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Dici 2025 e dici nostalgia. Fateci caso, gli ultimi dodici mesi di musica – ma anche prima, certo, semplicemente stavamo prendendo la rincorsa – sono stati all’insegna del revival. Il tour più chiacchierato e pagato e ambito a cui abbiamo assistito? Quello degli Oasis, pura reunion. Così com’è stata una reunion quella dei Radiohead, per la prima volta in concerto senza un album alle spalle, senza niente da dire, solo per la gloria. Il discorso si estende anche all’Italia, con i ritorni di band di culto come gli Afterhours, I Cani, gli Offlaga Disco Pax, adesso i Litfiba. Anche qui, si potrebbe dire che di fronte alla grande caduta del rock un paio di generazioni di orfani dell’alternative si siano rifugiate nei loro miti del passato, ma è solo una parte del discorso. Nel pop, Max Pezzali porta avanti da anni un revival costante e massimalista, lo stesso Francesco De Gregori ha appena intrapreso una lunga serie di concerti per festeggiare i cinquanta di Rimmel e comunque, per non perdersi niente, anche nel rap e nella trap si è passati agli anniversari, rispettivamente con i dieci di Vero di Guè e di XDVR di Sfera Ebbasta.
Prigionieri del passato
Per carità, sono usciti anche album di nuovi fenomeni che si sono imposti sul mercato. Su tutti Bad Bunny, portoricano, l’artista più ascoltato al mondo nel 2025, che ha rimesso il reggaeton – un reggaeton nuovo, tutto suonato, più alto – sulla cartina. Ma anche, per restare al nostro orticello, Olly e Lucio Corsi, che comunque nella loro novità guardano al passato: e qualcosa vorrà dire. Tant’è. Oggi a dettare il passo è il ritorno di ciò che è stato, la nostalgia, dai CCCP agli Articolo 31, fino a Paola e Chiara e ai Club Dogo. Di primo impatto, c’è da dire che è proprio difficile, in generale, guardare avanti, o almeno tenersi aggiornati: il flusso continuo di canzoni a cui siamo sottoposti, con decine di uscite settimanali, ci rende impossibile concentrarci su un album in particolare, ci rende difficile anche solo seguire con passione il percorso di questo o quell’artista (e chissà che non si arrivi a un punto di saturazione), per cui davanti a tempi così feroci è meglio tornare alle care, vecchie certezze. In sintesi: con l’offerta enorme e rapidissima di oggi guardare al presente non è affatto immediato, paradossalmente, così è meglio guardarsi dietro, dove si ha la sensazione di avere tutto più sotto controllo. E ok, questa è un lato legittimo della medaglia. Un’esigenza nostra, diciamo.
Questione di praticità
Dall’altro, non prendiamoci in giro, c’è un sistema che sulla nostalgia e sulle reunion sta costruendo un impero e di cui gli artisti stessi sono i primi complici – e intendiamoci, non c’è niente di male, ma è chiaro che poi diventa difficile sviluppare nuova musica e il corridoio per farsi avanti diventa sempre più stretto. L’atteggiamento degli ultimi anni, per cui si batte il ferro finché è caldo (e quindi si fanno canzoni spesso sempre uguali, spesso con gli stessi autori, adeguandosi e non rompendo le regole), si rivede nei revival. Ma per una questione di mera praticità. I cantanti, cioè, soffrono dei nostri stessi problemi: oggi pubblicare un album d’inediti è un rischio, l’attenzione sui nuovi progetti dura al massimo una settimana e riuscire a bucare questa cortina di ferro è un’impresa che spetta a pochi eletti. Basta guardare le classifiche del 2025, che al vertice hanno avuto un turnover a cui non eravamo abituati: il fatto che non ci sia stato un solo, vero fenomeno continuo significa che non ce n’è stato nessuno, che a nessuno conviene pubblicare un disco o anche solo un singolo. Perché non è redditizio, specie contando che gran parte delle relativi entrate derivano dallo streaming (e sono per lo più misere). È uno sforzo inutile.
La principale fonte di reddito per i musicisti, oggi, sono i concerti, con un gioco al rialzo sui cachet che potrebbe avere anche conseguenze disastrose – come dimostrano alcuni stadi messi vuoti dell’ultima stagione – e che comunque puzza di speculazione, ma che se non altro dice che, sì, si sta investendo lì. Ecco, in questo senso la nostalgia – da intendersi come reunion, revival del disco X o altro – è un’opportunità da minima spesa e massima resa, consente di andare in tour (e dunque di guadagnare) senza per questo correre il rischio, o peggio l’investimento, di produrre nuova musica. Non serve un album con cui bucare la nostra già bassissima attenzione, non serve una canzone con cui governare l’algoritmo. L’album semmai c’è già, scolpito nella nostra memoria in tempi in cui la musica non durava una manciata di giorni. E la reunion e il revival sono già la notizia, bastano a sé. Bastano, cioè, per concedersi un discreto giro di concerti. Non vanno giustificate. E dunque, una previsione per il 2026? Be’, che dire: altre reunion, altra nostalgia.