L’alba livida del 2026 si leva su un’Europa che è in guerra e non sa di esserlo. Anche coloro che lo sanno, coloro che questa guerra l’hanno iniziata, evitano accuratamente di dirlo e continuano a parlare di pace. Del resto, come insegna sant’Agostino, anche coloro che promuovono le guerre non desiderano altro che assicurarsi la pace attraverso la vittoria (De Civitate Dei, lib. XIX, c. VII). Così, nella sua conferenza fiume di fine anno Putin ha affermato di volere la pace, ma basata sul rispetto dei princìpi che lo hanno condotto, non alla guerra, ma ad una “operazione speciale” in Ucraina.
La guerra ormai non coinvolge solo l’Ucraina, ma l’Europa e l’Occidente. E’ una guerra non dichiarata, ma reale, che nel linguaggio contemporaneo viene definita guerra ibrida. Ciò che è cambiato non è la natura del conflitto, bensì le sue forme, i suoi strumenti e, soprattutto, la soglia di visibilità politica oltre la quale uno Stato è disposto ad ammettere di essere in guerra. Si combatte attraverso operazioni di intelligence, sabotaggi delle infrastrutture del nemico, droni, navi senza bandiera, sottomarini invisibili, mentre in parallelo prosegue il riarmo in vista di una guerra ufficiale che tutti evocano e nessuno dichiara.
Le reti elettriche cedono per misteriosi guasti “tecnici”, i sistemi informatici collassano sotto attacchi “anonimi”, le rotte aeree e commerciali diventano insicure, le campagne di disinformazione confondono l’opinione pubblica fino a renderla incapace di distinguere gli aggressori dai difensori. Eppure, nonostante tutto questo, nessuno si rende conto di essere in guerra. Si combatte in una zona grigia permanente in cui la guerra c’è, ma convive con la sua stessa negazione.
La guerra non dichiarata non è un’invenzione del nostro tempo, ma una costante della storia internazionale, anche se nuova è la modalità in cui oggi essa si svolge. Un esempio emblematico è quello degli Stati Uniti tra il 1940 e il 1941. I cannoni tuonavano in Europa e il presidente Franklin D. Roosevelt era convinto che una vittoria della Germania nazista avrebbe rappresentato una minaccia alla sicurezza americana, ma l’opinione pubblica del suo paese era in maggioranza contraria alla guerra.
Deciso ad intervenire, pur senza disporre del consenso necessario per una dichiarazione di belligeranza, Roosevelt mise in atto quella che molti storici hanno definito una “guerra non dichiarata” contro la Germania. Si trattava di una guerra condotta attraverso una sequenza di atti militari, logistici e politici che avvicinarono sempre più gli Stati Uniti allo scontro diretto con il Terzo Reich.
Il cuore di questa guerra non dichiarata fu l’Atlantico. Le navi americane iniziarono a scortare i convogli britannici carichi di rifornimenti, pur sapendo che ciò le avrebbe esposte agli attacchi dei sottomarini tedeschi. Nel settembre 1941, dopo l’incidente della USS Greer, un cacciatorpediniere americano coinvolto in uno scontro con un U-Boat tedesco, Roosevelt annunciò la politica del “shoot on sight”:le navi tedesche avvistate nelle zone di sicurezza atlantiche potevano essere attaccate senza preavviso. Parallelamente, Washington sosteneva lo sforzo bellico britannico attraverso il programma Lend-Lease Act, che consentiva di fornire armamenti e materiali ai paesi in guerra contro l’Asse. Nei fatti, la guerra era già iniziata, anche se nessuno la chiamava così.
Questa strategia suscitò dure critiche da parte dell’America First Committee, il più grande movimento isolazionista della storia americana, che accusava Roosevelt di trascinare il Paese nel conflitto aggirando la volontà popolare. Le ferite della Prima guerra mondiale erano ancora aperte e milioni di americani temevano che un nuovo intervento militare in Europa avrebbe prodotto solo morte, debiti e instabilità interna. Lo slogan “America First” condensava una visione del mondo fondata sui princìpi di difendere il continente americano, rafforzare l’economia nazionale e rifiutare qualsiasi coinvolgimento nel Vecchio Continente.
Il movimento trovò il suo simbolo più noto in Charles Lindbergh, il celebre sorvolatore dell’Atlantico del 1927. Nei suoi discorsi, Lindbergh sosteneva che la Germania fosse militarmente invincibile e che un intervento americano sarebbe stato inutile e disastroso. Alcune sue dichiarazioni, in particolare quelle che attribuivano all’amministrazione Roosevelt e ad ebrei americani e britannici la spinta verso la guerra, suscitarono accuse di antisemitismo e compromisero la credibilità del movimento.
Ma il 7 dicembre 1941, i giapponesi attaccarono gli Stati Uniti a Pearl Harbor. Pochi giorni dopo, fu la Germania a dichiarare guerra agli Stati Uniti, rendendo ufficiale ciò che, nei fatti, era già in corso da mesi. L’America First Committee si sciolse bruscamente. Di fronte a un’aggressione diretta al territorio americano, gli stessi leader del movimento riconobbero che, da quel momento, l’unità nazionale veniva prima di ogni divisione ideologica.
Se l’America First Committee nacque in un contesto segnato dal trauma della Prima guerra mondiale e dalla paura di sacrifici inutili, oggi l’isolazionismo riemerge negli Stati Uniti sotto forma di critica al costo economico e umano dell’impegno globale. Sarebbe un errore, tuttavia, leggere in chiave isolazionista l’ultimo documento statunitense sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy – NSS) pubblicato nel 2025 dalla Casa Bianca. Il testo pone l’interesse degli Stati Uniti come priorità nazionale e definisce l’Europa un continente in fase di declino, ma Washington si dice pronta a collaborare con un’Europa forte, capace di contribuire alla competizione strategica, anche dal punto di vista militare. La possibilità di una cancellazione dell’identità europea, che il documento sottolinea con preoccupazione, è un pericolo reale, che l’Europa non sembra percepire. La frase più discussa del testo, “We want Europe to remain European”,significa che l’Europa sta smettendo di essere sé stessa e deve tornare alle proprie radici. Sono le nazioni europee a doversi assumere la responsabilità di recuperare quella che il documento della Casa Bianca chiama la “auto-stima civilizzazionale”, la consapevolezza, cioè, del patrimonio storico e culturale del Vecchio continente. In una prospettiva non diversa, nel suo messaggio Urbi et Orbi del giorno di Natale, lo stesso Leone XIV ha richiamato la necessità per l’Europa di rimanere fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia.
La decadenza europea oggi si esprime sotto la forma di un “neo- pacifismo” cheintercetta un elettorato stanco di guerre “lontane”. Ma il pacifismo nasce da una rimozione storica: l’illusione che basti dichiararsi “per la pace” per evitarla. Questo atteggiamento legittima la guerra ibrida, perché ne accetta la narrazione.Uno degli strumenti principali della guerra ibrida è la manipolazione dell’opinione pubblica. Ciò avvieneattraverso campagne di disinformazione e appelli alla pace che coincidono, nei fatti, con la richiesta di resa a un nemico che non si dichiara tale.
Il pacifismo, che non ammette l’esistenza di un conflitto, si rivela così incapace di fronteggiare una guerra che non si presenta come guerra. La pace non è più il risultato di un ordine difeso, ma la maschera di una resa progressiva. La guerra ibrida è tragica proprio perché nega la tragedia: non chiede scelte nette, ma le consuma lentamente, fino a quando la guerra, finalmente dichiarata, non appare più come una decisione, ma come una fatalità inevitabile.
La storia dimostra che il pacifismo non è uno spazio neutro: è il terreno in cui prevale chi è disposto a usare la forza senza dirlo. E se la pace, come spiega sant’Agostino, è la tranquillità dell’ordine, allora essa non può nascere dalla rimozione del conflitto, bensì dal coraggio di riconoscerlo. Perché la vera alternativa, oggi, non è tra guerra e pace, ma tra una pace difesa e una pace simulata. E l’Europa, posta di fronte a questa scelta, non potrà a lungo continuare a rimandarla senza scoprire, un giorno, che il rinvio è stata una disastrosa decisione.