di
Andrea Nicastro

Il premier israeliano incassa a Mar-a-Lago il sostegno Usa. E una promessa di grazia (poi smentita)

DAL NOSTRO INVIATO 
GERUSALEMME – L’intero Medio Oriente è rimasto incollato ieri sera a tv e computer per seguire l’incontro tra il presidente Trump e il premier israeliano Netanyahu in Florida. «Abbiamo portato la pace nella regione e penso che continuerà così» annuncia Trump. I due leader avevano cinque temi principali sul tavolo e il disarmo di Hamas era il primo seguito dal pericolo iraniano. «Hamas dovrà disarmare in fretta» taglia corto Trump, mentre Teheran «vorrebbe fare un accordo» come prima della Guerra dei 12 giorni, ma «se andranno avanti col programma missilistico aiuteremo Israele a colpire. Se ci riproveranno col nucleare, lo faremo immediatamente. E le conseguenza sarebbero anche peggiori della volta scorsa». Inutile parlare di «cambio di regime». A Teheran «la gente è scontenta, ma quelli sparano su ogni corteo. Sono malvagi».

Sulla Fase 2 a Gaza, Trump è convinto, «la ricostruzione comincerà presto. Abbiamo iniziato dalla sanità, Israele si è attenuto ai patti, ha rispettato la tregua e ora non vede l’ora di ricostruire. Certo è un caos e Gaza è un posto complicato». 



















































Netanyahu resta impassibile anche quando Trump spiega che la Turchia sarebbe un ottimo aiuto per stabilizzare la Striscia. Il premier israeliano diffida del leader turco Erdogan e si limita ad uno sguardo freddo.
Il processo a Bibi potrebbe essere un altro dei cinque argomenti in agenda. Trump assicura che il presidente israeliano Isaac Herzog sta lavorando alla sua richiesta di grazia per il «fantastico premier di guerra, l’eroe, che è Netanyahu senza il quale Israele non sarebbe sopravvissuto». Non importa se nel giro di pochi minuti arriva la smentita dell’interessato. 

Trump si lascia andare al solito auto-incensamento anche quando si intesta tutti i meriti. «Biden non è riuscito a liberare alcun ostaggio. Solo io e la mia squadra ci siamo riusciti. Quanti erano?» chiede a Netanyahu. «Duecentocinquantacinque e ne manca solo uno» risponde Bibi senza specificare che un centinaio erano stati liberati grazie alla tregua negoziata dalla passata amministrazione Usa. Nel resort di Mar-a-Lago c’era anche la famiglia dell’ultimo ostaggio rimasto a Gaza. «Sperano sia ancora vivo».

Altro tema sul tavolo: la Siria. Gli Usa vorrebbero la pace e relazioni normalizzate. Israele solo una tregua per tenersi le alture del Golan. «Spero» che Bibi «vada d’accordo con il nuovo presidente siriano» dice Trump. «So che è un tipo indigesto, ma sta lavorando sodo e non ci si poteva aspettare una voce bianca per guidare quel Paese». Anche in questo caso Netanyahu non muove un muscolo. Trump lo nota e insiste: «Vogliamo vedere la Siria sopravvivere». Netanyahu abbozza: «Noi la sicurezza ai confini».

Capitolo Hezbollah. Trump ricorda che «ha promesso di disarmare e non lo sta facendo». Pare il via libera a un’ulteriore fase di bombardamenti israeliani sul Libano. «Vedremo» chiude Trump. C’è tempo anche per una domanda sul Venezuela. «Abbiamo distrutto un magazzino in un porto venezuelano. Lo usavano per caricare di droga le barche. Per ogni barca che affondiamo salviamo 25mila vite americane» ha ripetuto senza spiegare come calcola la cifra.

Nonostante l’esibita armonia Trump-Netanyahu, devono essere emerse anche le differenti strategie a lungo termine. Non è un mistero che il leader americano abbia imposto più che proposto al premier la «prima pace in tremila anni». A motivare la Casa Bianca la prospettiva di business con i sauditi. Netanyahu crede invece sia il momento per garantire la sicurezza israeliana attraverso la supremazia nella regione anche a scapito degli amici arabi di Trump. Il Medio Oriente aspetta.

29 dicembre 2025