di
Pierpaolo Lio
Le indagini sulla morte della 19enne Aurora Livoli trovata in un cortile di via Paruta. L’uomo, peruviano, 57 anni, poche ore prima di essere stato ripreso con Aurora aveva tentato di rapinare un’altra donna. La ragazza era stata controllata a Milano e a Rho
C’è un sospettato per la morte di Aurora Livoli. È Emilio Gabriel Valdez Velazco. È lui l’uomo che una telecamera lungo via Paruta, vicino via Padova, alla periferia nordest di Milano, inquadra la sera del 28 dicembre mentre cammina ed entra nel cortile del civico 74 insieme alla 19enne che si era allontanata da casa, a Monte San Biagio, in provincia di Latina, quasi due mesi prima. Sono quasi le 23 quando vengono ripresi, uno dietro l’altra. E, fino alle 3.30, lui — da solo — farà avanti e indietro due volte. La mattina dopo, il corpo senza vita e semi svestito di Aurora sarà scoperto a terra, lungo un vialetto interno al complesso residenziale. Il nome del 57enne peruviano è stato iscritto nel registro degli indagati aperto in procura con l’ipotesi di omicidio volontario. I primissimi risultati dell’autopsia, eseguita ieri all’istituto di medicina legale, dove si sono presentati anche i genitori della ragazza con un mazzo di fiori bianchi, avrebbero confermato l’ipotesi dello strangolamento a mani nude come causa del decesso della 19enne. Che aveva segni al collo, e un ematoma all’occhio sinistro.
L’uomo — con precedenti per violenza sessuale, irregolare, in Italia da una decina d’anni, con un provvedimento d’espulsione del 2024 e un domicilio fuori città, a Cologno Monzese, dove vive con una compagna — è in carcere. È stato nel frattempo fermato il 30 dicembre dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e dai militari della compagnia Porta Monforte per una tentata rapina. Avvenuta sempre il 28 dicembre. Neanche un’ora prima di quei frame con Aurora. Attorno alle 22, il 57enne aveva aggredito una connazionale 19enne sulla banchina del metrò nella vicina fermata «Cimiano». È a un chilometro di distanza: dieci minuti a piedi.
«Ero seduta su una panca in banchina a guardare il cellulare in attesa del treno», ha raccontato la ragazza. «Ero sola in quel momento». Poi l’aggressione: «Un uomo, di mezz’età, che parlava spagnolo, mi ha presa alle spalle». Le stringe un braccio al collo. Le tappa la bocca. La minaccia: «Stai zitta. Adesso ti ammazzo, ti spezzo il collo». E le strappa il telefonino. Lo sconosciuto prima la trascina verso i binari, poi in un angolo. «Secondo me non voleva il cellulare, ma voleva uccidermi». È l’arrivo dei passeggeri di un treno appena entrato in stazione a salvarla. Lei riesce a divincolarsi (e a riprendersi lo smartphone), lui scappa (girandosi il giubbotto per mescolarsi alla gente). Viene però identificato dalle immagini della videosorveglianza.
Più tardi, quella stessa sera, il video lo mostra in via Paruta con Aurora. Per i carabinieri sarebbe stato lui a ucciderla: «Ulteriori accertamenti, ancora in corso, hanno fatto ricondurre gravi indizi di colpevolezza». Le indagini non hanno ancora chiarito se si conoscessero già. La 19enne s’era allontanata da casa il 4 novembre (la denuncia di scomparsa è del 10 dicembre). Senza soldi, né documenti. Sarebbe arrivata subito a Milano. Ma il suo cellulare non genererà più traffico dopo la chiamata ai genitori del 26 novembre. Durante quei 56 giorni, Aurora viene controllata due volte. Il 1° dicembre una Volante interviene in un condominio di Rho, nell’hinterland: il custode segnala un uomo molesto. È un egiziano, alterato, con un taglierino. Con lui c’è Aurora. La seconda è a Milano, in piazza Duca d’Aosta, davanti alla stazione Centrale. Una pattuglia della polfer la controlla mentre è insieme a un gruppo di ragazzi italiani. Sono le 16 del 28 dicembre. Sette ore dopo Aurora sarà ripresa con il 57enne in via Paruta
Vai a tutte le notizie di Milano
Iscriviti alla newsletter di Corriere Milano
3 gennaio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA