticità, l’interesse non accenna a diminuire. I fornitori internazionali di servizi retributivi stanno ampliando le opzioni in stablecoin, e alcune aziende tech la considerano già una componente sperimentale del pacchetto retributivo. Non è una rivoluzione dietro l’angolo, ma una traiettoria chiara: la moneta digitale entra nei rapporti di lavoro non come sostituto del sistema attuale, ma come possibile complemento. «Probabilmente è il futuro», osserva De Menech. Un futuro ancora da costruire, certo, ma che sta iniziando a prendere forma, non più come esercizio teorico, ma come una delle tante modalità (forse inevitabili) con cui la digitalizzazione ridefinirà anche il modo in cui si viene pagati.
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29 dicembre 2025
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