di
Greta Privitera

Manifestazioni in tutto il Paese, una decina le vittime. Gli ayatollah: non tollereremo nessuna ingerenza

Gli zaini sono sempre pronti, accanto alla porta. Lo racconta Ali che da tre giorni marcia per le strade di Teheran contro la Repubblica islamica. Si è rimesso lo zaino sulle spalle, quello lasciato a casa dopo la brutale repressione del movimento «Donna, Vita, Libertà», ed è tornato a urlare «Morte al dittatore». «Con i compagni di corso abbiamo deciso di unirci ai commercianti», racconta lo studente arrestato nel 2022.

Nessun iraniano, nessuna iraniana si stupisce di questa nuova ondata di manifestazioni, partita domenica dal Gran Bazar di Teheran, passata per le strade di Shiraz, Mashhad, Qom, e già arrivata fino ai villaggi sperduti, trascinando in piazza migliaia di persone. Questa volta sono l’inflazione al 42 per cento e la fatica di chi non arriva a fine mese a far saltare gli argini dell’ordine islamista. Ma rivolta dopo rivolta la distanza tra popolo e ayatollah si è allargata fino a diventare una voragine che attraversa tutto il Paese — sindacati, minoranze etniche, generazioni —, e ogni protesta si tramuta in speranza di cambiamento.



















































Donald Trump non si lascia sfuggire il momento e affida al suo social Truth una promessa: «Se l’Iran sparerà e ucciderà i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti andranno in loro soccorso. Siamo pronti a intervenire e pronti a partire»

A rispondergli, su X, è Ali Larijani, consigliere della Guida suprema e volto del conservatorismo moderato: «Trump dovrebbe sapere che qualsiasi ingerenza equivarrebbe a destabilizzare l’intera regione e a danneggiare gli interessi americani». Poi la minaccia: «Stia attento ai suoi soldati». Ali Shamkhani, altro consigliere di Khamenei scampato ai raid israeliani di giugno e fresco di scandalo per il matrimonio «troppo occidentale» della figlia, rincara: il «nostro popolo conosce bene» gli aiuti degli americani, «dall’Iraq e dall’Afghanistan a Gaza. La sicurezza nazionale è una linea rossa». 

Da Israele arrivano le voci dei falchi di Benjamin Netanyahu, come quella del ministro dell’ultradestra Itamar Ben Gvir. Scrive che «gli iraniani meritano una vita libera dal dittatore sanguinario», e posta una foto dell’ayatollah ridotto a pezzetti.

In una settimana, la protesta dei commercianti è diventata la rabbia della gente comune, che al settimo giorno di insurrezione fa la conta dei morti. I nomi che circolano sono otto, tra loro un ragazzo di 15 anni. Ma c’è chi parla di quindici vittime: il più grande ne avrebbe 37. La violenza delle guardie stride con la linea cauta, almeno a parole, del presidente «riformista» Masoud Pezeshkian, che riconosce la legittimità delle rivendicazioni. Da Teheran, però, arrivano video di cecchini appostati sui tetti, lacrimogeni, idranti contro la folla. I funerali si trasformano già in raduni di massa. È accaduto a quello di Khodadad Shirvani, 33 anni, padre di due bambini, ucciso a Marvdasht, dove i manifestanti hanno attaccato una stazione di polizia. «Le autorità non volevano consegnare il corpo», racconta Ali.

Troppo presto per misurare la portata di queste proteste, per indovinarne la direzione o paragonarle a quelle precedenti. Ma come in un copione, certi elementi si ripetono. «Da anni, la dittatura è odiata dalla maggioranza della popolazione», spiega Paul Salem del Middle East Institute. «I giovani non ne vogliono più sapere del regime islamista. E poi c’è l’economia: un disastro. Colpa delle sanzioni e di una gestione mediocre delle risorse. Gli iraniani vogliono una vita felice e libera». 

Altri elementi, invece, sono nuovi. Rispetto al 2022, la Repubblica islamica è indebolita sul piano regionale. «Questa volta ci sono due incognite: Trump e Netanyahu. Gli ayatollah sono in ansia perché dopo la Guerra dei 12 giorni hanno imparato che le loro non sono solo minacce», prosegue Salem. Circola la voce che Israele abbia già in agenda un nuovo attacco all’Iran, ma aggiunge l’esperto: «Se queste proteste dureranno, Netanyahu dovrà capire se intervenire o fare un passo indietro, anche per non risvegliare nazionalismi».

Alcuni iraniani, tra cui l’attivista Masih Alinejad, accolgono con favore le parole di Trump, altri, come Ali, sono convinti che solo una rivoluzione interna libererà il popolo. Nelle piazze c’è chi urla «Morte a Khamenei», e chi il nome dello scià. E sui social si rilancia un hashtag: #Miga. Make-Iran-Great-Again.

2 gennaio 2026