di
Vera Martinella
Sono 12.700 le diagnosi ogni anno in Italia, il sangue nelle urine è il sintomo principale. Alcune categorie di persone rischiano di più d’ammalarsi
Colpisce più gli uomini delle donne, ma i casi sono in costante lenta crescita in entrambi i sessi. Colpa soprattutto delle «cattive abitudini» sempre più diffuse anche in Italia: sovrappeso e obesità, ipertensione, alimentazione scorretta e sedentarietà. Una menzione a sé va fatta, poi, per il fumo visto che circa un terzo dei malati sono tabagisti o lo sono stati a lungo.
«Più della metà dei tumori del rene viene scoperta in modo occasionale, in seguito a un’ecografia addominale spesso richiesta per altri motivi – spiega Sergio Bracarda, specialista in Oncologia ed Urologia, coordinatore delle linee guida dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Una casualità che ha conseguenze positive perché consente una diagnosi precoce e maggiori probabilità di guarigione».
Sono oltre 12.700 i nuovi casi di carcinoma renale diagnosticati ogni anno in Italia: 7.900 negli uomini e 4800 nelle donne.
In media, a cinque anni dalla diagnosi, è vivo circa il 71% dei pazienti: in prevalenza sono persone che, al momento della diagnosi, avevano una malattia localizzata, ma grazie alla disponibilità delle nuove combinazioni di farmaci basate sull’immunoterapia si è allungata la vita anche di chi ha scoperto il tumore in fase avanzata.
Quali i sintomi a cui prestare attenzione?
In fase iniziale il carcinoma renale non da quasi mai sintomi identificabili, possono tuttavia essere presenti ematuria (sangue nelle urine) quando la neoplasia infiltra la via escretrice che scarica l’urina prodotta dal rene nella vescica, un perdurante senso di peso al fianco o la comparsa, nel maschio, di varicocele.
«Per quanto riguarda l’ematuria – sottolinea Bracarda – è importante ricordare che pur essendo a volte associata alla presenza di tumori del tratto genito-urinario (in particolare rene e vescica) la sua causa più frequente in assoluto è un’infezione. In sua presenza vanno quindi fatti con celerità degli accertamenti per arrivare ad una diagnosi appropriata».
Quali esami servono per diagnosticarlo?
In caso di sangue nelle urine, senso di peso a livello lombare, comparsa di varicocele o altri sintomi giudicati «sospetti» dal medico, l’esame di prima scelta rimane l’ecografia completa dell’addome. «Se il dubbio viene confermato va effettuata una TAC Total Body unita a un profilo ematobiochimico completo per valutare l’estensione della malattia e programmare il trattamento più adeguato al singolo caso – dice Giuseppe Procopio, responsabile dell’Oncologia Medica Genitourinaria all’Istituto Nazionale Tumori Milano -. Infine, in presenza di dolore osseo e in base agli esiti della TAC può essere opportuno associare anche una scintigrafia ossea».
Chi è più a rischio di ammalarsi?
A oggi non esiste una forma di prevenzione specifica di questo tipo di cancro, né esami da eseguire a tappeto come screening, ma si può fare qualcosa per limitare il pericolo di ammalarsi: «Le statistiche indicano che circa la metà dei casi di tumore al rene è collegato al fumo e il 25% per cento è attribuibile al sovrappeso o all’obesità – ricorda Procopio –. Sappiamo anche che l’ipertensione aumenta del 60 per cento le probabilità d’insorgenza di questa patologia. E poi esistono delle persone che devono essere considerate “sorvegliate speciali”: chi soffre di malattia renale policistica, sottoposto a dialisi per lungo tempo, presenta un rischio fino a 30 volte maggiore di sviluppare la neoplasia».
Particolarmente a rischio sono anche alcune categorie professionali, cioè i lavoratori costretti ad un’esposizione prolungata ad asbesto, cadmio, fenacetina e altre sostanze. Una minima quota di casi, circa il 4%, può avere una base ereditaria a causa della sindrome di von Hippel-Lindau, legata al gene VHL». Infine, i parenti di primo grado di malati con carcinoma renale possono avere una probabilità quattro volte maggiore di essere colpiti dallo stesso tumore rispetto alla popolazione generale.
Quali sono le terapie migliori?
La chirurgia è il trattamento di scelta quando la malattia è localizzata e va effettuata quanto più possibile in modo conservativo, ovvero asportando solo la lesione tumorale per salvare la funzionalità renale, migliorando così sia la sopravvivenza che la qualità di vita dei malati.
L’operazione può essere indicata anche in casi selezionati con malattia metastatica e buone condizioni generali.
«Se il tumore è fase avanzata vanno impiegate combinazioni di farmaci, a base di immunoterapia e anti-angiogenetici (quattro combinazioni al momento attuale: ipilimumab e nivolumab, axitinib e pembrolizumab, cabozantinib e nivolumab, lenvatinib e pembrolizumab) – conclude Bracarda-. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato, infatti, che queste associazioni portano significativi vantaggi in termini di controllo di malattia e sopravvivenza nella maggior parte dei casi. In presenza di poche metastasi, inoltre, se ne può valutare l’asportazione con tecniche mininvasive o un’irradiazione con radioterapia mirata.
Per i pazienti che vanno in progressione dopo un trattamento di prima linea, va valutato caso per caso quali altri farmaci utilizzare, in base alla risposta ottenuta e ai farmaci già utilizzati».
2 gennaio 2026
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