di Paolo Condò
Fabio Grosso, che tirò (e segnò) l’ultimo rigore contro la Francia, in finale, ricorda il mondiale del 2006. E parla dell’Italia di oggi: «Le manca un giocatore universale»
Questo articolo fa parte del numero speciale di “7” dedicato agli anniversari del 2026
Quando Willy Sagnol parte per andare a tirare il quarto rigore della Francia, si sa che un errore chiuderebbe la partita. Allora tutti gli italiani che in quel momento lo stanno guardando – 25 milioni l’audience – mormorano preghiere, e soprattutto iatture, per chiuderla lì. Sbaglia Sagnol, eddai, tanto non ci prendete più. Tutti gli italiani sperano, tranne uno. In cuor suo, Fabio Grosso vuole che Sagnol segni, perché solo così la magistrale interpretazione del ruolo della vita, ormai alle battute finali, sarà perfetta. «Erano giorni in cui una sana follia si era impadronita di noi. Ho rivisto di recente le partite del 2006 con i miei figli, non l’avevo mai fatto, tutte intere intendo: si rende conto che nel primo tempo con la Germania io faccio due tunnel? Li provo e mi riescono entrambi. In una semifinale mondiale! Non c’è spiegazione possibile diversa dalla follia».
Dicevamo del suo desiderio di vedere Sagnol realizzare il provvisorio pareggio.
«In quel momento mi sentivo predestinato. La gloria era lì, potevo quasi toccarla, ma se il francese avesse sbagliato la partita sarebbe finita e l’ultimo capitolo non avrebbe recato la mia firma. Invece Sagnol segna, e io comincio allora a dirigermi verso il dischetto. Da vent’anni tutti mi chiedono se dentro di me ci fosse l’inferno, in quei 30/40 passi. No, nessun inferno. Sentivo che quel cammino era il preambolo a una cosa molto bella, e anche questa sicurezza flirtava con l’incoscienza. Con la follia».
Vent’anni dopo lei è un allenatore di serie A. Immagino le sia capitato, e continui a capitarle, di amministrare giocatori che scrutano in lei l’uomo che ha risolto un Mondiale, e vorrebbero sapere il come e il perché.
«Succede, sì. E glielo faccio dimenticare subito quel che ho fatto da giocatore, perché sono due mestieri completamente diversi e preferisco evitare di rispolverare le glorie passate. Ci si concentra meglio sul presente».
«IL CALCIO PREVEDE L’USO DI UN ATTREZZO, LA PALLA, E BISOGNA SAPERLO TRATTARE. UNA VOLTA ERA UNA SPECIALITÀ DEI CALCIATORI ITALIANI, PARLO DELLA TECNICA. NON LO È PIU’»
Davvero non ne parlate mai? Nemmeno in ritiro?
«Può capitare qualche sera, a livello di battuta magari. Ma succede di rado. Nei ritiri non ci si parla più come una volta, i motivi li sapete, inutile ripetere la solita solfa dei cellulari e così via».
Calciare il rigore decisivo in coda a una finale mondiale, con un audience globale di un miliardo e mezzo di persone, è un’esperienza estrema. L’ho sempre pensata come una passeggiata sulla luna, e tra i dodici astronauti che hanno realizzato l’impresa alcuni sono finiti alcolizzati o santoni di strani culti. Lei come si è salvato?
«Ahahah, mi piace posta così. Mi sono salvato scindendo Fabio dalle cose che Fabio fa. Riservando me stesso alla famiglia e agli amici più stretti, e osservando da fuori una serie di eventi che ancora oggi mi pare impossibile si sia verificata. Ma non perché non ne fossi capace, difatti in quei momenti sono stato all’altezza. Mi sembra impossibile perché ho giocato a lungo in serie C, e se qualcuno non mi avesse notato sarei rimasto lì senza nemmeno immaginare ciò che avrei potuto fare. Come dico sempre ai miei figli, la vita consiste nello sfruttare l’opportunità quando si presenta».
Ecco, parliamo dei suoi figli. Filippo ha 19 anni, gioca nel Frosinone, e dopo i video delle giocate di talento ai tempi della Juve primavera adesso sul web gira il suo primo gol in serie B. Cresce bene.
«Non ci lamentiamo, come del resto di Giacomo, pure lui ex Juve, che a 16 anni è andato a giocare tra i dilettanti in una squadra di Torino, in cerca della sua opportunità. Filippo è più grande, ne ha 19».
Questo è noto a tutti, sua moglie era a Berlino per la finale malgrado fosse al settimo mese, e teoricamente non poteva volare…
«Temevamo la denuncia. Sarà scattata la prescrizione, spero».

La storia di sua moglie incinta allo stadio mentre il marito calcia il rigore da un miliardo e mezzo di spettatori è una delle tessere più tenere di un mosaico che vent’anni dopo pare un sogno. C’è stato un tempo in cui l’Italia vinceva i Mondiali, ora rischia di saltarli per la terza volta consecutiva.
«Sono cambiate molte cose in questi vent’anni, ma noi italiani restiamo grandi specialisti nel deprezzarci. Non sono il tipo che nasconde la polvere sotto il tappeto, il nostro calcio ha molti problemi e contraddizioni da risolvere. Ciò non toglie che le risorse necessarie per battere le avversarie designate ci siano, e in abbondanza. Alle grandi rivali storiche penseremo poi, adesso qualifichiamoci».
Ha parlato con Rino Gattuso degli spareggi?
«No, in realtà ci siamo scambiati qualche pensiero soltanto il giorno in cui è venuto a trovarci nel corso del suo giro dei club. Ci siamo fatti gli auguri per i rispettivi obiettivi, e sono convinto che entrambi li centreremo. Lui ha gli uomini per andare ai Mondiali, io quelli per mantenere il Sassuolo in Serie A. Anzi, spero di raggiungere in fretta la quota necessaria per vedere se poi si riesce a fare di più».
A proposito del fatto che Gattuso può pescare in una vasca molto più limitata che in passato, nel Sassuolo gli italiani titolari sono due, peraltro di grande peso come Berardi e Pinamonti. Poi ci sono alcuni giovani, il più impiegato è Volpato. Non sente la responsabilità, vista anche la sua storia azzurra, di spingere maggiormente sull’impiego di giocatori italiani?
«È un discorso complesso, ma di primo acchito la risposta è no. Faccio giocare chi sa giocare, a prescindere dalla nazionalità. Il calcio prevede l’uso di un attrezzo, la palla, e bisogna saperlo trattare. Una volta era una specialità dei calciatori italiani, parlo della tecnica. Ora non lo è più. Il recupero delle antiche posizioni deve cominciare da lì».
Ma come si fa, concretamente? Le squadre sono piene di infortunati, e a parte rari casi non c’è mai la promozione di un ragazzo della Primavera, che un tempo invece era la normalità. Non crede che l’osmosi fra l’ultima categoria del vivaio e la prima squadra dovrebbe essere promossa di più? Parlo di allenamenti, innanzitutto.
«Una parte del problema è senz’altro questa, le prime squadre sono nella maggior parte dei casi mondi lontani e inaccessibili rispetto al resto del club. D’altra parte quello della categoria Primavera, e anche più in basso, è un universo in cui ti chiedono comunque di vincere, ed è in base ai risultati che si decide se tu sei un bravo tecnico oppure no. Si sente dire in giro che il metro di giudizio dovrebbe essere il numero di giocatori formati per la prima squadra, ma nella realtà nessuno ragiona così».
La sua carriera di allenatore è iniziata con il calcio giovanile.
«Alla Juventus. Giocavo con ragazzi di due anni più piccoli rispetto alla loro categoria perché le grandi, che in genere hanno i ragazzi migliori, sono abituate così: giocando sotto età li abitui ad avversari fisicamente più sviluppati, ma ci sono certe annate in cui becchi schiaffoni da tutte le parti. Francamente non so quanto sia utile, e nemmeno educativo. E in ogni caso era la Juve, quindi dovevi vincere».
È per questo motivo che, come dice spesso Del Piero, la ricerca nei vivai si è focalizzata su giovani forti fisicamente da istruire tatticamente, e pazienza se lo sviluppo della tecnica risulta meno curato?
«È uno dei motivi, sì. Occorre una nuova semina tecnica, ma è il concetto stesso a contenere la sua negazione: chi semina nel calcio non vede il raccolto, perché ci vogliono un po’ di anni…».
Chi glielo fa fare, lei dice. Di questo passo la nostalgia per il 2006 continuerà a crescere, e sarà un frutto acido, pieno di rimpianti.
«Abbia fiducia in Gattuso. Poi è chiaro che abbiamo diversi buoni giocatori ma ci manca quello in grado di creare a ridosso dell’area di rigore, il più difficile da costruire. Siamo andati troppo avanti sulla strada della specializzazione, come le dicevo ho rivisto di recente le partite del 2006 e tanti di noi, non solo Totti e Del Piero com’è ovvio, erano in grado di fare tutto. Io cercherei in questa direzione: gente che sappia passare la palla ma anche tirare in porta, fare un tackle deciso ma anche un appoggio al volo. Universali: dove li metti stanno bene, o almeno discretamente. E vincono. Così fra dieci anni gli intervistati saranno loro».
3 gennaio 2026
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