Firenze, 2 gennaio 2026 – Il 2 gennaio del 1960 moriva Fausto Coppi, mito intramontabile di un ciclismo d’altri tempi. La morte a soli 40 anni lo ha sottratto all’affetto dei tifosi, compresi i tanti che ne hanno ammirato le imprese sportive solo attraverso le immagini in bianco e nero dell’epoca, e dei suoi cari. Morì a causa di una malaria contratta durante un viaggio in Africa e non diagnosticata. L”Airone’, come Coppi era stato ribattezzato, perché al posto delle gambe sembrava avesse le ali e, invece di pedalare, volava, aveva già vinto tutto: cinque Giri d’Italia, due Tour de France, tre Milano-Sanremo, una Parigi Roubaix. E ancora tre Mondiali, due su pista e uno su strada, quattro titoli italiani, cinque Giri di Lombardia.
Figlio di contadini nato a Castellania, tra colline e vitigni dell’Alessandrino, aveva preferito chinarsi sul manubrio anziché sulla terra. E da lì, dove tornava sempre, ha conquistato il mondo in bicicletta. Quanti lo hanno conosciuto lo hanno descritto tutti come un uomo generoso e disponibile, che viveva anche il rapporto con gregari e avversari basandosi sul rispetto reciproco. Ne è un esempio la rivalità con un altro grande delle due ruote come Gino Bartali, la foto dello scambio della borraccia sul Col du Galibier al Tour del 1952 divenne simbolo di una rivalità sportiva che, raggiunto il traguardo, si trasforma in profonda amicizia. E anche dell’Italia divisa del Dopoguerra che si ritrova unita nell’ammirare le loro imprese. Il ciclismo allora era lo sport più importante, che ha unito l’Italia. Il giorno dopo la morte del suo grande rivale, Gino Bartali entrò nella camera ardente, prese la mano di Fausto Coppi e piangendo disse: “È incredibile, è incredibile”. Il grande duello tra i due campioni era finito lì.
“Ah, Fausto – avrebbe raccontato Bartali -. Dal giorno del suo congedo mi fu subito chiara una cosa: guardando me, la gente avrebbe pensato anche a lui. Eravamo diversissimi ma come gemelli nella sensibilità popolare. Eravamo avversari, ma ci volevamo bene. Lo avevo conosciuto per strada, in allenamento, sul finire degli anni trenta. Stavo pedalando dalle sue parti. Io avevo già vinto Giro e Tour, mi si affianca un ragazzo magro magro e mi fa: signor Bartali, posso avere l’onore di stare in sua compagnia per qualche chilometro? Andò a finire che rimase con me per ore e non si staccò mai. Ai saluti gli chiesi: come ti chiami? E lui, timido: Coppi, Fausto Coppi. So che sembra un film eppure è tutto vero”.