Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar nella tappa di Peyragudes al Tour de France 2023
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Da quando è diventato professionista nel 2019, Jonas Vingegaard ha avuto una sola squadra e un solo allenatore: la Visma|Lease a bike e Tim Heemskerk.
«Mi ricordo la prima volta che l’ho visto – ha raccontato Heemskerk a RIDE Magazine – Ho notato subito che era uno introverso, uno che preferiva più stare sullo sfondo che al centro del gruppo. Io sono fatto allo stesso modo, quindi probabilmente è per quello che ci siamo trovati subito bene».
Quello che hanno costruito assieme in così poco tempo è straordinario: 42 vittorie totali, 2 Tour de France e 1 Vuelta di Spagna. Eppure all’inizio non c’erano garanzie, come racconta l’allenatore neerlandese.
«Jonas lavorava ancora al mercato del pesce di Hanstholm ed era strano che un ciclista facesse un altro lavoro nel periodo immediatamente precedente al suo passaggio da professionista. Capimmo subito che aveva tanto da imparare rispetto ai ragazzi che magari arrivavano dalla squadra sviluppo e che erano già molto più preparati. La prima cosa che abbiamo fatto è stata passare gradualmente da un allenamento complessivo di 20 ore a settimana a uno di 30. All’epoca non sapevamo molto su di lui: conoscevamo le sue abilità in salita e sapevamo che aveva margini di crescita, ma non avevamo idea del tipo di corridore che sarebbe potuto diventare. Ecco, che vincesse due Tour de France non era proprio una cosa cui si pensava in quel momento».
Siamo abituati a vedere Vingegaard solo in azione, ma come è dietro le quinte quando prepara le sue prestazioni migliori? «Fa tutto quello che gli dici di fare, fino all’ultimo punto. Se gli dici di allenarsi per cinque ore in una certa zona, lui farà cinque ore esatte in quella zona, al contrario di tanti altri corridori che deviano, magari poco ma costantemente, dai loro programmi. Ripone grande fiducia in noi, ma non è un robot: capisce che seguire il programma è meglio, soprattutto perché ti dà la possibilità di capire dove e in quali termini puoi migliorare».
Già citate le due vittorie al Tour de France. Nelle altre tre partecipazioni si è sempre e solo dovuto piegare a un altro corridore: Tadej Pogacar. «Non parliamo mai del duello con Pogacar, così come parliamo raramente delle vittorie. Quando vince è felice, esulta, ma quell’euforia passa in fretta. È fatto così, non lo vedrete mai fare qualcosa di “pazzo”. Probabilmente il pubblico preferisce degli atleti più esuberanti, ma penso che ci siano anche tante persone che apprezzano un carattere più tranquillo. Noi siamo sempre molto concentrati sulla preparazione, poi vediamo come vanno le gare».