A oggi non è dato sapere se il film «Il diavolo veste Prada 2» sarà un fenomeno di costume come il precedente, di solito, tradizione vuole non accade quasi mai così. Per saperlo bisognerà attendere il maggio 2026 quando la pellicola dovrebbe approdare nelle sale. Vent’anni dopo la prima, girata nel 2006. Forse il «nuovo» Diavolo, sempre protagonista la sua storica diavolessa, arriva al momento giusto. Mette sul banco la domanda (almeno si presume dovrebbe), su come sia cambiata la moda.
Questo 2025 ha segnato un momento particolare per il Sistema. A partire dal ripensamento di schemi creativi e imprenditoriali. Inarrestabile la girandola di cambi al vertice dei marchi con direttori creativi spesso della durata di una stagione o poco più. Cambi legati a un mercato complesso al centro di una crisi economica profonda. Dove anche il concetto di cosa sia la creatività oggi, si è trasformata in domanda con necessità di un’urgente risposta.
Un anno fashion che è apparso impegnato a un ripensamento dei cardini strutturali. Acquisizioni importanti (Versace passato di proprietà a Prada), l’esprit manageriale italiano che conquista la Francia (Pietro Beccari nominato ceo Lvmh), ma anche fenomeni di costume come pupazzi mostricciattoli (Labubu) che fatturano miliardi o Venezia versione Disneyland hollywoodiana per le nozzze di Bezos. Anche momenti di malinconia per la scomparsa di Rosita Missoni e Giorgio Armani, simboli del made in Italy. Quella, tragica, di due creativi: Giovanni Grossi e Mario Paglino, capaci di trasfornare le Barbie in ritratti tailor made di star: l’omaggio pubblico anche da parte di Madonna, loro estimatrice. C’è poi un altro addio: quello di Anna Wintour che ha lasciato dopo 37 anni Vogue Usa. «La moda è finita», hanno tonitruato affranti i social. In realtà Wintour è restata nel suo gruppo editoriale con altro incarico. Un anno di cambiamenti con la speranza, però, che non resti tutto uguale. (G.L.B.)