«Abbiamo fiducia nella giustizia italiana», si sono giudiziosamente affrettati a dichiarare i famigliari di Mohammad Hannoun. «Grande fiducia», si è tosto associato l’imam genovese Husein Salah, «piena fiducia» dalle Comunità palestinesi in Italia. E se confidano loro, perché mai dovremmo diffidare noi?

Chi invece non ne ha altrettanta, di fiducia, anzi non ne ha proprio per niente, sono i nostrani militanti della causa, che hanno già deciso, mentre sui social si comincia a tessere la narrazione dell’attacco al movimento palestinese («una mostruosità giuridica incostituzionale che trasforma in legge dello Stato italiano le misure repressive del regime fasciosionista israeliano» si legge in un comunicato di Potere al Popolo) e di accuse fondate su documenti inviati da Israele e quindi per definizione inattendibili (mica vero: oltre a questi ci sono migliaia di intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte in mesi di lavoro dal nostro antiterrorismo).

Mentre prende forma tutto questo, si diceva, per le strade si cominciano a vedere gli striscioni che esprimono solidarietà per Hannoun e pretendono la libertà per lui e tutti gli arrestati.

Ebbene: vogliamo condividere la fiducia nella magistratura e, con la famiglia e il movimento pro-Pal, ci auguriamo che il presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia, presunto capo della cellula italiana di Hamas, sia davvero estraneo alle accuse. Magari i soldi che raccoglieva venivano consegnati a Hamas, ma alla sua ala politica che poi li distribuiva alla popolazione, oppure, in parte o in toto, venivano requisiti a sua insaputa dall’ala militare di Hamas, che li utilizzava come sappiamo. Vedremo.

Restano tuttavia le parole che Hannoun ha pronunciato, in privato nelle intercettazioni e in pubblico nei comizi: queste le ha dette proprio lui, non sono una montatura sionista. Lui le ha dette e molti di voi le hanno ascoltate, cari amici pro-Pal. Senza battere ciglio. Battendo le mani.

Prendiamo per esempio queste, urlate in piazza a Milano lo scorso 18 ottobre, dopo che sui social erano circolate le immagini raccapriccianti di alcuni (anche in questo caso presunti) collaborazionisti palestinesi del nemico occupante, giustiziati per strada, e va da sé senza processo, a colpi di mitragliatrice: «La rivoluzione ha le sue leggi», aveva scandito l’architetto Hannoun, in Italia dal 1983. «I collaborazionisti che hanno ucciso uomini, donne, bambini e anziani gazawi devono essere uccisi. È la legge del taglione: chi ha ucciso va ucciso. Perché piangere per questi criminali?».

La legge del taglione, vi rendete conto? Roba da codice di Hammurabi, civiltà babilonese, XVIII secolo avanti Cristo. Che è bensì una delle più antiche raccolte di leggi scritte, e perciò una grande conquista per l’epoca, ma, diciamo, corrispondente a una sensibilità e a un’idea dei diritti umani un tantino diverse dalle nostre, di noi occidentali garantisti (e vabbè capitalisti, colonialisti, suprematisti e via autoflagellando) del XXI secolo dopo Cristo. La legge del taglione: oh, ma state bene?

Gli stessi concetti circa le esecuzioni degli “infedeli”, peraltro, Hannoun li aveva ribaditi esattamente una settimana più tardi nel convegno internazionale su «Il sionismo: cos’è davvero, come combatterlo» organizzato a Roma dal Fronte del dissenso. Applausi (si potrebbe citare la hit 1968 dei Camaleonti) di gente intorno a lui. A caso, tra gli interventori, Angelo D’Orsi, Moni Ovadia. Gente che, come nella canzone, lo sprona: «Canta, canta ancora…».

E lui canta. Canta la «necessità del jihad» e la nobiltà del martirio: «Noi ci sacrifichiamo con i soldi e con il tempo, loro ci mettono il sangue» riflette, intercettato, con i suoi compagni di fede. Martirio, ma siamo matti? Fedeltà alla missione fino al sacrificio di sé? Li vediamo meglio, i nostri studenti pro-Pal, tra una lezione e un corteo, a fare serata con gli amici.

Quanto al jihad, assumiamo pure, filologicamente, che non sia tout-court la «guerra santa», come nell’interpretazione comune, ma, più propriamente e letteralmente, lo «sforzo» verso uno scopo; e che la realizzazione di questo scopo, ossia la conversione degli infedeli, non debba avvenire necessariamente a fil di spada, come nei tempi andati o con strumenti più attuali e devastanti. Resta comunque che stiamo parlando di conversione all’islam, cioè a una religione rispettabile non meno delle altre, ma che sul piano dei costumi non ha fatto i conti con la modernità, con la secolarizzazione, la laicità, la distinzione tra Dio e Stato.

Ossia tutte quelle cose che hanno definito l’ambiente in cui si sono sviluppate le idee più avanzate in tema di diritti umani e civili. Ossia quegli stessi diritti condivisi dai nostri giovani socialmente impegnati, che si ripresentano nelle strade ora (da anni, ormai) come pro-Pal, ora (all’occorrenza) sotto le insegne di Non Una di Meno, ora (almeno una volta all’anno) dietro i carri variopinti del Gay Pride (mai, però, sotto la bandiera dell’Ucraina; ma si sa, laggiù sono tutti “ucronazisti”).

Ora, che cosa accade ai gay, alle lesbiche, ai queer, ai bi-, trans-, inter- e altrimenti sessuali nei Paesi dove vige la legge del taglione? E alle donne (per non parlare delle femministe)? Che cos’hanno da spartire con voi, pro-Pal della porta accanto, certi modelli sociali, e i discorsi di chi esplicitamente vi aderisce?

Avete letto cosa scrive, sulla situazione delle donne nel suo Paese, la giornalista e femminista palestinese Asmaa Al-Ghoul nel suo libro “La ribelle di Gaza” (tradotto da E/O nel 2024)? E per fugare ogni ombra di “collaborazionismo” aggiungiamo che l’autrice, intervistata su Le Monde del 4 dicembre 2023, ha ammesso a denti stretti che «sebbene i nostri valori, principi e visione non siano allineati, questa guerra brutale non ci ha lasciato altra scelta che difendere Hamas».

Tutto questo, naturalmente, non vuol dire che non ci si debba battere per la causa palestinese, che è prima di tutto un fatto umanitario. Ma bisogna saper distinguere, esercitare la capacità critica, scegliere con giudizio i compagni di battaglia. Altrimenti si alimentano gli equivoci e si nuoce alla causa. Perché è vero, come si legge nei cartelli innalzati di nuovo in questi giorni, che “la resistenza non è terrorismo”. Ma è altrettanto vero che il terrorismo non è resistenza.