Il titolo del libro di Mirko Daniel Garasic è già una presa di posizione: Finché Marte non ci separi. Riflessioni morali sul perché l’umanità non andrà mai su Marte (Fandango Libri, pagine 192, euro 12,00). Non è un rifiuto della scienza, né una provocazione antitecnologica. È piuttosto una domanda morale travestita da paradosso: siamo davvero sicuri che l’umanità sia destinata — o addirittura pronta — a diventare una specie multiplanetaria? E soprattutto: che cosa rischiamo di perdere mentre guardiamo troppo lontano? Anche se quel solo guardare sembra negare la complessità della sfida scientifica e tecnologica a cui siamo chiamati.

Garasic affronta il tema dell’esplorazione di Marte sottraendolo – appunto – all’enfasi futuristica che domina il dibattito pubblico. L’idea di “andare su Marte” viene smontata pezzo per pezzo, non sul piano dell’impossibilità tecnica, ma su quello più scomodo della responsabilità etica. Il punto non è se possiamo farlo, ma se dovremmo. E a quali condizioni.

Il libro si muove con intelligenza tra filosofia morale, bioetica, politica della scienza e cultura contemporanea. Garasic mostra come il sogno marziano sia spesso una proiezione: la promessa di una fuga in avanti che evita di affrontare i problemi strutturali della Terra — disuguaglianze, crisi ambientale, fragilità istituzionali — spostando altrove l’idea di futuro. Marte diventa così una metafora potente: non tanto un pianeta da colonizzare o da “invadere”, quanto uno schermo su cui riversiamo le nostre irrisolte contraddizioni.

Uno dei meriti principali del libro è il tono. Garasic non predica, non demonizza la ricerca scientifica, non indulge in distopie facili. Al contrario, invita a una riflessione sobria e razionale sul rapporto tra progresso tecnologico e valori umani. La colonizzazione di Marte, sostiene, rischia di essere un progetto elitario, pensato per pochi, che normalizza l’idea di una selezione implicita dell’umanità: chi parte, chi resta, chi è sacrificabile. Una logica che, se accettata nello spazio, finisce inevitabilmente per riflettersi anche sulla Terra.

Il sottotitolo — Riflessioni morali sul perché l’umanità non andrà mai su Marte — va letto con attenzione. Quel “mai” non è una previsione cronologica, ma una provocazione etica. Garasic suggerisce che un’umanità davvero matura, capace di prendersi cura del proprio pianeta e delle proprie relazioni, non avrebbe bisogno di fuggire altrove per sopravvivere. Marte diventa allora il banco di prova di una domanda più radicale: che cosa intendiamo per progresso?

C’è, in filigrana, un’idea forte di responsabilità collettiva. Prima di esportare la vita umana nello spazio, dovremmo forse imparare a custodirla meglio qui. Non per rinunciare all’esplorazione, ma per sottrarla alla retorica della conquista e ricondurla a una dimensione autenticamente umana. In questo senso, il libro di Garasic parla meno di Marte e molto di noi: delle nostre paure, delle nostre ambizioni, della tentazione di credere che la tecnologia possa risolvere problemi che sono, prima di tutto, morali. Più che un viaggio verso Marte è un viaggio dentro noi stessi, come individui e come collettività

Finché Marte non ci separi è un saggio agile ma denso, accessibile senza essere semplificato, capace di aprire domande più che di chiuderle. E forse è proprio questo il suo valore maggiore: ricordarci che il futuro non si misura in chilometri dalla Terra, ma nella qualità delle scelte che facciamo restando su di essa.