You’ve got new eyes, colonel..

C’è qualcosa in Interstellar (2014) che ho sempre trovato difficile digerire. È il fatto che un’epica fantascientifica immensa, tonitruante, che in tre ore citava tutta la tradizione avventurosa del grande racconto di mare (da Omero a Hemingway) finisse poi per chiudersi in una stanzetta fra padre e figlia. Che al fondo di tutti i misteri del cosmo ci fossero i padri, addomesticando con tipica pavidità nolaniana il sublime e il terrore del Viaggio. Incapace di sostenere il peso dell'”alto mare aperto”, un film autocertificatosi come avventuroso non trovava di meglio da fare che trasformarlo in Famiglia.

A soli tre anni dallo stupefacente secondo capitolo, Avatar – Fuoco e cenere non può fare il miracolo. L’asticella del visivo – altissima, inarrivabile – è più o meno quella di La Via dell’Acqua (2022). Al netto di character design memorabili (Oona Chaplin) e battaglie aeree che nessuno sulla terra sarebbe in grado di concepire, stavolta il passo avanti di James Cameron doveva per forza essere concettuale. E il risultato non sfigura accanto a tutte le sue rivoluzioni tecnologiche.

Dovendo riassumerlo, si tratta della radicalità inusitata con cui il terzo Avatar forza l’equilibrio tra “familiare” e “nuovo” che è al cuore del suo cinema. Si sa: la statura di Cameron come avanguardista popolare deriva dalla sua capacità di ancorare le più incredibili scommesse visive al pilastro umanista e semplificato del melodramma familiare. Battaglie aliene, morphing sottomarini e metallici, inseguimenti a dorso di drago e naufragi, trovano il link neurale con lo spettatore in madri e padri putativi, macchine sensibili, amori che sfidano i ghiacci del tempo.

Così fa Hollywood (innovazione e conservazione). Così fa il blockbuster (grande spettacolo, storia semplice). Così fa (di nuovo) Cameron in Fuoco e cenere impostando l’incipit come un americanissimo family drama, dove i conflitti – quasi a voler bilanciare lo shock percettivo dell’immagine – sono prosaici e relatable: padri delusi, figli ribelli, madri in lutto.

È il solito trionfo di funzionalità narrativa – 3 film sui 4 maggiori incassi di sempre non si piazzano per caso; ma è anche molto di più. Stavolta più che in passato infatti, il dualismo cameroniano si mostra capace di raccontare una cultura e costruire ipotesi alternative. Sì perché Familiare e Nuovo non sono solo le fondamenta del cinema americano. Sono le coordinate dell’identità culturale che quel cinema nutre, e sui cui miti Fuoco e cenere compie un’operazione impressionante di sintesi e ribaltamento ideologico.

È il dualismo tra Familiare e Alieno della fantascienza; quello tra Civiltà e Frontiera, Bianco e Selvaggio, del western; lo stesso che prosegue nelle giungle del cinema bellico, vero grande termine di paragone per gli Avatar, che dopo il quasi-Vietnam del primo capitolo strizzavano l’occhio al misticismo cristallino di La sottile linea rossa (1998). E dove quel cinema erige la Civiltà sulla sopraffazione imperialista dell’Altro, l’anti-imperialismo degli Avatar si traduce in un atteggiamento identitario che se ne lascia pervadere – o “colonizzare”, come si dice in Fuoco e cenere.

Materia delicata. Il rischio del going native (topos della letteratura coloniale in cui un bianco vive come i “selvaggi”) è dietro l’angolo. Cameron lo cavalca e vince la scommessa, costruendo film dopo film il più radicale racconto di metamorfosi culturale mai prodotto a Hollywood. Ma dietro le ovvie implicazioni anti-razziste/-belliciste, ciò che gli interessa è l’indefinibilità. Quattro e cinque dita, figli naturali e ibridi, nativi e “pellerosa”, cloni e Immacolate concezioni. La famiglia Sully è un coacervo mutageno di possibilità umane e postumane, che dai tratti stereotipati di quel family drama si apre a infiniti scenari di rinnovamento.

Che ciò accada proprio a partire dalla famiglia è quanto di più audace e controintuitivo si possa chiedere a un racconto mainstream, dove l’istituzione fa quasi sempre da perno reazionario, centripeto rispetto a spinte innovatrici. È campo libero al fremito identitario che pervade le famiglie cameroniane, ostinatamente mutanti e tecnologiche (Ripley e Bishop, John e il Terminator), istituzioni non statiche ma proattive, se non proprio rivoluzionarie (la Resistenza, l’interclassismo di una danza irlandese in mezzo all’Atlantico).

Avatar impostava il problema. La Via dell’Acqua – con l’ok di Disney – metteva al centro la famiglia. Fuoco e cenere trae le conclusioni, moltiplicando le unità familiari e facendole corrispondere ad altrettanti impulsi di rinnovamento. Spider abbraccia come genitori i suoi nemici di sangue. Quaritch scivola nell’oscurità come Kurtz e corteggiando l’Orrore si libera dal suo protocollo. Lo’ak (in un film che è soprattutto una grande meditazione sulla rabbia: sui suoi vicoli ciechi e le sue giuste espressioni civili) difende un fratello ritrovato e guida un popolo pacifista alla battaglia.

E il cinema? Quasi retorico ormai insistere sugli aspetti meta di Avatar. La sala, gli incassi, la difesa del medium (specie oggi che Netflix..). Tutto vero. Ma cos’è che difendiamo? Lo spaventato Nolan direbbe (anzi dirà): “un’idea di narrazione che ci accompagna fin dall’antichità, che vive nei nostri classici e ci permette di ritrovare sempre Itaca, toccare il suolo patrio, trovare rifugio dal caos terrificante dell’universo”. Il tracotante, avventuroso, melvilliano Cameron dice: “l’ultimo rituale allucinogeno della civiltà moderna, ‘oppio popolare’ in grado di unirci nel sogno collettivo di un cambiamento”. Non male per Pocahontas con i Puffi.