Anche davanti alla strage di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, mentre il bilancio delle vittime è ancora una ferita aperta, il dibattito pubblico prende una direzione già vista. Dopo il dolore e lo sgomento, arrivano le domande su ciò che si sarebbe potuto fare prima. E, come spesso accade, a un certo punto si torna a parlare di scuola, di educazione, di responsabilità.

Anche stavolta, per alcuni la colpa è della scuola

C’è chi osserva che a scuola si dovrebbe insegnare di più la sicurezza: come riconoscere una situazione pericolosa, come reagire in caso di incendio, come muoversi in mezzo alla folla, come mantenere lucidità quando tutto intorno diventa caos.

A colpire, tra le testimonianze dei superstiti, è stata in particolare la frase di un ragazzo che, a RaiNews, ha raccontato di essersi salvato perché il padre gli aveva insegnato una regola semplice: quando “fiuti” un pericolo, scappa subito. I commenti a questo video sono “scatenati”. In molti hanno parlato di “selezione naturale”, lodando l’insegnamento di questo papà.

Questo è stato fortemente criticato dalla giornalista Selvaggia Lucarelli, nelle sue storie Instagram: “Quando è successo che abbiamo smesso di provare empatia per chiunque? I ragazzini morti perché non sono riusciti a raggiungere l’uscita perché ineducati, insomma. Ma sì, buttiamo m***a a caso. Quello che serve alle famiglie”.

Anche l’influencer Aurora Ramazzotti si è sfogata su Instagram: “Voi giovani e incoscienti non lo siete stati mai? Vedendo i video la domanda che mi sorge è perché non siano state attivate misure di sicurezza dagli adulti presenti evacuando subito il locale, non perchè i ragazzi stessero filmando al posto di scappare. Criticano il distaccamento dalla realtà delle nuove generazioni e lasciano commenti colpevolizzando dei minori per la loro morte”.

L’attacco alle vittime

C’è di più: sui social e non solo, c’è chi ha colpevolizzato direttamente i ragazzi, le vittime: “figli di papà”, “ragazzini viziati”, “pensavano solo a bere e a divertirsi”, “inermi perché impegnati a riprendere tutto con il telefono”. Come se la tragedia fosse la conseguenza naturale di un modo superficiale di vivere.

Non meno frequente è l’accusa rivolta alle famiglie, descritte come incapaci di educare, troppo permissive o distratte. Anche qui, il rischio è quello di semplificare. Educare non significa poter controllare ogni scelta dei figli, né prevedere ogni contesto in cui si troveranno.

Il commento di De Bortoli

Questo il commento, su Il Corriere della Sera, del giornalista Ferruccio De Bortoli: “Quei ragazzi sono figli anche nostri. Sono figli di tutti. Non sono ‘figli di papà’, come purtroppo ho sentito dire. Non è un’affermazione retorica, di circostanza. Il nostro Capodanno è stato segnato – non rovinato – da questo indescrivibile lutto. Non sapevamo, nelle prime ore di ieri mattina, quale fosse il destino di quei giovani, ma già erano parte delle nostre vite. E ogni attività, anche quella di ascoltare il tradizionale concerto, fare una passeggiata, chiacchierare con gli amici, era velata da questa ansia di sapere e di non credere a quello che si leggeva e si vedeva. Anche se ci stupisce e ci addolora apprendere che a Crans Montana c’era chi ha sciato ieri fermandosi poi per un selfie sul luogo della tragedia.

Sono figli nostri anche perché chissà quante volte ci sarà capitato di restare in ansia per una notte in discoteca, per un permesso accordato di malavoglia sapendo che vivere è un verbo che non esclude il rischio. E nella consapevolezza che un divieto sarebbe stato facilmente eluso, come del resto avremmo fatto noi alla loro età. Chissà quante raccomandazioni hanno ricevuto quei ragazzi, tutti adolescenti, prima di salutare parenti e amici per trascorrere una notte speciale, di divertimento assoluto. Le raccomandazioni non bastano mai, servono solo a salvare (forse) la coscienza di chi le pronuncia. Chissà quanti auguri di buon anno sono stati bruciati in pochi istanti dalla furia del fuoco, sprigionatosi con modalità che suscitano tanti interrogativi sulla sicurezza di quel locale. Più sono affollati e di successo più sono ambiti. Luoghi di sballo che possono trasformarsi, quando la sicurezza è trascurata, in trappole di morte. Com’è stato possibile che nella civile confederazione, così giustamente rigorosa nello scrivere e nel far rispettare le regole, fosse in esercizio un locale che si sarebbe incendiato tutto alla minima scintilla, senza adeguate uscite di sicurezza? Pochi di noi, prima della tragedia di Crans Montana, sapevano che cosa fosse un flashover (a proposito di cultura della prevenzione). Ora purtroppo lo sappiamo. Quelle ‘fontanelle’ che, messe sui dolci, magari per celebrare un compleanno, ci facevano così allegria e tenerezza, non vorremmo più vederle. Non c’è bisogno di proibirle”.