Che cos’è peggio, in una classifica delle tragedie: che, una settimana prima che tu compia sei anni, sparino a tuo padre, e tutta la vita ovunque ti giri spuntino le immagini del giorno in cui l’hanno ammazzato? O che, molti anni dopo, tua figlia trentacinquenne muoia di cancro, anche lei con due bambini piccoli?
Di certo, una cui accadono queste due cose ha altro da pensare che i capricci di Trump. Di certo, una sceneggiatura in cui a un personaggio accadano entrambe queste cose sarebbe un mélo insopportabile, un accumulo di sfighe francamente inverosimile. Se non fosse vera, sarebbe una storia che qualunque produttore cinematografico boccia perché chi vuoi mai che ci creda, orsù.
Per cominciare l’anno con allegria, mi sono concentrata sulla storia di Tatiana Schlossberg, sorella di Jack, il quale si chiama come il nonno, il più famoso dei Kennedy, e ciononostante ha fatto la carriera d’un qualunque ambiziosetto senza natali importanti: da TikTok a una candidatura al Congresso; e figlia di Caroline Kennedy, il cui padre fu ucciso sei giorni prima che Caroline compisse sei anni nel più famoso attentato del Novecento (o il più famoso è l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, sebbene avvenuto senza immagini televisive?).
Tatiana è morta l’altroieri, cinque settimane dopo la pubblicazione sul New Yorker d’una storia autobiografica giustamente intitolata sulla battaglia che combatteva col suo sangue. In un altro dettaglio che renderebbe incredibile questa storia se fosse di finzione, c’è che il cancro di cui è morta Tatiana è una leucemia, che è un cancro del sangue, di quel sangue dei Kennedy che una non vuol credere alle maledizioni però insomma gli indizi sono ormai troppi per non fare una prova.
Il nonno di Tatiana era John Kennedy, il suo prozio era Bobby. E suo zio, il fratello di sua madre, era John John: Tatiana era una delle bambine che facevano da paggetti al suo matrimonio con Carolyn Bessette, nel 1996, tre anni prima che John John e Carolyn morissero, come da tradizione familiare, prematuramente.
Quando avevo letto il pezzo del New Yorker avevo pensato che era un peccato che una storia così straziante – una trentaquattrenne partorisce la sua seconda figlia, ha degli strani valori del sangue, potrebbe essere leucemia ma potrebbe anche essere solo il parto, sarà di certo il parto, ah no: è leucemia – diventasse una tirata antitrumpiana.
La seconda parte del racconto di Tatiana si concentrava sul cugino disconosciuto, Robert Kennedy jr., figlio di Bobby e ministro di Trump. In un’altra di quelle coincidenze che sarebbero incredibili al cinema, a ventiquattr’anni Tatiana lavorava alle pagine locali del New York Times: fu lei a scrivere l’articolo sul misterioso cadavere dell’orso trovato sulla ciclabile, dieci anni prima che venisse fuori che era stato l’impresentabile cugino a scaricare lì la carcassa.
La seconda parte, dunque, era sul suo sistema immunitario inesistente dopo i due inutili trapianti, sui vaccini che avrebbe dovuto rifare ma il cugino picchiatello li stava abolendo, e sul medicinale per fermare la sua emorragia postparto che rischiava anche quello di non poter più essere utilizzato grazie all’ubriaca gestione statunitense delle regolamentazioni intorno all’interruzione di gravidanza in mancanza d’una legge federale.
Mi era tornata in mente quella volta che Francesca Mannocchi aveva scritto per L’Espresso della sua sclerosi multipla, ma – proprio come la Schlossberg – con quel tic dato da chi ha fatto troppo a lungo la giornalista, per cui c’è un po’ di pudore rispetto alla prima persona: si cerca di rendere evidente che non si sta parlando solo di sé, ma raccontando una storia universale (non ce n’è bisogno: cosa credete significhi quella citazione che tanto vi piace su niente di umano che ci sia alieno?). Mannocchi ne aveva fatto un articolo sulla destra cattiva che vuole smantellare il servizio sanitario nazionale, Schlossberg una storia di destra cattiva che vuole far regredire i progressi della farmaceutica: possibile che sempre di loro finiamo a parlare?
Poi Tatiana Schlossberg è morta, lei che solo un anno e mezzo prima si domandava incredula come potesse essere malata lei che al nono mese di gravidanza nuotava per un chilometro, lei che solo cinque settimane prima scriveva del suo timore che i suoi figli non si ricordassero di lei, che non avessero abbastanza ricordi da non confonderli coi resoconti e le foto – e se non lo sapeva lei, che era cresciuta, raccontava, cercando di non dare dispiaceri alla mamma che aveva avuto già tanti dolori, il primo dei quali era stato quel padre ucciso quando lei non aveva neppure sei anni, un padre di cui non c’erano foto private, non c’erano ricordi non condivisi con le folle.
È morta, Tatiana, nel pieno della polemica più scema della destra scema e della sinistra scema. Quella sul Kennedy Center, cui Trump ha deciso di cambiare nome: Trump Kennedy Center. E naturalmente tutti, schiavi dell’engagement anglofono e mai di quello francofono (significa: delle interazioni social e non dell’impegno politico – lo preciso perché ho grandissima fiducia nella comprensione del testo dei miei lettori), tutti gli sono andati dietro come polli.
Tutti gli spettacoli, da “Hamilton” in giù, che si dovevano fare lì sono stati revocati, e tutti si sono precipitati a cianciare dell’ego di Trump. Non è che serva aver fatto un compito in classe su “Introduzione al narcisismo” per sapere che, per la verità, gesti come questo mostrano quant’è fragile l’ego di quell’omino buffo. Solo uno che sa che nessuno mai gli dedicherà un memoriale si appropria di quello altrui, di quello dell’ex presidente più famoso e più mitizzato e più fotogenico, e cerca di prendersi un barlume di luce riflessa. È un’operazione straziante, viene quasi da volergli bene, o almeno da offrirgli una Kinder Brioss.
(Una battuta non male era in un pezzo sull’Atlantic, giocava su quella che è forse la più famosa frase di John Fitzgerald Kennedy, «non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro paese». Faceva così: Trump non si chiede cosa può fare per il suo paese, ma a cosa il suo paese possa dare il suo nome).
E quindi, mentre la sera del 30 veniva resa pubblica la notizia della morte di Tatiana Schlossberg, Trump, che è cronicamente online come tutti quelli non molto intelligenti e non molto carismatici, ripostava gente che gli dava ragione, come fanno tutti quelli non molto sicuri di sé e non molto capaci di comunicare. Gente che gli dava ragione sul cambiare nome al Kennedy Center. Perché c’è una prospettiva dalla quale il gesto abbia senso? No, perché viviamo in un mondo di tifoserie, e quindi una cazzata quale cambiare nome al Kennedy Center diventa la cosa più grave del mondo se sei da una parte, e una cosa sacrosanta se sei dall’altra.
Naturalmente la scelta di ripostare gente che dice che ai Trump importa delle arti mentre ai Kennedy importa solo dei Kennedy, di ripostarla mentre muore una Kennedy, è stata subito inquadrata come una cafonata simile a quel post in cui il cafone in chief diceva che Rob Reiner e la moglie erano stati ammazzati dalla loro negatività antitrumpista. Io, che sono pessimista, non riesco a decidere quale sia l’ipotesi più verosimile. Che Trump stia tentando di attirare l’attenzione di Caroline, la Kennedy presentabile, mentre è impegnata a seppellire la figlia e consolare i nipoti. O se sia persino possibile che il cafone in chief non ci abbia pensato, alla Kennedy appena morta, mentre difendeva le sue ragioni per mettere in posa il suo nome vicino a quello del Kennedy morto in un altro secolo. A quello del Kennedy più presentabile, dopo essersi dovuto accontentare, come ministro, di quello più impresentabile.
Nel frattempo il Washington Post, di proprietà del suo amico Bezos, scriveva che in South Carolina i pediatri visitano i bambini con la febbre nel parcheggio per non farli stare in sala d’attesa dove potrebbero contagiare gli altri col morbillo, morbillo che non è più sotto controllo per la ragione che scriveva poco prima di morire Tatiana: al cugino picchiatello non piacciono i vaccini.
Forse aveva ragione lei, a incazzarcisi fino alla fine. Sul New York Times c’è un ricordo di quello che fu il primo capo di Tatiana al Bergen Record, un giornale del New Jersey. Racconta che, timida ventiduenne, chiamava il capo della polizia per avere qualche notizia di cronaca nera, e quello le diceva: ma è vero che sei una Kennedy?
Un po’ lo capisco, Trump che vuole stare nella denominazione del Kennedy Center: è il gemello americano di quelli che in Europa si comprano i titoli nobiliari. Morire giovani è una schifezza, ma anche vivere a lungo, sbattersi tanto, e tuttavia sapere che non ci sarà mai qualcuno che dica ammirato a una tua nipote «ma veramente è una Trump?», anche quello è un guaio che meriterebbe la nostra compassione, se ce ne avanzasse.