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Gabriele Bronzetti e altri interventi

La riflessione del nostro editorialista Gabriele Bronzetti, stimato cardiologo del Sant’Orsola, sull’utilizzo degli specializzandi nei giorni festivi in ospedale ha suscitato un enorme dibattito. Ma ha scatenato anche le critiche degli specializzandi e di colleghi: un tema fondamentale per la sanità del futuro

Devo spiegazioni e scuse per l’articolo oggetto di queste pagine. Le farneticazioni di uno squilibrato cadono nel vuoto: se un editoriale scatena un’eco così vasta e vibrante vuol dire che con tutti i suoi difetti era necessario .

Gli specializzandi nei reparti degli ospedali: il caso di Natale

Era nell’aria. Certi pezzi vengono fuori già con le parole. Il primo errore è stato quello di mettere insieme troppe cose, trascinato dall’ impeto narrativo; il secondo errore è stato non aver piena contezza dei dati numerici che il Professor Corvaglia spiega. Credevo, a torto, che il numero dei medici in formazione nei reparti in cui lavoro garantisse la copertura dei turni senza detrimento del giusto riposo, anche nei cosiddetti super festivi. 



















































L’articolo adombrava il rischio di carenza didattica in turni di medici «anziani» senza specializzandi (la continuità assistenziale non è mai stata messa in discussione). Chiaramente ogni collaborazione comporta un do ut des. Un medico giovane è più svelto, un esperto ha vissuto più casi ed è ovvio che è lui a tenere la barra dritta. 

L’opinione del medico esperto «Maverick» e le reazioni

Questo scambio è la ragion d’essere di un ospedale: mi fa orrore l‘idea di una clinica privata dove io fossi l’esperto senza un giovane che mi stimola all’aggiornamento, mi obbliga ad essere esemplare. Essere un vitello non marchiato, un Maverick appunto senza lignaggio o insegne universitarie non mi impedisce di essere chiamato ovunque a tenere letture magistrali ma ciò che nutre la mia passione è il quotidiano apprezzamento dei pazienti che ricevo al fianco degli specializzandi. 

Per questo mi paragono al Topgun cui un giovane aviatore vorrebbe essere al fianco e mi pareva evidente l’autoironia; non arrivo alla megalomania di Tom Cruise ma per la soddisfazione reciproca sperimentata rivendicavo l’orgoglio di poter essere un collega con cui è piacevole passare 12 ore di guardia assieme. 

Confesso che per imminenti limiti di età e ragioni di salute potrei essere dispensato dalle guardie fin d’ora, cosa che rimando per non sentirmi declassato e per non caricare anzitempo di guardie i miei colleghi che ne fanno già più di me

«Cosa fai la domenica?» Una domanda sul futuro della professione

La domanda «Cosa fai domenica?» è retorica per un medico che in certi momenti, lo si voglia o no, è in missione. Ovviamente la domanda è «cosa fai questa domenica» perché quella dopo devi riposare. Solo dalle reazioni al pezzo ho preso atto del profondo disagio vissuto dagli specializzandi. 

Addirittura sfruttamento, strutturati assenti, didattica inesistente. Ai miei tempi (sono stato definito un «boomer male supremo della società») gli specializzandi non erano pagati e si sottomettevano alla schiavitù sperando di essere assunti come strutturati nello stesso posto; guardie da 36 ore, pasti saltati, si portavano le diapo del prof a sviluppare, qualcuno ha lavato l’auto del barone, faceva la spesa e il dog sitter alla bisogna. 

Abbiamo fatto lo sciopero della fame, siamo andati a Roma dal Ministro. A noi non è servito, ora uno specializzando ha una paga simile a quella di un rider e inferiore a quella di un camionista fortunato. L’ obbrobrio è finito, la figura del barone padre e padrone sembra scomparsa ma parimenti è scomparsa la figura del maestro e del mestiere per cui sacrificarsi (chiedere per telefono a un medico giovane di preparare l’ecocardiografo al fianco del paziente nel corso di frenetiche consulenze tra i reparti non può essere lamentato come un demansionante o schiavitù). 

Noi credevamo in un futuro se non di ricchezza almeno di dedizione al prossimo con un minimo ritorno di prestigio sociale. Ora i giovani hanno visto evaporare la figura dell’Istituto e del Maestro, vivono la diaspora dei concorsi, li aspettano denunce e botte, con una paga umiliante. 

La retribuzione di una notte da strutturato non vale la perdita in salute e la lascerei volentieri al mio giovane assistente. Peraltro in prestigiosi centri esteri come quelli canadesi in cui ho lavorato la notte in ospedale la fanno gli specializzandi e chiamano lo strutturato a casa solo al bisogno. 

Il nodo dell’inquadramento e dei giovani medici in formazione

Nello stesso tempo gli strutturati sono sempre di meno e devono rispettare tempi assurdi di visite e interventi che soffocano la didattica (se devi liberare una sala operatoria in tre ore e hai sei interventi come fai a insegnare l’intervento al giovane? Lo stesso in un ambulatorio con 20 visite in una mattina) Per gli attacchi personali anche violenti che ho ricevuto mi si conceda un ultimo appello. La lotta di classe non ha senso.

Siamo tutti sulla stessa barca. Io «non faccio colazione a 300 metri da 4000 cubani addestrati per uccidermi». Ho fatto il barista fino a 23 anni per poter studiare e ho fatto lo specializzando a gratis, e non è giusto passare per il nemico degli specializzandi quando parlo di un mondo sanitario e universitario in pericolo se non interpreta come si deve la grave svolta epocale. 

Abbiamo fatto tutti il giuramento di Ippocrate. Dobbiamo parlarci fuori dai social mefitici. Questo dibattito servirà. Credo nelle parole, da Socrate a Borges. Spero di ricevere la stessa indulgenza che lo scrittore argentino ha riservato a Giuda Iscariota: perché le Scritture si compissero uno dalla parte del torto ci doveva passare. E questa volta è toccato a me.

Il commento/1: «Noi, giovani colleghi travolti dalle critiche, ci siamo sempre»

(…) Rispondiamo non tanto al collega che ha scritto sul vostro giornale e che, di fronte alla «shitstorm» che si è scatenata sui social, ha sostenuto di essere dalla stessa parte dei giovani colleghi, quanto ai numerosissimi commenti di un certo tenore che sono gemmati sotto i vari post: ad esempio, al signore che propone un turno festivo obbligatorio al mese (non ha mai visto un cartellino evidentemente), alla signora che ci descrive «apatici, demotivati e privi di empatia» e a tutti quelli che non hanno perso occasione di usare lo strumento social per rendere indelebile il proprio parere. 

Circa 46 medici in formazione specialistica delle scuole di Pediatria e Cardiologia hanno coperto, fra guardie notturne e diurne, il 25 e 26 dicembre e ogni altro giorno considerato «superfestivo». Troppo lunga la parentesi, che pure sarebbe da aprire, su come il lavoro notturno e festivo venga riconosciuto economicamente per «Maverick» e per gli specializzandi negli altri paesi europei, ma non per gli specializzandi Italiani che incasseranno solo empatia social e una borsa di studio «all you can work». 

I nostri direttori, con i quali c’è sempre la massima collaborazione, sanno quanto ogni richiesta venga sempre ponderata con onestà intellettuale e discussa, mettendo sulla bilancia oltre al nostro diritto di imparare, il bene del paziente e le effettive necessità dei reparti. Forse a non sapere nulla di tutto ciò è proprio «Maverick»: i turni dei medici in formazione e i reparti che devono coprire sono definiti dalla Direzione della scuola. 

Lo specializzando non c’è mai stato in Cardiologia Pediatrica durante i super festivi (che nota bene non sono domeniche). (…) Il Sistema Sanitario Nazionale, agonico, non può permettersi incomprensioni che cavalcano la dialettica dell’eroismo e del martirio e permettono di eludere il piano della responsabilità e di dimenticare quali siano le vere criticità. (…).

(Gli specializzandi di Pediatria e Cardiologia di Bologna)

Il commento/2: Ragazzi generosi e appassionati, con loro il mestiere non muore»

Ho letto l’articolo pubblicato sul suo giornale a firma del dottor Gabriele Bronzetti(…). Un testo sicuramente suggestivo e coinvolgente. 

Ne emerge però, un messaggio (…) che può dare luogo a fraintendimenti e forse anche a sorpresa e amarezza negli Specializzandi di Pediatria e in centinaia di giovani Medici in Formazione Specialistica appartenenti a tutte le scuole di specializzazione delle nostre Università, che nei giorni di «Natale e simili» non erano al supermercato, ma affianco a centinaia di medici, ai loro pazienti e ai loro familiari; con essi condividevano, silenziosamente, i successi e i fallimenti, le gioie e le frustrazioni di innumerevoli percorsi di cura, mettendo in gioco tutto il proprio impegno e la propria professionalità.

E questo hanno fatto anche nei giorni di Natale e di Santo Stefano, gli specializzandi di Pediatria di Unibo, come in tanti giorni e in tante notti del loro percorso formativo, durante il quale si affidano con fiducia, a tutor di grande valore e insieme dedicano ogni energia alla cura dei piccoli pazienti e al supporto ai genitori, impauriti e talvolta disperati. (…) 

Nei giorni di «Natale e simili», ben 40 (quaranta) Specializzandi di Pediatria di Unibo, hanno fatto il loro dovere, secondo le indicazioni della Scuola, affiancando con impegno e passione i Medici Strutturati di molti reparti pediatrici e neonatologici di Bologna e dell’Ausl Romagna che della rete formativa della nostra Scuola fanno parte. 

A questi giovani Medici e a tutti gli Specializzandi che in ogni Ospedale in questi giorni hanno lavorato e stanno lavorando, va il ringraziamento e il plauso dei Direttori delle Scuole, del Direttore del Dimec di UNnibo e dei Medici strutturati che insieme a loro fanno il meglio che possono. E una sola certezza: fino a quando ci saranno giovani così generosi e appassionati la nostra professione non potrà morire.

(Luigi Corvaglia, direttore Scuola di Specializzazione di Pediatria Università di Bologna)

Il commento/3: «Negli ospedali c’è bisogno di lavoratori motivati non sfruttati»

(…) I giovani medici specializzandi sono, a tutti gli effetti, medici e professionisti. Eppure continuano a essere inquadrati come studenti, ricevendo diritti e tutele che non corrispondono al lavoro che svolgono quotidianamente né alle responsabilità che si assumono. 

È una contraddizione ormai insostenibile: tutele da studenti, doveri e carichi di lavoro da lavoratori costretti quotidianamente a svolgere attività ripetitive, demansionanti e soprattutto poco formative. Da anni gli specializzandi vengono di fatto considerati «da retribuire con la cultura» e non con uno stipendio adeguato. La borsa di studio è rimasta sostanzialmente invariata nel tempo, nonostante l’aumento del costo della vita, e non tiene conto dell’eccessivo carico orario, spesso ben oltre quanto previsto dal contratto, né del lavoro svolto nei giorni festivi o notturni, senza il riconoscimento di straordinari o indennità. 

Nel dibattito recente si è sostenuto che l’assenza degli specializzandi durante le festività lascerebbe soli i medici strutturati. Questa affermazione, oltre a non trovare riscontro nella realtà (…), ignora un dato giuridico fondamentale: per legge gli specializzandi non sono mai sostitutivi dei dirigenti medici (D.Lgs. 368/1999). 

Eppure, negli anni, sono stati spesso utilizzati come tali, con un progressivo aumento delle responsabilità cliniche e organizzative, senza che a ciò corrispondesse un adeguato riconoscimento giuridico, economico e professionale. Gli specializzandi non rifiutano l’impegno. Sono pronti a formarsi e a lavorare, come hanno sempre fatto. 

Ciò che rifiutano è lo sfruttamento. (…) Il sistema sanitario ha bisogno di medici motivati, riconosciuti e tutelati, non di lavoratori delegittimati o considerati manodopera a basso costo. Sì al rispetto. No allo sfruttamento.

(Massimo Minerva, presidente Associazione Liberi Specializzandi. Rinaldo Stefano Miceli, rappresentante regionale dei giovani medici)


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2 gennaio 2026