Sylvester Stallone in una scena di ‘Rocky’
Il cinema del 1976 ha camminato su un crinale sospeso tra introspezione e spettacolo, urgenza sociale e fantasia visiva. Rifletteva le tensioni di una società in evoluzione, i suoi sogni, le sue paure e i suoi desideri più nascosti. Gli autori erano audaci e sperimentali, era un’epoca in cui non ci si limitava a intrattenere: si interrogava, si provocava, si sfidavano i propri spettatori. Non fu soltanto un anno ricco di pellicole ma anche un crocevia in cui il cinema ha dialogato con la società e con se stesso, ponendo le basi per molte delle tendenze che avrebbero definito gli anni a venire, un momento in cui il grande schermo ha dimostrato ancora una volta di poter essere – contemporaneamente – specchio, lente e luogo di sogno.
Ecco dieci grandi film usciti nel 1976: compiono cinquant’anni ma non li dimostrano assolutamente.
Taxi driver (Martin Scorsese)
Nel ventre fetido della New York degli anni ‘70, si dispiega come una discesa febbrile nella pazzia urbana, con Robert De Niro nei panni del tassista Travis Bickle, ex-marine reduce del Vietnam, l’uomo comune alienato alla deriva in un inferno al neon. De Niro abita Bickle con precisione inquietante, dal corteggiamento goffo di Betsy (Cybill Shepherd) al monologo allo specchio che cristallizza la sua psiche frantumata – “stai parlando con me?” -, un attimo di genio improvvisato. E Jodie Foster, nei panni della prostituta bambina Iris, diventa specchio del degrado morale della città. Il film non è semplicemente una storia di follia: è uno studio sull’isolamento e il desiderio di redenzione in un mondo che queste cose sembra averle tutte perdute. Cinquant’anni dopo, l’influenza di Taxi driver è ancora palpabile, anticipando la fusione tra cinema d’autore e cultura pop, osservazione sociale e narrazione estrema. Resta un bisturi sull’anima americana, incisivo e indelebile.
Rocky (John G. Avildsen)
La storia di un uomo comune che, per un breve istante, tocca l’epopea. Avildsen mostra una sensibilità quasi documentaristica, rendendo Philadephia, dove si svolge la vicenda, un personaggio a sé stante. Stallone (autore di soggetto e sceneggiatura) offre un’interpretazione al contempo vulnerabile e determinata, incarnando il Sogno americano attraverso il corpo e la fatica del pugile. Il film trasforma un incontro di boxe in una allegoria universale sul coraggio, la perseveranza e l’orgoglio umano dove il vero knockout sta nel rifiuto del trionfo da favola: Rocky resiste ma giustamente perde. Perché il Sogno americano è solo un illusione. Cinema populista al suo apice, Rocky rimane un’icona culturale, una celebrazione del piccolo eroe che lotta contro i propri limiti in un mondo che sembra spesso insensibile. E cinquant’anni dopo è un promemoria sul fatto che arrivare alla fine, qualunque sia il risultato, è già vittoria.
Quinto potere (Sydney Lumet)
Un film che si muove al confine tra satira e tragedia. Nel grigio crepuscolo del primetime televisivo l’anchorman Howard Beale (uno straordinario Peter Finch, Oscar postumo, morì prima della cerimonia di premiazione), stanco, sbattuto dalla vita e dal suo stesso mestiere, annuncia in diretta la sua imminente autodistruzione. Ma non è il suicidio il vero evento shock: è la furia di chi, davanti ad una telecamera, guarda il mondo con occhi senza filtri e decide di urlare la propria angoscia alla nazione. E’ un copione che non si limita a irridere l’industria televisiva ma la inchioda in un teatro di crudeltà e cinismo: una rete pronta a sfruttare un uomo in crisi per incrementare gli ascolti, una produttrice ossessionata dai numeri (Faye Dunaway, Oscar pure a lei) e un’intersezione continua di spettacolo, notizia e profitto. Lumet alterna toni grotteschi a momenti di verità inquietante mentre la sceneggiatura trasforma l’ipocrisia e la manipolazione in una parabola universale sull’alienazione e sul potere dei mezzi di comunicazione. Non è solo un commento sui media degli anni ’70: è un monito che risuona ancora oggi, anticipando l’era dell’infotainment e della spettacolarizzazione della tragedia.
Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula)
Tratto dal libro dei cronisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein, il film segue passo passo l’indagine che smascherò lo scandalo Watergate e portò alle dimissioni Richard Nixon. Ciò che lo rende avvincente è la sua ossessione per la verità giornalistica. Non ci sono inseguimenti o esplosioni: qui la suspense nasce dai tasti delle macchine da scrivere, dai telefoni che squillano e dall’incessante accumulo di fatti, nomi, numeri e contatti riservati. Pakula costruisce ogni scena come un piccolo laboratorio di tensione dove dettagli, documenti e conversazioni svelano la corruzione dietro le facciate istituzionali. Il film non celebra soltanto il giornalismo investigativo: ne esplora l’etica, l’ansia e la determinazione, rendendo palpabile il peso della responsabilità morale. In un’epoca in cui la fiducia nei media è costantemente messa alla prova, Tutti gli uomini del presidente rimane sorprendentemente attuale: non solo racconta come la verità venne alla luce, ma perché vale la pena cercarla — anche quando è più semplice voltarsi dall’altra parte.
Novecento (Bernardo Bertolucci)
Resta uno degli esercizi più audaci e divisivi del cinema del ventesimo secolo. Con una durata che ha oscillato tra le cinque ore originarie e le versioni più brevi imposte dai distributori americani, è un affresco storico-politico che segue le vite intrecciate di due amici appartenenti a classi sociali differenti (Robert De Niro e Gérard Depardieu) sullo sfondo delle lotte di classe e del sorgere del fascismo nell’Italia rurale dell’epoca. Guardarlo è come tuffarsi in un fiume impetuoso di storia, ideologia e immagini grandiose. La narrazione procede per decenni, trasformando piccoli gesti quotidiani in simboli di un conflitto più vasto, mentre la macchina da presa, assistita dalla fotografia del grande Vittorio Storaro, costruisce tableau visivi di enorme potenza. Non è semplicemente una cronaca storica affrontando temi come memoria, potere e identità, capace di far percepire le fratture sociali attraverso le vite dei singoli. Dopo cinquant’anni rimane opera audace e ambiziosa, un monumento cinematografico che sfida il tempo e il pubblico a riflettere sul proprio ruolo nella Storia.
L’inquilino del terzo piano (Roman Polanski)
Un film dove l’orrore si insinua lentamente, con la precisione di un rituale sociale, fino a dissolvere l’identità stessa del protagonista. Trelkovsky, interpretato dallo stesso Polanski, è un uomo qualunque, timido, quasi trasparente, che prende in affitto un appartamento parigino la cui precedente inquilina si è suicidata. Da quel momento, la vicenda si muove come una spirale discendente: i vicini diventano giudici silenziosi, le regole condominiali assumono il tono di decreti totalitari e la personalità del protagonista comincia a sgretolarsi sotto il peso di uno sguardo collettivo implacabile. La forza del film sta nella sua ambiguità radicale non chiarendo mai se ciò che vediamo sia il prodotto di una persecuzione reale o di una paranoia che si autoalimenta. Polanski costruisce un mondo in cui la civiltà – fatta di buone maniere, silenzi e burocrazia – diventa una macchina di annientamento. Non c’è bisogno di mostri: bastano le tende sempre chiuse, i passi sul pianerottolo, l’ossessione per il “comportarsi correttamente”. Resta un esempio magistrale di cinema psicologico europeo capace di unire tensione narrativa e riflessione sociale.
Mr. Klein (Joseph Losey)
A proposito di Europa. E’ uno di quei film che fondono il thriller con una riflessione politica e storica, portando lo spettatore nel cuore oscuro della Francia occupata dai nazisti. Interpretato magistralmente da Alain Delon, segue la discesa in un labirinto burocratico e morale di un commerciante d’arte parigino ossessionato dall’identità di un omonimo ebreo. Losey costruisce una città sospesa tra realtà e ossessione dove la vita ordinaria del protagonista viene rapidamente risucchiata da equivoci e accuse riflettendo l’angoscia di chi si confronta con un passato collettivo e con un presente minaccioso in cui l’innocenza personale è costantemente messa in discussione. Rimane a tutt’oggi un’opera potente per la sua capacità di combinare intrigo narrativo e riflessione storica, mostrando come il fascismo non sia solo una minaccia esterna, ma anche una questione di complicità quotidiana e scelte personali. Un thriller morale che affascina e inquieta.
Carrie (Brian De Palma)
Rimane uno degli horror psicologici più iconici degli anni Settanta. Interpretato da Sissy Spacek, esplora la dolorosa adolescenza di una ragazza repressa e oppressa dalla madre ultrareligiosa che scopre di possedere poteri telecinetici. De Palma dirige con precisione glaciale, alternando il realismo scolastico delle aule e dei corridoi a sequenze di terrore quasi oniriche, dove la telecinesi diventa metafora di furia, isolamento e potere represso. Carrie non è soltanto un horror adolescenziale e neppure un semplice slasher: è una meditazione sulla vulnerabilità, sull’alienazione sociale e l’incontrollabile potere della rabbia repressa. Ancora oggi, la pellicola resta un esempio di come l’horror possa combinare dramma sociale e spettacolo visivo in modo determinante, confermando De Palma come uno dei maestri del cinema di tensione americano, lasciando un’impronta duratura sul cinema horror con il suo definire nuovi standard di conflitto emotivo e narrativo.
Robin e Marian (Richard Lester)
E’ un elegante e malinconico ritratto di eroi invecchiati interpretato da Sean Connery e Audrey Hepburn che per l’occasione tornò sul set dopo dieci anni di assenza. Lontano dalle avventure giovanili e dai toni frenetici dei film di Robin Hood precedenti, offre una riflessione dolceamara sull’amore, il tempo che passa e la nostalgia della giovinezza perduta: dopo anni passati a combattere nelle Crociate, Robin ritorna a Nottingham per riunirsi con l’amata Marian che però nel frattempo è diventata una madre badessa. Lester (conosciuto soprattutto per essere stato ‘il regista dei Beatles‘) dirige con eleganza, bilanciando momenti di azione e romanticismo con riflessioni sulla vecchiaia, il dovere e il sacrificio personale. Esplora memoria, lealtà e amore, restituendo un classico della tradizione narrativa britannica attraverso uno sguardo riflessivo e contemporaneo. Robin and Marian rimane così un’opera che celebra l’eroismo non solo nell’azione, ma nella capacità di affrontare il tempo e le conseguenze delle proprie scelte, una favola adulta che combina nostalgia, poesia e leggenda con tono sobrio e misurato.
Distretto 13 – Le brigate della morte (John Carpenter)
E’ uno dei thriller d’azione più tesi e stilisticamente influenti degli anni ’70 raccontando l’assedio di una stazione di polizia quasi deserta da parte di bande criminali, trasformando un’ambientazione urbana in un teatro di suspense e ferocia. Con risorse limitate Carpenter utilizza una stilizzazione minimalista, luci al neon e un ritmo costante per creare un senso di claustrofobia e imminente violenza mentre i personaggi lottano contro forze esterne e interne in un crescendo di paranoia. Ma Distretto 13 – Le brigate della morte non è solo un esercizio di tensione, è anche una meditazione sul controllo, la sopravvivenza e l’isolamento, anticipando molti dei topoi del cinema action e thriller degli anni successivi. Considerato un precursore, resta un classico grazie alla sua combinazione di ansia, ritmo e tensione visiva, mostrando come il talento di Carpenter nel creare atmosfera possa trasformare un’idea semplice in un’esperienza cinematografica che non si dimentica.
Ecco l’impero dei sensi (Nagisa Oshima)
E’ uno degli esempi più provocatori e radicali del cinema degli anni ’70 che non teme di esplorare i confini tra desiderio e ossessione. Ispirato a una storia vera, racconta la relazione ossessiva e distruttiva tra due amanti che si immergono in un rapporto talmente totale da allontanarsi completamente dal mondo esterno. La sua fama nasce proprio dalla franchezza: la rappresentazione esplicita del sesso non è tanto un espediente pruriginoso quanto un mezzo per esplorare la psicologia dell’ossessione e l’alienazione dall’ordine sociale. Ōshima, figura iconoclasta nel cinema giapponese, non nasconde nulla, ma nemmeno spettacolarizza — invita lo spettatore a confrontarsi con la passione come forza primordiale e totale, costringendo il visivo e il narrativo a fondersi in un unico campo di esperienza emotiva. L’opera ha provocato immensi dibattiti su pornografia e arte, restando un esperimento cinematografico che ha ridefinito il rapporto tra sesso, corpo e narrazione.