Belfast, prima che il mondo lo chiamasse “Best”
George Best il 22 maggio 1946, in una Belfast che non ti regala niente. la città ti lascia addosso una pellicola di freddo e cemento, e se vuoi un varco devi costruirtelo da solo, con le ginocchia sbucciate e un pallone che rimbalza male.
Poi succede una cosa semplice e irreparabile: qualcuno lo vede davvero. A quindici anni il Manchester United lo porta via. Non come si porta via un ragazzo: come si mette al sicuro un segreto.
Old Trafford, 14 settembre 1963: l’esordio con il rumore addosso
Old Trafford è un posto dove l’aria pesa. Non è uno stadio, è un luogo dove si emettono sentenze, sulle gradinate ci sono persone che bevono birra scura e masticano calcio: ti giudicano al primo controllo, alla prima finta, al primo pallone perso. Il 14 settembre 1963 George Best debutta in casa contro il West Bromwich Albion. Un diciassettenne che entra su quell’erba e sente quel rumore, anni dopo lo ricorderà come una cosa fisica, quasi un muro, sul quale è un attimo andare a sbattere al primo scatto.
Da lì in avanti, però, la sua biografia prende una forma che diventa una splendida e stupefacente abitudine: ogni volta che riceve palla, qualcosa cambia, lui la restituisce a quel pubblico e lo stordisce di meraviglia, con un gesto che quasi sempre è quintessenza di bellezza, talento allo stato puro. È il tipo di emozione che trasforma la partita che stai guardando in una storia che non vedi l’ora di raccontare la pub, e poi nel tempo ai tuoi figlie e ancora, più avanti, ai tuoi nipoti.
Quasi 500 volte United: il talento che si misura anche coi numeri
Il mito ama la poesia, la trasfigurazione della realtà e detesta le cifre, i resoconti aridi della contabilità. Però vale la pena di dare una sbirciatina ai numeri che Best ha collezionato e che hanno costruito la sua leggenda: 470 presenze, 179 gol col Manchester United. Undici anni in cui la sua faccia diventa poster, la sua falcata diventa imitazione, e il suo dribbling una lingua che capiscono anche quelli che non parlano di calcio.
Lisbona, 9 marzo 1966: nasce “il quinto Beatle”
Certe notti hanno il potere di far percepire a chi le sta vivendo che sono i testimoni di un passaggio magico, quelle notti in cui la carriera di un calciatore smette di essere una carriera e diventa una notizia internazionale, tutti sono alla presenza della nascita di una leggenda.
Lisbona, Estádio da Luz. Quarto di finale di Coppa dei Campioni, ritorno: Benfica–Manchester United finisce 1–5. Best segna due volte, presto, come se volesse spegnere il boato prima che diventi minaccia. Il resto lo fa la scena: capelli, luce, fotografia, e una stampa che in quel momento non sta battezzando un calciatore ma un personaggio pop.
Quella notte nasce il “Quinto Beatle” un’etichetta che gli rimarrà attaccata addosso tutta la vita. È un soprannome, sì, ma è anche un segnale: il calcio sta entrando nella cultura di massa con la stessa velocità con cui lui salta l’uomo.
La Trinità: quando tre nomi diventano un’epoca
In quella squadra ci sono anche altri due calciatori quasi mitologici, Bobby Charlton e Denis Law. Non è un dettaglio: è una combinazione che fa epoca, è un attacco che sembra progettato per far credere alla gente che tutto sia possibile. E Best era , senza possibilità di smentita, il volto più luminoso di quella generazione.
E intanto, fuori, la celebrità cresce con una fame tutta sua.
Wembley, 29 maggio 1968: 4–1 dopo i supplementari, e l’Europa finalmente in tasca
Wembley ha un suono diverso: sembra sempre più grande di quello che vedi. La finale di Coppa dei Campioni del 29 maggio 1968 è Manchester United–Benfica. Finisce 4–1 dopo i supplementari. Best segna in extra time, nel momento in cui le gambe sono più pesanti e le idee dovrebbero diventare prudenti. Lui no: sceglie la via più breve tra la gloria e l’istinto.
Quella notte non è solo una coppa. È un cerchio che si chiude per un club che, dieci anni prima, aveva conosciuto la tragedia di Monaco. Wembley diventa il luogo in cui la memoria e il futuro si stringono la mano.
Dicembre 1968: pallone d’oro, e la fotografia che non ti lascia più
A fine anno, nel 1968, l’Europa mette un timbro ufficiale: George Best si aggiudica il Pallone d’Oro.
Qui la storia cambia colore. Perché un premio non è soltanto un premio: è una stanza piena di flash che ti segue anche quando esci. È il momento in cui il ragazzo di Belfast diventa, definitivamente, una celebrità globale. E la celebrità, si sa, non ti chiede permesso.
Northampton, 7 febbraio 1970: sei gol nel fango, 8–2 e una partita che sembra inventata
FA Cup, 7 febbraio 1970. Manchester United vince 8–2 sul campo del Northampton Town. Best ne segna sei. Sei. In una competizione che di solito non concede poesia, ma fango e graffi.
È una di quelle partite che, raccontate al bancone, sembrano una sparata. E invece no: è cronaca. È il giorno in cui capisci che certi talenti hanno una crudeltà involontaria: non fanno male per cattiveria, fanno male perché possono.
Il prezzo della notte: quando il personaggio divora l’uomo
Best è stato anche un uomo che ha combattuto pubblicamente con l’alcol, e quella battaglia ha tagliato corto su una parte della sua vita e del suo calcio. L’enciclopedia Britannica lo descrive, senza giri, come “fashionable playboy” fuori dal campo.
C’è una zona, nella sua leggenda, dove la gente ama infilare frasi perfette. La più famosa è quella sul denaro (“ho speso molto in donne, alcol e auto… il resto l’ho sprecato”): è il classico racconto da pub, ripetuto ovunque e spesso senza una fonte primaria pulita.
Eppure, anche senza quella battuta, la sostanza resta: la fama non gli stava accanto. Gli camminava addosso.
Londra, 30 luglio 2002: il trapianto di fegato
Il 30 luglio 2002, The Guardian riporta che George Best è sottoposto a un trapianto di fegato al Cromwell Hospital di Londra. È un titolo freddo, chirurgico, e infatti fa male: perché ci ricorda che la vita, a un certo punto, presenta il conto senza metafore.
In quei giorni i bollettini parlano di progressi, di terapia intensiva, di attese. La sua storia, per un attimo, non è più sportiva: è umana, e fuori dall’ospedale ci sono quei cori, che urlavano ai suoi gol e sottolineavano le sue giocate, che recitano una preghiera silenziosa e sperano. Ma la vita, lo abbiamo detto, a volte non ama il lieto fine e ti sbatte in faccia solo la cruda realtà.
25 novembre 2005: l’ultima pagina
George Best muore il 25 novembre 2005, a Londra. Le ricostruzioni giornalistiche collegano il peggioramento a infezioni e complicazioni in un quadro reso più fragile anche dai farmaci immunosoppressori necessari dopo il trapianto.
A quel punto, il mito fa ciò che sa fare: torna indietro. Riporta tutto a Lisbona, a Wembley, a quelle corse in cui sembrava che il pallone fosse un’appendice naturale del corpo.
Resta il dribbling come memoria
Di George Best rimane una cosa difficile da copiare: non la tecnica, ma la sensazione. Quell’idea che, quando parte, l’uomo davanti a lui diventa improvvisamente più lento, come se il mondo avesse perso un secondo di reattività.
Rimangono i fatti, che sono già abbastanza: il ragazzo di Belfast, l’esordio del 1963, la notte di Lisbona del 1966, Wembley 1968, il Pallone d’Oro, i sei gol nel fango del 1970.
E rimane anche il paradosso più umano: la stessa luce che lo ha reso inconfondibile è stata, col tempo, una lampada puntata addosso senza interruttore, un raggio che lo ha consumato.
Scheda rapida
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Nato a Belfast il 22 maggio 1946; morto a Londra il 25 novembre 2005.
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Debutto col Manchester United: 14 settembre 1963 vs West Brom.
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Con lo United: 470 presenze, 179 gol.
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9 marzo 1966: Benfica–United 1–5, due gol di Best (nascita del soprannome “quinto Beatle”).
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29 maggio 1968: United–Benfica 4–1 d.t.s., Best segna nei supplementari.
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Pallone d’Oro 1968.
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7 febbraio 1970: 8–2 al Northampton, Best segna sei gol.
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30 luglio 2002: trapianto di fegato (Cromwell Hospital, Londra).

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