
Da venticinque anni sei impiegato nella stessa azienda, hai fatto carriera, le tue competenze sono solide, hai una moglie, due figli, due cani e una casa con un bel giardino. Ti svegli sempre alla stessa ora, sai chi sei e ti senti al sicuro. Poi un giorno, all’improvviso, perdi il lavoro perché sei stato sostituito da una macchina.
In No Other Choice – Non c’è altra scelta Park Chan-wook torna a raccontare una storia di sopravvivenza, ma questa volta il campo di battaglia non è un carcere, una vendetta privata o una passione ossessiva: qui siamo di fronte a una situazione molto vicina, molto comune, in cui potenzialmente gli spettatori potrebbero riconoscersi, cioè quando il panico ti attanaglia al punto che ogni collega, o potenziale tale, diventa un nemico.
Il film parte dal vuoto silenzioso e destabilizzante che si apre quando la quotidianità si rivela per quello che è sempre stata: una promessa revocabile in ogni momento.
Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, il film arriva ora nelle sale dopo un percorso festivaliero che lo ha già imposto come uno dei titoli più discussi, ma anche apprezzati, della stagione. Non sorprende che sia entrato anche nel radar dei premi internazionali, con candidature importanti, Golden Globes compresi, che ne certificano l’ambizione e il peso autoriale. Ma al di là del palmarès, No Other Choice è soprattutto un film che parla in modo diretto e scomodo del nostro presente, scegliendo di farlo attraverso una figura drammatica nella sua ordinarietà, il tipo di persona che incarna perfettamente l’ideale meritocratico: lavora, si sacrifica, e in cambio ottiene sicurezza. Insomma, una persona che ha sempre fatto ciò che doveva per ottenere una vita dignitosa e che si rende conto che all’improvviso questo non basta più e diventa necessario superare i propri limiti, compresi quelli etici.
Trailer del film
Non c’è altra scelta, neanche per i dipendenti
Il mondo di Man-su, questo è il nome del protagonista, si spezza con una formula tanto cortese quanto definitiva: “non c’è altra scelta”, come gli dicono mentre lo licenziano. Da qui scatta il progressivo slittamento in un’instabile nuova routine: all’inizio Man-su è certo che troverà presto un nuovo lavoro, ma poi arrivano i colloqui, i rifiuti, le umiliazioni e la crisi di identità. Con loro, una domanda che è il leitmotiv di tutto il film: chi sei, quando non puoi più fare quello che hai sempre fatto?
È qui che Park Chan-wook innesta il discorso più interessante che riguarda lo sgretolarsi della classe media contemporanea. Man-su non è povero, non è uno degli ultimi, non è la bassa manovalanza sostituibile di un altro film uscito quest’anno sempre a Venezia, Grand Ciel: lui è uno di quelli bravi, uno di quelli che ha sempre fatto il suo dovere, uno che si sentiva al sicuro, il prodotto più riuscito di un sistema che promette stabilità in cambio di obbedienza. Lui e l’intera classe sociale a cui appartiene vivono sospesi su una soglia: abbastanza protetta da credersi al sicuro, abbastanza esposta da poter perdere tutto in tempi brevissimi.
A questo punto, però, mentre la famiglia passa da una rinuncia all’altra fino ad affidare i cani ai genitori anziani, la situazione per Man-su comincia a farsi più chiara: e se anche lui, come l’azienda, non avesse scelta? E se la lotta per trovare un nuovo lavoro fosse più cruenta di quanto la società civile potrebbe immaginare?
“No Other Choice” è Park Chan-wook all’ennesima potenza
Dal punto di vista narrativo, No Other Choice riprende alcuni temi ricorrenti nel cinema di Park Chan-wook, ma li declina in modo diverso. Come in Oldboy e in generale nella trilogia della vendetta, c’è un uomo che viene privato di qualcosa di fondamentale e che reagisce trasformando la propria frustrazione in un progetto ossessivo. Qui però manca un antagonista, o meglio, il “cattivo” è l’intero sistema, ma non lo puoi sconfiggere, e allora puoi rivalerti solo su chi naviga nelle tue stesse acque. Il vero nemico è impersonale, fatto di procedure, colloqui HR, sorrisi di circostanza, ma non lo devi combattere, devi solo trovare un modo per starci dentro: il premio sarà il ripristino di un ordine simbolico che ti legittima di nuovo come membro rispettabile della società.
Il film costruisce questa deriva con una messa in scena impeccabile. Gli spazi domestici, la casa con il giardino, i bonsai curati con maniacale attenzione, diventano il riflesso di un’identità che cerca disperatamente di restare integra mentre tutto intorno si sfalda. Come spesso accade nel cinema di Park Chan-wook, l’ambiente è una proiezione dello stato mentale dei personaggi. Qui, però, la raffinatezza visiva non serve a creare distanza ma a rendere ancora più doloroso il contrasto tra ciò che Man-su ha costruito e ciò che rischia di perdere.
“No other choice” è l’anti “Stroker”
Un confronto interessante è quello con Stoker (2013), l’opera americana di Park Chan-wook, spesso considerata una parentesi stilistica nella sua filmografia, quasi un incidente di percorso dovuto alle dinamiche diverse del cinema hollywoodiano. Le due pellicole però hanno in comune un senso di inquietudine costante, che però viene creato con artifici molto diversi: in Stroker il regista aveva lavorato per sottrazione e la suspense nasceva da ciò che non veniva detto, dai silenzi, dagli sguardi troppo lunghi, da una messa in scena elegantissima che suggeriva la violenza senza quasi mai mostrarla apertamente, e tutto era calibrato per insinuarsi sotto la pelle, come un rumore di fondo che cresce lentamente senza mai esplodere. In No Other Choice, invece, Park Chan-wook sceglie consapevolmente la strada opposta: l’inquietudine nasce da una situazione sociale claustrofobica, ma si estrinseca nella logica cristallina che porta a una violenza esibita (anche se forse un po’ meno che in altri suoi film) come a suggellare un paradosso: se non abbiamo scelta, possiamo essere giudicati per le nostre azioni?
Qui ci troviamo di fronte a un personaggio che sembra spingersi sempre un passo oltre il realismo e a battute che interrompono il flusso drammatico per creare uno straniamento immediato. Il risultato è un disagio più esplicito, che rompe continuamente il patto emotivo con lo spettatore. Non c’è più nulla dell’eleganza di Stoker, che turbava perché il flusso era continuamente trattenuto, mentre No Other Choice spiazza perché non si trattiene quasi mai.
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Quando il grottesco travalica la trama
Questa scelta però ha delle conseguenze. In Stroker il controllo formale serviva a rendere l’orrore quasi astratto, qui l’eccesso rende il disagio fin troppo concreto. Il grottesco applicato a una storia di perdita del lavoro e declassamento sociale produce un cortocircuito: lo spettatore non ha il tempo di metabolizzare il dolore, perché viene continuamente spinto fuori dalla scena da una risata amara o da una situazione assurda. Passiamo da un veleno lento e invisibile a una ferita che viene toccata di continuo, e non sempre lo spettatore è pronto a reggere questo sbalzo.
Sembra quasi che Park Chan-wook non si fidi completamente della forza di quello che ha già tra le mani, che invece è molto. Il ricorso insistito al grottesco e all’eccesso rischia di indebolire proprio ciò che il film dovrebbe sottolineare: la banalità del crollo. La classe media non precipita in modo spettacolare, ma scivola lentamente, tra colloqui falliti e piccole umiliazioni quotidiane. Quando il film accentua troppo l’ironia, quest’inquietudine che serpeggia in ogni scena viene compressa, e lo spettatore può sentirsi spiazzato, se non respinto.
Lo stesso regista ha dichiarato che in No Other Choice l’umorismo è più esplicito rispetto ad altri suoi lavori, e il film è attraversato da momenti così grotteschi che lo spettatore può infastidirsi, perché la tensione è continuamente interrotta da una sceneggiatura e una regia abbastanza aggressive. Nei momenti in cui il film insiste troppo sul grottesco, il rischio è che la sofferenza di Man-su venga percepita come un dispositivo narrativo più che come un’esperienza condivisibile, e l’empatia potenziale si spezza.
Adattarsi alla caduta o perdere se stessi?
La figura di Miri, la moglie, introduce un ulteriore livello di complessità. È razionale, pragmatica, capace di riconoscere la crisi senza farsi travolgere: taglia le spese, fa piani economici, prende in considerazione le ipotesi peggiori. In un altro film avrebbe potuto essere la voce della speranza, qui è piuttosto lo specchio di ciò che Man-su non riesce ad accettare: l’idea che la vita vada ridimensionata, che lo status non sia un diritto acquisito e che si può rinegoziare all’occorrenza. La loro dinamica racconta una frattura interna alla classe media stessa, tra chi è disposto ad adattarsi e chi vive ogni rinuncia come una perdita identitaria irreversibile.
Alla fine, No Other Choice è un film che non offre consolazioni. Non c’è una vera catarsi, non c’è una soluzione accettabile. Il titolo smette presto di riferirsi solo al licenziamento e diventa una condizione esistenziale: non c’è altra scelta che restare dentro un sistema che ti ha già espulso simbolicamente, e per farlo devi accettare qualunque prezzo. È un film di grande spessore proprio perché mette lo spettatore davanti a una possibilità concreta, condivisibile da quasi tutti: nei vari giri del destino, tutte le nostre sicurezze possono ridursi a un pugno di sabbia che ci sfugge dalle mani.
Forse Park Chan-wook spinge troppo sul grottesco, forse alcune battute arrivano quando il silenzio avrebbe fatto più male, ma il disagio che resta addosso è la prova che nel complesso è un lavoro attento ed efficace, che non racconta un’eccezione, ma la regola che sta emergendo sotto i nostri occhi anche quando cerchiamo di non vederla.