Si sta davvero consolidando una Dottrina Donroe in America latina? Cioè l’aggiornamento in chiave trumpiana di quella Dottrina Monroe con cui gli Stati Uniti dell’Ottocento affermarono la propria influenza sull’emisfero occidentale? Come andrà a finire la pressione Usa sul Venezuela di Maduro? Con Trump è difficile fare previsioni in generale. In questo caso specifico, lui stesso è sottoposto a pressioni centrifughe. Perché l’ipotesi di intervento militare in Venezuela spacca la sua stessa base, il mondo Maga (Make America Great Again).

Due filoni contrapposti sono in evidenza, in America la questione è oggetto di un dibattito acceso. Il fronte contrario all’intervento è forte nell’universo Maga e nella destra post-neocon che richiama Trump alla coerenza (questo presidente iniziò la propria carriera politica contestando le “guerre infinite” dell’era Bush-Obama). Peraltro questa corrente ha radici profonde in un’antica tradizione isolazionista americana.



















































Il fronte favorevole a una “transizione forzata o assistita” in Venezuela, è rappresentato invece da ambienti conservatori interventisti e da think tank di sicurezza nazionale. Ha una sponda a sinistra, visto che la leader dell’opposizione Maria Machado, vera vincitrice delle elezioni nonché premio Nobel della Pace, ha più volte espresso la sua preferenza per una pressione forte degli Stati Uniti.

La divisione attraversa la stessa “linea di successione” a Trump. Il suo vice JD Vance incarna la tradizione isolazionista, quella che condannato l’era dei neoconservatori o “neocon” che ispirarono le guerre in Afghanistan e in Iraq. Sul versante opposto c’è il suo segretario di Stato e consigliere per la sicurezza, Marco Rubio: figlio di esuli cubani, è più portato ad abbracciare la missione di rovesciare regimi autoritari latinoamericani.

La destra anti-interventista

Nel mondo Maga, l’ipotesi di un intervento diretto degli Stati Uniti in Venezuela è percepita come una pericolosa ricaduta nel paradigma delle “guerre di cambio di regime”, che Trump aveva promesso di seppellire. Autori come Michael Brendan Dougherty e Benjamin R. Young, provenienti da ambienti conservatori populisti e post-neocon, insistono su un punto chiave: la base elettorale di Trump è strutturalmente ostile a nuove avventure militari, soprattutto se ricordano Iraq, Libia o Afghanistan. 

In questa lettura, il trumpismo autentico non è interventista, ma “jacksoniano” nel senso storico del termine: uso della forza solo per difesa diretta degli interessi vitali, rifiuto delle missioni di ingegneria politica all’estero, diffidenza verso l’“establishment della politica estera”. Da qui la critica frontale a qualsiasi escalation contro Nicolás Maduro che possa trasformarsi in un conflitto aperto.
L’argomento centrale dei contrari: il fallimento della “massima pressione”. 

Dougherty sostiene che la strategia di massima pressione contro Maduro è già stata tentata e ha fallito, inclusa la fase più aggressiva della prima amministrazione Trump. Le sanzioni finanziarie e petrolifere, il riconoscimento di Juan Guaidó, la minaccia militare implicita: nulla di tutto ciò ha prodotto un cambio di regime. Al contrario: hanno aggravato il collasso economico venezuelano; hanno contribuito a un esodo di massa, con effetti diretti sulla pressione migratoria verso gli Stati Uniti; hanno spinto Caracas a stringere legami più stretti con Cina, Russia e Iran, cioè esattamente il contrario dell’obiettivo strategico americano.

Per questa destra Maga, l’errore non è solo tattico ma concettuale: l’idea che Washington possa “scegliere” un leader alternativo e imporlo dall’esterno è vista come un residuo dell’hubris neoconservatrice.

Il trauma iracheno come monito permanente

Benjamin R. Young radicalizza l’argomento: un intervento militare in Venezuela produrrebbe quasi inevitabilmente una lunga e sanguinosa insurrezione, sul modello iracheno ma in un contesto geografico e politico forse ancora più sfavorevole. 

Il riferimento è all’Eln colombiano, un movimento guerrigliero marxista-leninista: esperto di guerriglia; integrato in reti di narcotraffico e contrabbando; con santuari transfrontalieri in Venezuela; coordinato, almeno in parte, con apparati di sicurezza chavisti. 

Per Young, un dispiegamento americano offrirebbe la legittimazione perfetta per una guerra anti-imperialista, replicando dinamiche viste in Iraq, Afghanistan e Vietnam. La superiorità tecnologica americana, sostiene, non è decisiva contro insurrezioni radicate socialmente e territorialmente. Questo argomento fa presa nel mondo Maga: l’America non deve più “liberare” Paesi che poi diventano trappole strategiche.

La coerenza trumpiana come valore politico

Dougherty ricorda che Trump ha costruito il suo capitale politico: denunciando le “endless wars”; promettendo di chiudere i dossier aperti da Bush e Obama; presentandosi come “pacificatore” e mediatore, anche per ambizione personale (Nobel per la Pace).

Un’escalation in Venezuela verrebbe vista come un tradimento identitario, una “fine alla Bush” della presidenza Trump. Da qui l’insistenza sul fatto che, se davvero l’obiettivo è la stabilità energetica e geopolitica, una strategia di contenimento e negoziato è meno costosa di una guerra.

Il fronte conservatore favorevole all’intervento 

Sul fronte opposto una destra strategica e istituzionale è rappresentata dall’articolo di Ryan Berg e Kimberly Breier su Americas Quarterly. Qui l’ipotesi di fondo è diversa: il problema non è se intervenire, ma come prepararsi al “dopo Maduro”, perché la fine del regime è considerata possibile e auspicabile. 

Questa corrente sostiene che: il Venezuela non è Iraq o Libia; esiste un’opposizione riconosciuta e una tradizione democratica pre-chavista; il vero rischio non è il cambiamento, ma lasciare il vuoto da occupare a Russia e Cina

L’approccio è manageriale e multilaterale, non impulsivo: pianificazione preventiva, aiuti umanitari, ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali, riforma dello stato di diritto, ritorno degli investimenti privati Usa. L’intervento militare diretto non è l’unica opzione, ma la pressione coercitiva americana è data per necessaria.

Due destre, due filosofie del potere americano

Il contrasto tra i due campi è profondo e va oltre il Venezuela. La destra Maga anti-interventista vede gli Stati Uniti come una potenza che deve ridurre l’overstretch (iperdilatazione, ipertrofia) imperiale, evitare guerre di scelta, e accettare compromessi imperfetti pur di non ripetere errori catastrofici

La destra conservatrice interventista considera invece il Venezuela un banco di prova: tollerare Maduro significherebbe accettare un regime criminale nel cuore dell’emisfero occidentale, con costi strategici superiori ai rischi dell’azione. 

Emerge una domanda cruciale: che cosa significa oggi “America First”? Ritirarsi dalle crisi o usarle selettivamente per riaffermare l’egemonia? Per ora, il baricentro emotivo ed elettorale del mondo Maga pende chiaramente contro l’intervento. Ma la pressione di eventi imprevisti – collasso improvviso del regime, crisi migratoria, escalation con interferenze di attori extra-emisferici come Russia e Cina – potrebbe rapidamente riaprire il dibattito. 

Il Venezuela, in questa prospettiva, non è solo un problema latinoamericano: è uno specchio delle ambiguità irrisolte della destra americana sull’uso della forza nel XXI secolo.

2 gennaio 2026