VENEZIA – Mel Gibson è all’Hotel Danieli, un passo da San Marco. Barba da profeta e camicia sportiva, beve caffè e si prepara alla giornata che dovrebbe segnarne il grande ritorno alla regia. Fuori concorso, alla Mostra, c’è Hacksaw Ridge, il film che rivede dietro la macchina da presa, a dieci anni da Apocalypto, una delle figure più controverse del cinema contemporaneo. Intemperanze e tremende sortite hanno relegato il divo australiano nella lista nera delle major. Non lo hanno salvato la fama, gli Oscar vinti, gli incassi stratosferici dei suoi film. Più tardi, a chi gli chiederà che significa oggi per lui Hollywood risponderà: «Sopravvivenza».

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di Valentina Lupia

10 Novembre 2025

È tutto fuorché un caso che abbia scelto la storia di un eroe pacifista della seconda guerra mondiale. Desmond Doss (Andrew Garfield), fu il primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’onore del Congresso senza aver mai toccato un fucile. Era riuscito a salvare 75 soldati durante la battaglia di Okinawa. «In un mondo di supereroi in tuta di spandex, mi sembrava il caso di celebrarne uno vero», scherza Gibson, lo sguardo gentile e folle. Il film uscirà in sala a gennaio.

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«Considero un onore essere qui e mi pare che il Lido sia rimasto lo stesso, rispetto al 1995. Ricordo che dopo la proiezione, il film fu accolto benissimo, venni in Piazza San Marco a passeggiare. Era deserta. Un momento di quiete perfetta. L’Italia mi piace, inseguo da anni un progetto sulla storia della famiglia Medici». Perché la storia di questo eroe umile?

«Perché era tanto straordinaria quanto vera. Quella di un uomo che in un momento terribile resta saldo sui suoi principi religiosi e anzi ne trae la forza per compiere grandi gesti. Uomini rari, che però appartengono a ogni epoca, cultura, religione. Quell’eroismo disinteressato che alimenta i miti, le leggende. Che ci racconta cosa possiamo arrivare ad essere noi uomini, al nostro meglio: Desmond Doss agiva per aiutare i propri simili. Puro altruismo. E nessuno, né lo Stato né gli altri eroi di guerra lo hanno convinto a dare i diritti perché fosse raccontata la sua storia. È stata la Chiesa a cui apparteneva a farlo, dopo la sua morte. Se fosse vivo oggi non andrebbe a vedere il film. Ma se da dove è ora lo potesse vedere spero che ne sarebbe rassegnatamente felice».

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a cura della redazione Spettacoli

05 Aprile 2025

Il messaggio contro la guerra arriva forte e chiaro. Ma ci sono scene di battaglia terribilmente cruente.

«Per far capire al pubblico l’orrore di certe situazioni devi condurlo nell’azione. Fargli capire l’inferno. Non sono così lunghe le scene, ma capisco che possano essere recepite così perché sono orribili. Ma necessarie: la realtà è ancora peggio. Il film è anche un tributo ai veterani di guerra. Lo abbiamo fatto vedere a molti di loro, reduci dalla Corea, dal Vietnam, dall’Iraq. Lo hanno trovato catartico, un po’ difficile, ma terapeutico. Questo mi ha reso felice. E c’è Damien, un ragazzo con cui Andrew ha lavorato, che ha perso le gambe in Afghanistan. È venuto a fare il provino ed è stato bravissimo sul set. E se è vero che sono d’accordo con Obama sulla diffusione delle armi in America e non credo che esistano guerre giuste, penso che bisogna dare amore a chi ha combattuto e sofferto».

Uno dei protagonisti della storia parla del rispetto che bisogna avere per ogni credo religioso.

«Le convinzioni religiose si traducono in azioni concrete: ci sono quelle che ti permettono di uccidere te stesso e gli altri. Doss ha messo in pratica il suo credo basato sull’amore. Lo ha fatto nelle peggiori condizioni possibili. Ha rischiato la sua vita per salvare i suoi fratelli. Questo è quello che conta».