È la fine dell’estate. Dopo mesi di trattative sotterranee, l’apparente periodo di distensione tra Stati Uniti e Venezuela, favorito da quella che è stata ribattezzata “la diplomazia dei prigionieri“, si interrompe improvvisamente quando Washington, il 21 agosto, decide di schierare le sue navi da guerra con 4.500 marines di fronte alle coste del Paese sudamericano. Con questo atto inizia ufficialmente quella che Donald Trump ha cercato di far passare come una guerra al narcotraffico gestito dai cartelli venezuelani, più volte definiti “organizzazioni terroristiche“. In realtà, è apparso subito chiaro che quella del tycoon fosse un tentativo di rovesciare l’establishment della Repubblica Bolivariana.
Da quel momento in poi, la tensione tra i due Paesi è continuata a crescere. Gli Stati Uniti hanno più volte mostrato i muscoli col proprio esercito, mentre il Venezuela ha risposto alle provocazioni attraverso le parole del suo leader che mai si è mostrato impaurito di fronte alle minacce dell’America. Dopo aver schierato, in seguito all’episodio del 21 agosto, 4.500 miliziani, Maduro ha più volte lanciato messaggi al suo omologo, invitandolo a “scegliere la pace e non la guerra“, pur ribadendo di non essere per niente intimorito dall’aggressività statunitense. Ma la Casa Bianca aveva già scelto la strategia da adottare. E non prevedeva la via diplomatica. Già il 23 agosto, fonti Usa avevano fatto sapere che la strategia di Washington puntava a “rovesciare il presidente venezuelano Nicolas Maduro dall’interno”, fomentando “sospetti, rotture e tradimenti” dentro al ventennale movimento chavista. “Maduro dovrebbe dormire con gli occhi aperti”, aveva scritto su X il senatore repubblicano dell’Ohio, Bernie Moreno. Ma ancora non si parlava ancora di attacchi armati come quello di venerdì notte.
Da lì in poi iniziano invece i raid Usa contro le navi venezuelane. Il primo già all’inizio di settembre, quando gli aerei da guerra americani colpirono un’imbarcazione. Intanto la tensione è salita sempre di più: gli Stati Uniti hanno mosso la propria flotta verso il Venezuela, con la portaerei Gerald Ford inviata nei Caraibi e altre due navi da guerra davanti alle coste del Paese nell’ambito dell’operazione Southern Spear, mentre Caracas ha aumentato la mobilitazione dei suoi soldati portandola a 200mila unità e chiesto aiuto ad alleati storici come anche il presidente russo Vladimir Putin. Trump ha più volte smentito di voler attaccare il Venezuela, ma i raid non si sono fermati, se ne sono contati a decine.
Nei giorni della consegna del Premio Nobel per la Pace alla leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, Trump ha poi deciso di aumentare la pressione sul leader venezuelano: “Lascia il Paese o attacchiamo”, è stato il suo ultimatum proprio mentre emergevano indiscrezioni sui contatti tra le parti per arrivare a una soluzione diplomatica. E un assaggio, in piccolo, dell’operazione alla quale si è assistito nella notte tra venerdì e sabato è arrivato con l’assalto delle forze speciali americane a una petroliera venezuelana. “Lo abbiamo fatto per una buona causa”, aveva poi commentato Trump. Un’operazione simile è stata portata a compimento pochi giorni dopo, il 21 dicembre, mentre il 30 c’è stato il primo attacco in territorio venezuelano, con droni della Cia che hanno colpito un porto. A questo punto, Trump aveva già cambiato il proprio vocabolario: “Non escludo la guerra col Venezuela, Maduro sa cosa voglio”. Il giorno dello scontro, alla fine, è arrivato.