di
Nicolò Franceschin
L’ex attaccante cresciuto in giallorosso, oggi al Ravenna: «Sedevo accanto a Totti, un giorno Cassano mi bussò alla porta. Mi volevano Inter e Milan, Sinisa mi ripeteva “ti porterò sempre con me”»
Stefano Okaka ha 36 anni. Dopo una pausa di due stagioni, è tornato a giocare con la maglia del Ravenna: «Ma io non avevo mai detto che mi sarei ritirato». Dopo quasi mille giorni è tornato al gol. Poi ne sono arrivati due di tacco, un po’ come quello che segnò contro il Siena con la maglia della Roma, la casa in cui è cresciuto. Una storia passata tra i consigli di Spalletti, il rapporto con Mihajlovic e i ricordi della Nazionale con Conte: «Non è ancora finita, mi voglio divertire».
Stefano Okaka, in un mondo come quello del calcio che va sempre di fretta, nel 2023 ha scelto di fermarsi, come mai?
«Dopo l’esperienza in Turchia avevo bisogno di passare del tempo con la mia famiglia. Per vent’anni ero stato in giro per il mondo, avevo l’esigenza di fermare una routine che non mi faceva più bene. La pausa mi è servita».
Chi l’ha convinta a tornare?
«I miei familiari. Passati un po’ di mesi, continuavano a dirmi di riprendere».
E in estate è arrivato il Ravenna.
«Ho parlato con il presidente Cipriani e il ds Davide Mandorlini di questa opportunità. Ci siamo presi la preparazione estiva per valutare le mie condizioni. Abbiamo deciso di continuare insieme».
È stata dura?
«Non immagina quanto. Ero fermo da due stagioni e peso 90 kg, uno sforzo indescrivibile. Ma sono tornato a fare ciò che ho sempre amato».
Un passo indietro. Si ricorda com’è iniziato questo viaggio con il pallone?
«Giocando in casa e rompendo ogni cosa».
Per la gioia dei suoi genitori.
«A loro devo tutto. Mamma e papà sono stati i miei esempi. Quando sono arrivati in Italia dalla Nigeria erano due ragazzi».
In un Paese nuovo.
«Giovani, stranieri e con una lingua sconosciuta. Hanno dovuto affrontare molte difficoltà. Per me, mia sorella e mio fratello hanno fatto di tutto. Sono arrivati a fare tre lavori a testa per darci da mangiare».
Cosa prova ripensando ai loro sacrifici?
«Gratitudine. Sono degli eroi. Il loro esempio è stato ciò che mi ha spinto nella mia carriera. Dovevo farcela per garantire ai miei genitori un futuro migliore. Anche se nulla poteva e potrà ripagare quanto hanno fatto per noi».
Tornando al calcio, com’è nato il suo passaggio alla Roma?
«Ero al Cittadella. Ricordo ancora i viaggi con la Punto di papà per andare al campo. Mi voleva il Milan, mancava poco al trasferimento in rossonero. Poi, però, è andata in modo diverso».
Come mai?
«Prima della firma è arrivata la chiamata di Bruno Conti. Mi voleva far visitare Trigoria almeno una volta. L’ho ascoltato e non sono più tornato indietro, era il posto giusto per me. E il club mi aveva permesso di vivere nel centro sportivo insieme alla mia famiglia. Una storia da film».
Con Spalletti è arrivato l’esordio in Serie A.
«È un genio del calcio. Per me è stato un padre calcistico. Ha creduto in me».
E non sono mancati i rimproveri.
«Ricordo due episodi. Una volta arrivai a Trigoria con un’auto costosa, parcheggiando davanti al suo ufficio. Mi avvisò subito: “Se ti presenti ancora con quella macchina, qui non giochi più”. Invece, in una partita contro l’Atalanta entrai a pochi minuti dalla fine senza grande voglia. Il controllo antidoping a fine partita mi salvò dalla sua sfuriata».
Totti che compagno è stato?
«Unico. Io sono cresciuto con Francesco. Ci frequentavamo molto. Appena arrivato in prima squadra mi dissero: “Siediti lì, sarà il tuo posto”. Era il posto di fianco al suo».
In quello spogliatoio c’era anche Chivu. Pensava che potesse diventare un allenatore?
«Con tutta sincerità, no. Lo vedevo più come un dirigente. Ma è una persona intelligente e di personalità, arriverà lontano».
Lei ha esordito a 16 anni. Com’è cambiata la sua vita dopo quel giorno?
«Ero un bambino catapultato tra i grandi. Non avevo neanche la patente e mi sono trovato a dover affrontare pressioni e aspettative enormi. Nessuno ti insegna a gestire tutto questo. I club devono essere bravi ad accompagnare i ragazzi nella loro crescita. Quello del calcio è un mondo che un giorno ti esalta e quello successivo ti dimentica. A 22 anni mi davano già per finito».
Nel 2012 è terminata la sua storia con la Roma.
«La casa in cui ero diventato grande. Sono andato al Parma, un’esperienza non semplice. Sono finito anche fuori rosa. Un giorno ho sentito bussare alla porta della mia camera. Era Cassano: “Ste, perché non ti alleni con noi?”. Grazie al suo intervento, il giorno dopo sono tornato con la squadra. Lo sento spesso, mi ha scritto per i miei ultimi gol con il Ravenna».
A Genova è rinato.
«La Samp è stata l’occasione per ripartire. Volevo dimostrare di non essere solo un predestinato che non ce l’aveva fatta».
In panchina c’era Sinisa Mihajlovic.
“È stato fondamentale, mi voleva bene. “Ste, ti porterò sempre con me”, mi ripeteva sempre. Avevamo un legame speciale. La sua morte mi ha devastato».
In quel periodo sono arrivate anche le chiamate di Milan e Inter.
«Mi sarebbe piaciuto confrontarmi con realtà così importanti. Ci sono state delle divergenze con il club, non mi hanno lasciato andare. Ma non ho rimpianti, doveva andare così. Mi spiace solo che sia passato per un mercenario. Non lo sono mai stato».
Udinese, Nazionale, le avventure all’estero e ora la Serie C. Se si riguarda indietro, è soddisfatto della sua carriera?
«Non ho rimpianti, ognuno ha la sua strada. Sono diventato un calciatore, ho realizzato il sogno di indossare la maglia dell’Italia, sono tornato a giocare dopo due anni: un bel viaggio. Ma non ho ancora finito, ci sono nuove pagine da scrivere».
3 gennaio 2026 ( modifica il 3 gennaio 2026 | 11:49)
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