di
Francesca Visentin

Veneziana, parla 10 lingue e ha lasciato tutto per esplorare: «Rinunciare ai confort permette di essere in contatto con la popolazione locale, capire come vivono e vivere come loro»

È appena rientrata dal Burundi e nei prossimi giorni riparte per Benin, Togo e Guinea. Tanya Nur, 28 anni, di Mestre, viaggiatrice per passione, ha già esplorato da sola 103 Paesi del mondo su 197, il primo a 17 anni. Il suo obiettivo è arrivare in ognuno dei 197 prima di compiere 31 anni, sarebbe la prima e unica donna italiana ad averlo fatto. “Entro tre anni raggiungerò il mio obiettivo”, dice. Papà di origine eritrea-yemenita, mamma di origine tedesca, si sente cittadina del mondo. Laureata in Storia del Medio Oriente, specializzata in diritto internazionale, linguista (parla correntemente 10 lingue), ha fondato e dirige una sua scuola di lingue, gestisce tutto online, così riesce a lavorare viaggiando, sempre connessa. Ma è anche esperta in arti marziali, 8 anni di Muay thai (box tailandese). Tanya Nur si trova spesso in situazioni di pericolo: viaggia sempre da sola, con mezzi economici e di fortuna (bus, passaggi, treno), dorme in ostelli collettivi. “Solo così entro veramente in contatto con la popolazione”, spiega. L’ obiettivo per il 2026 è l’Afghanistan.

Tanya Nur, perché la scelta di lasciare tutto e viaggiare?
«Il mio è amore per la scoperta. E desiderio di motivare altre donne a farlo, voglio dimostrare che le donne possono fare qualsiasi cosa. Ho conosciuto donne in tanti Paesi del mondo che non possono nemmeno uscire di casa o fare sentire la loro voce, viaggio anche per loro. Sono partita per la prima volta a 17 anni, ho viaggiato in Danimarca. Poi a 23 la scelta: ho lasciato la mia casa di Mestre per viaggiare. Ora non possiedo nulla, abito nel mondo. Quando torno a Mestre sto a casa di mio padre o ospite da amici, che mi imprestano anche i vestiti. Parto solo con un piccolissimo zaino, più comodo negli spostamenti e nei lunghi tragitti in bus locali. Non mi serve nulla a parte il computer, acquisto e rivendo i vestiti nel luogo in cui sono. Non ho casa da nessuna parte, ma sento che il mondo è la mia casa».



















































C’è qualcosa che le manca in questa vita da viaggiatrice?
«Sono felice, non potrei vivere una vita migliore di questa. Sono affamata di scoperta».

Viaggia da sola anche in luoghi di conflitti o grande criminalità…
«Sì. I pericoli ci sono. Ma voglio dimostrare che una giovane donna può riuscire in questa impresa. Prendo comunque molte precauzioni: ho con me un gps collegato alle autorità locali, c’è sempre qualcuno che sa dove sono. La tecnologia è di grande aiuto, anche per lavorare».

Perché rinuncia a qualsiasi comfort?
«Scelgo il modo di viaggiare che mi permette di essere in contatto con la popolazione locale, capire come vivono e vivere come loro. Ho fatto anche 20 ore di bus in zone impervie».

Episodi difficili?
«In Burundi da cui sono appena tornata, in un bus le pulci mi hanno divorato le gambe… In Pakistan mi sono presa il colera, in Africa la scabbia. Le gastroenteriti non le conto più. In Mauritania ero con una famiglia tedesca che mi aveva dato un passaggio e l’auto si è rotta in mezzo al deserto, siamo rimasti sei ore sotto al sole, nel nulla. Poi incredibilmente è passato proprio lì il sindaco di Chinguetti, città santa della Mauritania, ci ha salvati. In Bangladesh sono stata derubata di tutto da un autista, ma la polizia ha trovato subito e arrestato il ladro, sono finita pure sulla loro tivù nazionale, la mia intervista ha avuto 20milioni di share, la gente mi riconosceva per strada, mi fermavano per darmi soldi, per scusarsi, una popolazione incredibile. So che devo essere mentalmente preparata ad affrontare qualsiasi cosa, parto con questo spirito. Nel sud dell’Etiopia i bus di notte si fermano nel buio totale in mezzo ai boschi per la “pausa-toilette”, si scende tutti a mano, una catena umana per non perdersi nel buio e ci si ritrova a fare pipì accanto a sconosciuti, ci si abitua a superare anche il pudore».

I viaggi in programma nel 2026?
«Completerò i Paesi che mi restano nell’Africa occidentale, i più piccoli, in Asia e in Sudamerica, mi sposto seguendo l’andamento dei monsoni per evitare la stagione delle piogge. E andrò in Afghanistan».

Il Paese più difficile e quello che ha amato?
«Per una donna i Paesi più difficili sono Tanzania e Mauritania e le zone africane isolate, dove non esistono turisti. I Paesi più accoglienti sono stati il Vietnam e la Thailandia. Invece il Paese che amo di più e dove torno ogni anno è l’India, la zona dell’Himalaia, lì ho imparato anche il linguaggio himalaiano da un monaco tibetano. Studio sempre, è uno dei miei obiettivi: oggi parlo correntemente dieci lingue. Se il viaggio fosse un videogioco, metterei al primo livello (più facile) il sud-est asiatico, al secondo livello i Paesi Europei: per una donna è più pericoloso trovarsi di sera alla stazione di Padova piuttosto che a Bankok. E all’ultimo livello (più difficile), Burkina Faso, Sudan, Niger, sempre in guerra, lì è obbligatorio girare con la scorta della polizia».

È stata a Gaza e in Ucraina?
«Sì. Sono stata sia a Gazia sia in Ucraina, ma prima della guerra. In generale, amo il Medio Oriente e i Paesi Arabi, lì come donna ho trovato protezione, anche se so che può sembrare strano».

Un episodio curioso?
«In India un indovino senza conoscermi e senza avermi mai vista mi ha raccontato tantissime cose di me, tutte giuste».

Con il cibo?
«Sono vegetariana, in molti Paesi riesco a mangiare solo patate e riso. Ma il cibo per me non è mai stato un problema. Il vero problema è l’acqua, che bisogna sempre cercare di fare bollire prima di bere».

Come si organizza nei viaggi?
«Spendo pochissimo, molto meno di quando vivevo a Mestre. Mangio con 3 euro al giorno, dormo in dormitori condivisi, viaggio principalmente sui bus locali. Affrontare la sporcizia ormai non mi fa più effetto, anche le cimici dei letti, per quanto disgustose. Ma riesco sempre a trovare un posto dove lavarmi e sono pulitissima, ovunque. Uso vestiti di seconda mano che acquisto sul posto e poi rivendo, in modo da non avere bagaglio pesante. Non posseggo nulla, ma cerco di investire nell’educazione, nello studio. Adoro parlare con la gente e imparare. Mi hanno insegnato molto i monaci buddisti».

Un segreto di sopravvivenza nelle situazioni estreme?
«Evito in tutti i modi di mettermi in situazioni pericolose. Mi adatto alla cultura locale, anche quando non la condivido. Ci sono posti in cui non puoi permetterti di fare valere la tua opinione, è a rischio la vita. Penso ad esempio alla Mauritania, dove esiste ancora la schiavitù. O all’Afghanistan dove è obbligatorio il velo. E a tanti Paesi in cui le donne non hanno diritto di parola…».

Come vede il futuro?
«Viaggiare mi sta cambiando. Non so come sarò quando avrò girato ogni Paese del mondo. Ho un diario di viaggio, magari diventerà un libro».

E l’amore?
«La vita di viaggiatrice porta molti incontri e molte amicizie, ma lascia anche inevitabili addii alle spalle. Non è facile, ma in un certo senso è poetico. L’amore per me è ancora un percorso interiore, di scoperta, il modo di vivere le relazioni cambia quando si viaggia continuamente».

La qualità principale di una viaggiatrice?
«Avere un’ottima salute»

Un desiderio per il 2026?
«Vorrei che il modo in cui ho deciso di vivere diventasse un messaggio per la parità. Vorrei essere di ispirazione per le donne che non credono in sé, invece hanno tutte le potenzialità per fare qualsiasi cosa. Per seguirmi o scrivermi, su Instagram @Tanyabraun_».».


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2 gennaio 2026 ( modifica il 2 gennaio 2026 | 07:50)