Sicuramente è colpa mia. Se tanti amici, con i quali condivido affinità e sensibilità, non comprendono la mia ostilità al boicottaggio di Valerij Gergiev e della sua serata a Caserta, è perché non l’ho saputa spiegare bene. Dunque ci riprovo: so che Gergiev è un lacchè di Putin, un suo manutengolo, un suo beneficato, un suo propagandista e come lui un despota, ma di tutto questo nulla mi importa quando ascolto la sua sublime arte di direttore d’orchestra.
Come non mi importava nulla, quando ho letto Cent’anni di solitudine, che Gabriel García Márquez fosse un propagandista di Fidel Castro, e così non mi importava nulla, quando ho letto La nausea, che Jean-Paul Sartre fosse un propagandista di Pol Pot, e non mi importava nulla, quando ho letto La noia, che Alberto Moravia fosse un propagandista di Mao. Non mi importa nulla, quando ascolto le registrazioni di Herbert von Karajan, che fosse un propagandista di Adolf Hitler.
Non mi importa nulla, quando ascolto le registrazioni di Sergej Prokofiev, che fosse – per convinzione, opportunismo o necessità – un propagandista di Stalin. Non mi importa nulla, se metto un disco di Pietro Mascagni, che fosse un propagandista di Mussolini. Non mi importa nulla, se vado a teatro, che Bertolt Brecht esultasse per i carri armati sovietici a reprimere i tumulti di Berlino Est. Non mi importa nulla, quando mi lascio travolgere dalla prosa di Louis-Ferdinand Céline, che fosse uno sguaiato antisemita. E lo sapete, potrei andare avanti per ore, con pittori, registi, poeti, a centinaia al servizio dell’ultima canaglia. Se amate l’arte, dimenticate l’artista.