Riccardo Scamarcio in un film drammatico su RaiPlay che scava nel legame tra padre-figlio con sguardo asciutto e profondo, tra colpa e bisogno di riscatto.
Non è un film che cerca il consenso immediato. “Il ladro di giorni” è uno di quei film drammatici italiani che procedono in sottrazione, affidandosi ai silenzi, agli sguardi e alle scelte sbagliate degli adulti per raccontare ciò che davvero resta ai figli. Oggi è disponibile su RaiPlay, ed è il momento giusto per riscoprirlo, lontano dalle aspettative commerciali che spesso penalizzano opere di questo tipo.
Diretto nel 2020 da Guido Lombardi, “Il ladro di giorni” nasce dall’omonimo romanzo dello stesso autore, il cui soggetto ha vinto il Premio Solinas – Storie per il cinema, uno dei riconoscimenti più autorevoli nel panorama italiano per la scrittura cinematografica. Un dato tutt’altro che marginale: fin dall’origine, il film si impone come un’opera pensata per indagare la complessità dei rapporti umani, non per semplificarla.
Il cuore del racconto è il rapporto tra Vincenzo e Salvo. Vincenzo è un padre assente, problematico, segnato dal carcere e da una vita ai margini della legalità. A interpretarlo è Riccardo Scamarcio, qui lontano da ogni seduzione del personaggio “carismatico”: il suo Vincenzo è opaco, irrisolto, spesso sgradevole. Salvo, invece, è un bambino di dodici anni che non vede il padre da sette anni, da quando fu arrestato davanti ai suoi occhi. Vive con gli zii, in un equilibrio fragile ma finalmente stabile, fino a quando quell’uomo riappare improvvisamente nella sua vita.
La richiesta è semplice solo in apparenza: passare qualche giorno insieme per ricostruire un legame. In realtà, Vincenzo ha bisogno del figlio come copertura per un trasporto illegale dal Piemonte alla Puglia. Da qui prende forma un road movie che attraversa l’Italia e, soprattutto, le crepe emotive dei protagonisti. Il viaggio diventa lo spazio in cui verità taciute, bugie e desideri di redenzione si scontrano senza filtri.
Lombardi sceglie una regia asciutta, controllata, evitando qualsiasi deriva melodrammatica. La macchina da presa osserva senza giudicare, lasciando che siano i gesti minimi a raccontare la trasformazione dei personaggi. In questo senso, il film si inserisce in una tradizione di cinema italiano realistico che privilegia l’ambiguità morale alla spiegazione rassicurante. Non c’è redenzione garantita, non c’è pedagogia: c’è solo il tentativo, tardivo e imperfetto, di fare i conti con le proprie responsabilità.
Accanto a Scamarcio, il giovane Augusto Zazzaro offre un’interpretazione sorprendentemente misurata. Il suo Salvo non è mai ingenuo, ma nemmeno cinico: osserva, registra, assorbe. È lui, più del padre, a portare sulle spalle il peso emotivo del film.
Intorno ai protagonisti si muove un cast solido e perfettamente calibrato: Massimo Popolizio interpreta Totò, figura adulta ambigua legata al passato criminale di Vincenzo; Vanessa Scalera è zia Anna, presenza familiare concreta e protettiva nella vita di Salvo; mentre Giorgio Careccia veste i panni di Vito, uno degli uomini che orbitano attorno al viaggio e alle scelte irrisolte del padre. Interpretazioni misurate che tengono il racconto ancorato a una dimensione credibile, mai sopra le righe.
La critica ha letto “Il ladro di giorni” come un film sull’infanzia esposta agli errori degli adulti, più che come un semplice dramma criminale. Su IMDb ha ottenuto una valutazione media di 6,2/10, mentre diverse testate specializzate ne hanno sottolineato la coerenza narrativa e la capacità di raccontare il fallimento educativo senza retorica.
Il fatto che oggi sia RaiPlay a renderlo disponibile non è casuale. Il servizio pubblico ha spesso il merito di riportare sotto i riflettori film sottovalutati alla loro uscita, offrendo allo spettatore uno spazio di visione più adatto alla loro natura. “Il ladro di giorni” è uno di questi: un film che non cerca di piacere a tutti, ma che ha ancora molto da dire a chi è disposto ad ascoltare.