Il 9 gennaio ascolteremo dalla voce di Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di fine anno che è diventata di inizio anno, il rendiconto dell’attività di governo nel 2025. Speriamo che stavolta i cronisti non facciano sconti e sappiano squarciare il velo propagandistico che la presidente del Consiglio sa allestire come pochi altri. Non dovrebbe essere difficile per i giornalisti che non appartengono alla falange dei quotidiani di destra. Perché non è stato un bell’anno. Né si scorge un gran futuro.

Un governo deve far sognare? Certamente no, anche se indicare con credibilità un orizzonte migliore, diciamo, aiuta. Ma non si è troppo partigiani se si afferma che il governo Meloni, dopo il terzo anno di vita, è uno dei più noiosi di sempre, tenendo conto delle aspettative suscitate e dell’assoluta padronanza del campo. È un governo che non scalda i cuori ma nemmeno invita alle barricate, tanto da uscire dal novero classico dei governi di destra che sempre animano la protesta. Facendo poco o nulla, è di destra più nella forma che nella sostanza. Nella postura, come si dice adesso. Soprattutto di Meloni e del ministro dei Trasporti, che persino la supera in rozzezza; gli altri sono pallidi politicanti di professione che si mascherano dietro uno strato di arroganza ma più spesso di evanescenza, sicché mezzo governo è totalmente sconosciuto dagli italiani.

Malgrado tutto ciò, uno degli osservatori più attenti e certo non ostile a Giorgia Meloni, Alessandro Campi, ha scritto su Il Messaggero un lungo articolo per sostenere che questo governo è il simbolo della «normalità che cambia le cose», quasi fosse, diciamo noi, un tardo emulo della mitterrandiana forza tranquilla che proprio della tranquillità fece la leva, allora sì, per serie trasformazioni. E quindi il professor Campi elenca le misure che, a parer suo, hanno cambiato le cose: la legge sulla concorrenza; l’estensione dell’obbligo del pagamento elettronico; la Zes per il Sud; la transizione digitale nella pubblica amministrazione; la messa a gara obbligatoria per le opere pubbliche finanziate dal Pnrr (a proposito del Pnrr, che sta salvando l’economia italiana e di cui Giorgia Meloni non ha alcun merito, va detto che nemmeno la metà dei centocinquantatré miliardi di euro piovuti da Bruxelles, grazie a Mario Draghi, è stata spesa).

Un siffatto elenco non può non fare venire in mente allo stesso Alessandro Campi la domanda: «Cose noiose, troppo tecniche o poco rispondenti alla nostra idea romantica e immagine di cambiamento? Può darsi». Già, ma non è solo questione di romanticismo. Si può affermare senza sorridere che quelle misure abbiano modificato la vita reale dei cittadini? Ci sono voluti tre anni per fare quelle varie cosette (il nostro professore si è dimenticato di citare una legge di bilancio inutile, i centri in Albania, i decreti sicurezza, il ponte di Messina e i rave party): il bottino pare scarso.

Poi Alessandro Campi chiude il ragionamento: «Il governo, qualunque governo – compreso quello di Giorgia Meloni – non deve farci sognare, deve farci vivere qui e ora tranquilli, sereni, concordi e, per quanto possibile, prosperi e felici». Però l’Italia del triennio meloniano non sembra affatto tranquilla, serena, tanto meno concorde (solo Silvio Berlusconi aveva diviso il Paese in due come Giorgia Meloni), meno che mai è prospera e felice – lo dice la Chiesa, non i centri sociali.

Di fronte alle critiche, gli esponenti della destra si scocciano e troncano il discorso: la gente ci ha votato e ci premia nei sondaggi. Vero. Da ultimo, ieri, Nando Pagnoncelli ci ha detto che Fratelli d’Italia è cresciuta ancora, che la maggioranza va bene. Perché questo? Non è per gli argomenti portati con un certo coraggio dialettico dal professor Campi che la barca di Giorgia Meloni va. Gli italiani sanno benissimo che qui non ci sono riforme né progetti particolari né, tanto meno, idee su come far ripartire l’economia e dunque il benessere.

La gente ha capito tutto. Ha capito soprattutto due cose. La prima è che, se al governo ci fossero quegli altri, le cose non andrebbero meglio – e qui tralasciamo le considerazioni fatte mille volte sull’indeguatezza del centrosinistra. La seconda – Alessandro Campi, gran studioso di Machiavelli, non può non intenderlo – è che il melonismo lascia vivere. Non dà niente ma non chiede niente. Ha la Fortuna dalla sua, il sole trumpiano davanti, e tanto basti. Con il suo fatalismo reazionario, l’italiano medio pensa che in fondo le ingiustizie ci sono e ci saranno sempre: non resta, come sempre, farsi furbi, aiutati che Dio t’aiuta, eccetera eccetera.

È il governo del tran tran che non turba i sonni della pancia dell’Italia del 2025, dove la strage delle illusioni si è cristallizzata da tempo. Finché la barca va, lasciala andare. Più che Tolkien, Orietta Berti. Non c’è traccia di epopea ma a Giorgia Meloni va bene così, per ora.