Quando Parasite vinse l’Oscar come Miglior Film nel 2020, non fu solo un trionfo storico. Fu un punto di svolta. Per la prima volta un film non in lingua inglese conquistava la statuetta più ambita dell’Academy, e il mondo si accorgeva di qualcosa che i cinefili sapevano da anni: il cinema sudcoreano non era più un fenomeno di nicchia, ma una forza globale.

Quel successo non ha chiuso un’epoca: l’ha aperta. Ha creato aspettative, ha acceso riflettori, ha spinto pubblico e critica a guardare verso Seoul come si guardava a Hollywood negli anni ’70 o alla Francia negli anni della Nouvelle Vague. E negli anni successivi, la Corea ha risposto con una produzione che non si è limitata a cavalcare l’onda, ma ha continuato a reinventarsi.Dove sta andando il cinema sudcoreano: il nuovo corso post Parasite

Negli ultimi anni il cinema sudcoreano ha consolidato una reputazione precisa: è un cinema che osa. Mescola i generi con naturalezza, affronta temi sociali senza moralismi, alterna blockbuster ambiziosi a drammi intimi, non teme di essere pop né di essere radicalmente autoriale. Dopo il successo globale di Parasite, la Corea ha continuato a produrre opere capaci di sorprendere e di parlare a pubblici molto diversi, mantenendo una qualità media altissima e una libertà creativa che pochi altri Paesi possono permettersi.

Il ritorno di Park Chan‑wook al cinema con No Other Choice segna un momento chiave. Dopo l’esperienza televisiva de Il simpatizzante, Park firma uno dei film più attesi del 2025. Il protagonista, Man‑su, interpretato da un Lee Byung‑hun in stato di grazia, è un uomo qualunque che perde il lavoro dopo venticinque anni di servizio. Umiliato, invisibile, schiacciato da un sistema che non contempla la fragilità, arriva a contemplare l’omicidio pur di riconquistare un posto nella società. Ne nasce una dark comedy nerissima, una satira feroce sul capitalismo contemporaneo, un film che parla della Corea ma anche dell’Occidente, del mondo. Park torna alla sua vena più tagliente, quella che unisce humour, violenza, critica sociale e un’estetica impeccabile, ma lo fa con una maturità nuova, più consapevole, più politica, più universale.

No Other Choice non è solo un film: è un segnale. Mostra un cinema sudcoreano che sta cambiando pelle, che usa la satira come linguaggio naturale e che trasforma temi come il lavoro, la precarietà, la solitudine e la pressione sociale in materia narrativa centrale. È un cinema che guarda in faccia il presente e lo restituisce con ironia crudele, lucidità politica e una libertà creativa che pochi altri Paesi possiedono.

Negli ultimi anni sono arrivati film che raccontano questa trasformazione profonda. Cobweb di Kim Jee‑woon riflette sulla follia del fare cinema e sulla sua natura artigianale, quasi febbrile. Alienoid: The Return to the Future porta invece avanti una fantascienza ibrida che mescola wuxia, commedia e azione, mostrando come la Corea sia ormai capace di competere sul terreno dei blockbuster globali senza perdere identità. Concrete Utopia affronta la sopravvivenza dopo un terremoto trasformando il disaster‑movie in un dramma sociale, mentre Next Sohee scava nel mondo del lavoro giovanile con una delicatezza che colpisce più di qualsiasi denuncia esplicita. Kill Boksoon rilegge l’action in chiave femminile, pop e ironica, confermando la capacità del cinema coreano di reinventare i generi dall’interno.


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Questi film, pur diversissimi, condividono un tratto comune: parlano del presente. Della pressione sociale che schiaccia, della competizione che logora, dell’identità che si frantuma, della famiglia che cambia forma, del lavoro che diventa un campo di battaglia, della solitudine urbana che attraversa ogni generazione. È un cinema che osserva la Corea, ma parla al mondo, perché le sue contraddizioni sono ormai globali.

La direzione verso cui si muove questa cinematografia è sempre più chiara. Sta diventando più matura, più politica, più internazionale. Se gli anni Duemila erano stati l’epoca della rivoluzione dei generi e gli anni Dieci quella del riconoscimento globale, gli anni Venti stanno diventando l’epoca della riflessione sociale. La Corea non vuole più solo sorprendere con colpi di scena, invenzioni visive o mescolanze di genere: vuole raccontare. Vuole interrogare il presente, smontare i meccanismi del potere, mettere in scena le contraddizioni della modernità. E lo fa con una libertà che Hollywood sembra aver smarrito, con una freschezza che l’Europa fatica a ritrovare, con una capacità di parlare a pubblici diversi che pochi altri Paesi possiedono.

No Other Choice diventa il simbolo perfetto di questa nuova fase: un cinema che non ha paura di essere scomodo, ironico, crudele, profondamente umano. Un cinema che non cerca più di dimostrare qualcosa, ma di capire qualcosa. Che non vuole solo intrattenere, ma interpretare il mondo. Il futuro del cinema sudcoreano è già qui, nei film che continuano a cambiare le regole del gioco. E la sensazione è che siamo solo all’inizio.

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