di
Valentina Di Mattei
Accanto al trauma dei familiari delle vittime si muove una risonanza più ampia che riguarda anche chi osserva da lontano. La psicologia dell’emergenza descrive queste reazioni come forme di traumatizzazione indiretta: un’eco emotiva che può manifestarsi con insonnia, stato di allerta, difficoltà a tollerare la separazione
«La vita cambia in fretta. Una sera ti metti a tavola e la tua vita non è più la stessa»: così Joan Didion racconta quell’istante in cui il mondo, così come lo conoscevamo, perde la sua apparente prevedibilità. La tragedia di Crans-Montana non ha colpito solo un gruppo di giovani e le loro famiglie. Ha inciso più in profondità, mettendo in discussione una convinzione silenziosa che attraversa il mondo adulto: l’idea che la vita segua, almeno in parte, traiettorie prevedibili. Quando un evento improvviso e violento irrompe in un contesto di normalità e festa, ciò che vacilla non è soltanto la sicurezza, ma la continuità stessa dell’esperienza.
«Poteva accadere a mio figlio»
Per i familiari delle vittime, il trauma è una realtà piena e concreta che non ha bisogno di interpretazioni. È fatto di perdita, disorientamento, sospensione del tempo psichico, richiede rispetto e accompagnamento. Nulla può essere sovrapposto a questo dolore, che resta centrale.
Accanto a esso, però, si muove una risonanza più ampia che riguarda anche chi osserva da lontano. In molti genitori si è attivato un pensiero semplice: «poteva accadere a mio figlio». Non è un ragionamento ma una reazione profonda che emerge maggiormente quando il trauma coinvolge bambini e giovani. In questi casi viene toccato un nucleo sensibile della vita psichica adulta: quello della responsabilità, del limite, dell’impotenza.
Forme di traumatizzazione indiretta
La psicologia dell’emergenza descrive queste reazioni come forme di traumatizzazione indiretta. Non si tratta di una sofferenza equiparabile a quella di chi è stato colpito direttamente ma di un’eco emotiva che può manifestarsi con insonnia, stato di allerta, difficoltà a tollerare la separazione. Sono risposte prevedibili a un evento che eccede le capacità abituali di comprensione.
Un ruolo rilevante è giocato dall’esposizione continua alle immagini e ai racconti. La ripetizione mediatica, può rendere l’evento sempre presente, impedendo alla mente di prendere distanza e favorendo un senso di minaccia diffusa.
Non negare la paura
La sfida, per gli adulti e per i genitori, non è negare questa paura ma non lasciarle il governo delle scelte educative e relazionali. Gli adolescenti hanno bisogno di adulti capaci di riconoscere la fragilità dell’esistenza senza però trasformarla in un messaggio paralizzante.
La psicologia è già sul posto, come accade in ogni emergenza che colpisce una comunità. Non porta soluzioni semplici né consolazioni immediate. Può però aiutare a tenere distinti i piani: il dolore reale di chi ha perso, la risonanza emotiva di chi osserva, il bisogno di protezione e quello di crescita. E può ricordare che la salute psicologica, dopo un trauma collettivo, non si costruisce cancellando la paura, ma integrandola in una narrazione che consenta di continuare a vivere.
*Professore associato Università Vita Salute San Raffaele; responsabile Servizio di Psicologia Clinica della Salute Ospedale San Raffaele;
presidente Salute allo Specchio ETS
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3 gennaio 2026
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