Nel film Netflix “House of Dynamite”, un missile balistico sfreccia verso gli Stati Uniti: lo scenario da incubo che toglie il sonno ai pianificatori della difesa. Eppure, nell’ultimo decennio, le politiche occidentali verso la Russia hanno contribuito più ad aumentare le probabilità di una simile catastrofe che a prevenirla.
Il maldestro sforzo di Washington per dimostrare a Mosca che le minacce nucleari funzionano e che l’aggressione paga è culminato in una “lista dei desideri” del dittatore russo in ventotto punti, bizzarramente presentata come se fosse un piano di pace. Gli Stati Uniti, la nazione più potente al mondo, stanno rincorrendo Kyjiv chiedendole sacrifici territoriali, implorandola timidamente di accettarli.
Questo approccio alla pacificazione è utile tanto quanto versare vodka su un incendio indomabile. Le guerre di espansione finiscono solo in due modi: l’aggressore viene sconfitto, come ci ha ricordato Hitler nel 1945, oppure proseguono e il costo supera i benefici, come la Russia ha imparato in Afghanistan nel 1989. Non esiste una terza via.
Allargando lo sguardo oltre il ciclo di notizie delle ventiquattro ore, l’assurdità della situazione appare evidente. La Russia ha invaso l’Ucraina nel 2014. Per quasi un decennio, i Paesi occidentali hanno messo la testa sotto la sabbia, offrendo men che mezze misure. Mosca, come prevedibile, ha interpretato questo come un semaforo verde per l’escalation. Ma dopo il 2022, quando i carri armati russi hanno attraversato in massa il confine dell’Ucraina, voltarsi dall’altra parte ha smesso di essere un’opzione percorribile.
All’inizio del 2025, l’amministrazione Trump ha riconosciuto che i negoziati di pace sono un processo in due fasi: prima si fermano le ostilità, poi viene tutto il resto. Entro ventiquattro ore dai colloqui di Gedda di marzo, l’Ucraina ha accettato il cessate il fuoco incondizionato, dimostrando di volere la pace, non la guerra.
E la Russia? Prima che gli americani mettessero il cessate il fuoco all’ordine del giorno, Mosca uccideva regolarmente bambini ucraini nei loro letti con depravata costanza, e continua a farlo tuttora. La Russia commette crimini di guerra inimmaginabili e atroci, mentre il mondo guarda.
Ogni volta che veniva rifiutata la pace, all’aggressore erano concesse le famigerate “due settimane”, e così a ripetizione. Ma queste scadenze sono passate senza conseguenze reali. La Russia ha di fatto sputato in faccia ai negoziatori americani, e la Casa Bianca non ha trovato la risolutezza e la saggezza necessarie per rispondere.
Richieste a vuoto, non sostenute da un’adeguata pressione, non scoraggiano il revanchismo coloniale. Anzi, lo invitano, lo incentivano e lo garantiscono. Se l’Ucraina offrisse concessioni preventive, vanificherebbe gli stessi obiettivi perseguiti dai leader occidentali. Solo chi non vuol vedere non capirebbe che cedere a un aggressore violento, come la Russia, è la via diretta verso una guerra più grande. Sostenere la pace attraverso la forza non è bellicismo; lo è abbandonarla.
La storia ha già condotto ripetutamente questo macabro esperimento. La classe politica europea si convinse nel 1938 che consegnare i Sudeti a Hitler avrebbe garantito la «pace per il nostro tempo». Al contrario, insegnò al regime nazista che le democrazie mancavano di determinazione. Il risultato non fu la stabilità, ma un inferno per tutto il continente.
Quando la Russia invase la Georgia nel 2008, l’Occidente spinse Tbilisi verso un cessate il fuoco mentre Mosca consolidava il suo controllo territoriale. L’aggressore non pagò alcun prezzo allora. Sei anni dopo, la Russia è tornata a seguire questo copione in Crimea e poi nel Donbas. Ogni via d’uscita diplomatica è diventata la pista di decollo per l’escalation del Cremlino.
Nessuna concessione occidentale può alterare la traiettoria di Mosca verso Pechino, perché si tratta di un allineamento è strutturale. L’economia estrattiva russa dipende dalle esportazioni e la sua base industriale-militare non può funzionare senza le componenti cinesi. Soprattutto, l’ethos imperiale della Russia richiede un confronto perpetuo con l’Occidente per legittimare il suo potere dispotico. Questo spinge naturalmente Mosca nelle braccia di Pechino.
Se la Russia venisse espulsa dall’Ucraina avrebbe almeno la possibilità teorica di ripensare la propria identità colonizzatrice e sganciarsi dalla Cina. Una Russia premiata per la sua strategia aggressiva in Ucraina, invece, non avrebbe tale incentivo: cementerebbe il suo status di “vassallo minore” sotto il dominio cinese, blindando proprio quel cambiamento geopolitico che Washington dice di temere.
Le minacce nucleari di Mosca seguono sempre lo stesso schema: ogni volta che trova chi oppone resistenza, la Russia agita la sciabola del giudizio universale. Non ha usato armi di distruzione di massa quando il suo esercito è crollato alle porte di Kyjiv, né quando l’Ucraina ha liberato ampie zone della regione di Kharkiv, né quando la Crimea è finita sotto attacco. Ancora più significativo, Xi Jinping – a cui Vladimir Putin ora, di fatto, risponde per le sue azioni – ha escluso l’uso del nucleare. Questo palese ricatto è una messa in scena destinata a spaventare le opinioni pubbliche occidentali, non a segnalare la volontà di Mosca di commettere un suicidio imperiale.
L’Occidente sta ignorando tutto questo a suo rischio e pericolo: anche se l’America e l’Europa non sono interessate alla guerra, la guerra russa è decisamente interessata a loro. Come ha osservato Casey Michel, noto analista e capo del programma contro la cleptocrazia presso la Human Rights Foundation, la sicurezza a lungo termine degli Stati Uniti dipende da una domanda semplice: se una potenza nucleare espansionista possa o meno smembrare un suo vicino non dotato di arma nucleare, e quale segnale invii Washington se ciò dovesse accadere.
Viviamo in una “casa di dinamite”, questo è vero. Ma la miccia non può accendersi da sola; è l’uomo del Kgb che gioca con i fiammiferi e poi impugna la pistola, mentre il resto degli abitanti guarda con sgomento invece di costringerlo a fermarsi. I sistemi falliscono non perché siano fragili, ma perché le persone con il potere e la responsabilità di fermare un attore maligno esitano finché non è troppo tardi.
Il pericolo non è che la Russia faccia improvvisamente qualcosa di impensabile; il pericolo è che l’impensabile venga regolarmente tollerato: degli oltre cinquantatremila civili vittime accertate dall’inizio dell’invasione su vasta scala, più di tremila erano bambini. Se Mosca dovesse uscirne con qualcosa di simile a una vittoria, il conflitto non resterà confinato all’Ucraina.
Per quella parte di mondo che ha prosperato in un ordine di sicurezza faticosamente conquistato nel Novecento, la scelta non potrebbe essere più chiara: aiutare l’Ucraina a scacciare l’aggressore e disinnescare la minaccia, o continuare a indugiare in fantasie di “deal-making” e inaugurare una guerra ancora più grande.
Articolo originariamente pubblicato sul Kyiv Independent.