di
Massimo Gaggi

La cattura di Maduro viene presentato da Trump come un atto di difesa della popolazione americana contro il narcotraffico: ma l’azione ha una valenza geopolitica ed economica profonda

Presentato soprattutto come un atto di difesa della popolazione americana contro un regime venezuelano che cerca di destabilizzare gli Stati Uniti esportando droga e criminali liberati dalle carceri di Maduro, l’attacco deciso da Donald Trump ha soprattutto una valenza geopolitica, con profondi impatti anche economici e sulla tenuta delle regole del diritto internazionale.

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Dottrina Monroe

La droga c’entra fino a un certo punto, visto che dal Venezuela parte cocaina e non il temutissimo fentanyl che ha origini cinesi e viene raffinato in Messico. C’entra, invece, molto la visione neoimperiale di Trump. La sua promessa agli americani di non impegnare più soldati Usa in lunghe guerre in regioni remote aveva fatto pensare a un ritorno all’isolazionismo. In realtà il presidente americano continua a usare la forza quando lo ritiene opportuno, e lo fa senza consultare il Congresso, ricorrendo ad attacchi brevi, intensi e mirati: dall’eliminazione del generale Souleimani, ai bombardamenti degli impianti nucleari iraniani, agli attacchi contro ribelli e terroristi, dallo Yemen alla Siria.

Nel caso del Venezuela c’è di più: il ritorno alla dottrina Monroe enunciata da quel presidente nel 1823. In sostanza la teoria del «cortile di casa»: l’affermazione di una supremazia degli Stati Uniti su tutto il continente americano. Corollario: ogni intervento di potenze straniere nell’America Latina va considerato un atto ostile nei confronti di Washington. Solo che allora James Monroe pensava soprattutto ai tentativi europei (in particolare della Spagna) di reprimere i processi di indipendenza in corso a sud degli Stati Uniti, mentre oggi la minaccia viene soprattutto dalla crescente influenza cinese in tutto il sub-continente.

Petrolio

Il Venezuela di Maduro era da tempo nel mirino di Trump, ma anche del suo ministro degli Esteri Marco Rubio, soprattutto perché Russia e Cina avevano aumentato di molto i loro interventi a sostegno del regime del Paese che dispone delle maggiori riserve petrolifere dimostrate al mondo. 

Un tempo in affari soprattutto con le compagnie americane di big oil, da tempo il Venezuela era divenuto grande fornitore di greggio dei Paesi avversari degli Usa: Cina, Russia e Iran, oltre a Cuba. Una situazione intollerabile, agli occhi di Trump. In questo senso non è totalmente infondata l’accusa formulata dai portavoce del regime dell’ormai deposto Maduro: il controllo delle risorse energetiche del Paese come vera causa dell’intervento americano. Lo stesso Trump ha parlato più volte della sua volontà di riportare l’economia venezuelana nella sfera del sistema capitalistico nordamericano.

Droga

Trump ha usato il traffico di droga come spiegazione della crescente pressione esercitata a partire da agosto sul Venezuela. Ha trasferito una flotta sempre più vasta al largo delle sue coste, ha attivato un blocco navale, ha fatto distruggere con missili e droni 35 battelli di presunti narcotrafficanti causando oltre 100 vittime. Nelle ultime settimane, poi, gli assalti con le forze speciali ad alcune petroliere e almeno due attacchi in territorio venezuelano, ufficialmente per distruggere un molo portuale dal quale partivano imbarcazioni cariche di stupefacenti dirette verso gli Stati Uniti. 

Ma la droga è stata usata da Trump anche come pretesto per aggirare le norme che gli imporrebbero di consultare il Congresso prima di intraprendere azioni militari all’estero non imposte dall’urgenza di rispondere a un attacco improvviso. Il governo Usa si appella all’AUMF, una legge di «autorizzazione all’uso della forza militare» varata nel 2001, dopo l’attacco terroristico di Al Qaeda a New York e Washington dell’11 settembre. Norme che consentono interventi immediati, senza approvazione parlamentare, contro organizzazioni terroristiche che minacciano gli Usa: legge usata allora dall’Amministrazione Bush per gli attacchi contro i talebani e Al Qada e poi, nel 2003, contro l’Iraq.

Maduro

Washington dichiara che gli attacchi a imbarcazioni straniere in acque internazionali e lo stesso intervento diretto contro il dittatore venezuelano sono legittimi in quanto non sono atti di guerra ma operazioni antiterrorismo. 

Trump ha infatti «declassato» Maduro da leader del Venezuela a «narcoterrorista» dichiarando che lui personalmente è il capo del Cartel de los Soles: un’organizzazione di trafficanti di droga dichiarata dal governo Usa «organizzazione terroristica straniera».
   
Trump, a quanto si sa, non ha, quindi, informato il Congresso dell’attacco contro il Venezuela e la destituzione di Maduro. Per lui un’operazione condotta con l’impiego di una flotta imponente, comprendente anche la più grande portaerei americana, la USS Gerald Ford, è un’operazione antiterrorismo.
   
Al di là di conseguenze geopolitiche prevedibilmente vaste, questo intervento non potrà che indebolire ulteriormente la già sfilacciata rete delle regole di diritto internazionale. Non a caso i primi ad accusare Trump di violare quelle norme sono stati i russi: cioè il regime che quattro anni fa dichiarato l’invasione di un Paese sovrano, l’Ucraina, non un una guerra ma un’«operazione militare speciale».

3 gennaio 2026 ( modifica il 3 gennaio 2026 | 12:59)