di
Monica Guerzoni

Il tradizionale messaggio di fine anno di Sergio Mattarella pronunciato dallo Studio del Presidente alla Vetrata. Ai giovani: «Siate esigenti e coraggiosi»

La scenografia dice già molto. Sul leggìo alla destra di Sergio Mattarella una copia della Costituzione e alla sua sinistra il manifesto-simbolo delle elezioni del 2 giugno del 1946, con quel volto radioso di donna pubblicato a suo tempo dal Corriere della Sera.

È l’immagine trasmessa dallo Studio alla Vetrata del Quirinale alle 20.30, quando il capo dello Stato è comparso a reti unificate e ha pronunciato il suo undicesimo discorso di fine anno («un anno non facile, speriamo di incontrare un tempo migliore»), costruito attorno al pilastro delle celebrazioni per gli ottant’anni della Repubblica italiana e alla strenua, a tratti accorata difesa della democrazia. Gli accenti sono pacati, quasi familiari, ma l’allarme sembra ispirare ogni concetto, anche se il finale è all’insegna della fiducia: «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».



















































Un quarto d’ora di flashback, alla ricerca di quanto di buono abbiamo costruito dopo la catastrofe della Seconda Guerra mondiale. Un appello alle istituzioni e a tutti i cittadini, perché facciano ciascuno la propria parte per il bene della collettività. «La nostra aspettativa è rivolta alla pace», è l’incipit del capo dello Stato, che torna a condannare leader come Putin che aggrediscono e non accettano di far tacere le armi: «Diventa sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega (la pace, ndr) perché si sente più forte».

L’Ucraina, Gaza, Papa Leone XIV

E qui, dopo aver richiamato con sofferenza alla memoria le case distrutte dai bombardamenti russi in Ucraina e «la devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati», il presidente chiama in causa ciascuno di noi. A ogni italiano, usando l’implorazione di Papa Leone XIV a «disarmare le parole», chiede di fare la propria parte per pacificare gli animi, «respingere l’odio» e ridurre il tasso di violenza che inquina le nostre giornate. «La pace in realtà è un modo di pensare» e un modo di vivere il quotidiano, senza pretendere di imporre agli altri «la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio». Vale per il popolo italiano, vale per le istituzioni e chi le rappresenta e vale a livello internazionale.

Mattarella non chiama in causa i politici, ma è anche a loro che parla, anche a loro chiede di ridurre i decibel della contesa politica, dal momento che, in Parlamento, in tv, o sui social, «ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica».

Le autocrazie prendono potere, i sondaggi e gli studi dicono che anche tra gli italiani la fascinazione aumenta e Mattarella ricorda che affermazione della libertà e costruzione della pace sono «nell’atto fondativo della nostra Repubblica». Il presidente sfoglia «l’album immaginario» degli ottant’anni che abbiamo alle spalle e sceglie come fotogramma simbolo le donne chiamate per la prima volta alle urne nel 1946, i loro gesti e i loro volti impressero alla storia d’Italia «il segno dell’unità di popolo». Un segno che diede alla Repubblica («uno spartiacque nella nostra storia») un carattere democratico indelebile, “avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità».

Non è nostalgia che il presidente vuole trasmettere, rievocando l’energia vitale di quegli anni così gravidi di futuro e di rinascita, ma speranza e fiducia. Agli italiani, certo, ma anche ai politici. Allora i costituenti al mattino si contrapponevano nelle commissioni e nelle Aule, ma al pomeriggio «insieme componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale», che ha «ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni». È davvero così difficile per i partiti italiani ritrovare quello spirito bipartisan? Almeno sui grandi temi la collaborazione tra destra e sinistra sarebbe d’obbligo, è l’auspicio che tra le righe si coglie.

Il servizio sanitario, lo sport

Allora «una grande stagione di riforme» cambiò il profilo dell’Italia. Mattarella cita la riforma agraria e il Piano casa e sottolinea che il solo evocarlo «richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città». Altri flashback puntellano il discorso. L’Europa e il Piano Marshall come «pilastri della ricostruzione». Gli anni del miracolo economico. Lo Statuto dei lavoratori. L’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Il sistema previdenziale esteso a tutti. Mattoni di un edificio comune che va restaurato e mai smantellato. E poi la cultura, l’arte, il cinema, la musica, la letteratura, la Rai-servizio pubblico «a garanzia del pluralismo», tutti elementi fondamentali — come anche lo sport, nell’anno delle Olimpiadi di Milano e Cortina — per la crescita dell’identità nazionale.

Poi altre immagini, drammatiche: le stragi, il terrorismo, «la notte della Repubblica». Ma ha vinto l’Italia. Le istituzioni, «grazie all’unità delle forze politiche e sociali», sono state «più forti del terrore». Se Mattarella ha voluto far scorrere in diretta tv questo «film della memoria», è per ricordare a tutti noi il valore di quanto abbiamo costruito grazie anche a eroi civili come Falcone e Borsellino. Oggi l’Italia è «un attore di grande rilievo sulla scena internazionale», riconosce il presidente e invita tutti gli italiani a esserne orgogliosi: il nostro stile di vita, la bellezza dei luoghi, le città d’arte, la cultura del cibo e del vino (diventati «patrimonio internazionale») sono apprezzati nel mondo.

Non è nostalgia, o non solo. È far capire che questo patrimonio è prezioso e non va disperso. «La nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi». E ancora: «L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo». Ma bisogna che ogni persona metta la propria tessera e abbia cura dell’intero mosaico: «La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi». Bisogna che chi ha responsabilità di governo contrasti con urgenza le «crepe» che minano la coesione sociale, come povertà, diseguaglianze, ingiustizie, corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali.

La chiusa è dedicata ai più giovani, che Mattarella sprona a non rassegnarsi, a essere «esigenti e coraggiosi», a scegliere il proprio futuro: «Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna». Auguri!


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31 dicembre 2025 ( modifica il 31 dicembre 2025 | 21:13)