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L’attacco Usa in Venezuela ha scatenato reazioni in tutto il mondo con vari Paesi che hanno preso le difese di Caracas. Tra gli stati più attenzionati figura la Russia che ha avuto una presa di posizione durissima contro l’operazione militare statunitense in Venezuela. Mosca, alleata storica del governo di Nicolás Maduro, ha chiesto la convocazione immediata di una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha invocato il rilascio immediato del presidente venezuelano. Il ministero degli Esteri russo ha parlato senza mezzi termini di «aggressione armata» da parte degli Stati Uniti, sottolineando come l’azione militare abbia suscitato «profonda preoccupazione e una ferma condanna».


APPROFONDIMENTI

Mosca vicina al Venezuela

Nel frattempo, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha avuto un colloquio con la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez Gómez, durante il quale ha ribadito la volontà della Russia di consolidare ulteriormente il partenariato strategico globale con Caracas. Da Mosca è arrivata anche la conferma che l’ambasciata russa nella capitale venezuelana non ha riportato danni in seguito alle esplosioni. A rincarare la dose è stato Konstantin Kosachev, vicepresidente del Consiglio federale russo, la Camera alta del Parlamento, che in un messaggio pubblicato su Telegram ha escluso qualsiasi giustificazione all’azione statunitense. Secondo Kosachev, il Venezuela non avrebbe rappresentato alcuna minaccia per gli Stati Uniti, né sul piano militare né sotto il profilo umanitario, criminale o legato al narcotraffico, un aspetto quest’ultimo confermato anche da organismi specializzati delle Nazioni Unite. Per il dirigente russo, l’operazione militare e le pressioni esercitate contro Caracas nelle ultime settimane sono prive di basi sostanziali e configurano una palese violazione del diritto internazionale.

L’attacco condotto dagli Stati Uniti nella notte tra il 2 e il 3 gennaio ha innescato una reazione immediata a livello globale. Il governo venezuelano ha proclamato lo stato di emergenza, denunciando quella che ha definito una «gravissima aggressione», mentre numerosi Paesi hanno espresso condanna e chiesto un intervento degli organismi multilaterali per fermare l’escalation.Lo storico legame tra Putin e Maduro

Le relazioni tra l’allora Unione Sovietica e il Venezuela risalgono ufficialmente al 3 marzo 1945, durante la presidenza di Isaías Medina Angarita. In quella fase, Caracas avviò un processo di riforme istituzionali volto alla modernizzazione dello Stato, aderendo alle Nazioni Unite e rafforzando i rapporti con i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo più attivo nel nuovo assetto internazionale del secondo dopoguerra. Questo primo avvicinamento fu però interrotto nel 1952, quando il colpo di Stato che portò al potere Marcos Pérez Jiménez determinò l’allineamento del Venezuela al blocco statunitense e la conseguente rottura dei rapporti con Mosca. Le relazioni rimasero congelate per circa due decenni, fino agli anni Settanta, quando il presidente Rafael Caldera scelse di ristabilire i legami diplomatici con l’Unione Sovietica, riaprendo al dialogo tra Est e Ovest in una logica di neutralità funzionale allo sviluppo di collaborazioni economiche, in particolare nel settore energetico.

Una nuova e più profonda fase di avvicinamento si aprì con l’ascesa di Hugo Chávez alla presidenza venezuelana nel 1998 e di Vladimir Putin alla guida della Russia nel 2000. Entrambi interpretarono la cooperazione bilaterale come uno strumento strategico per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e ampliare la propria influenza geopolitica. Nell’ottobre 2001 Chávez compì la sua prima visita ufficiale a Mosca, definendo pubblicamente la Russia un alleato naturale nella contrapposizione all’unilateralismo globale. Da quel momento prese forma un partenariato sempre più solido, basato su accordi economici, energetici e militari. Il governo venezuelano concesse importanti spazi alle compagnie russe Rosneft e Gazprom nel settore petrolifero, mentre Mosca sostenne attivamente Caracas nei principali forum energetici internazionali, in particolare all’interno dell’OPEC. Parallelamente, si rafforzò il coordinamento diplomatico nelle organizzazioni multilaterali, soprattutto alle Nazioni Unite, e aumentò la cooperazione nel campo della difesa e della fornitura di armamenti.

Dopo la morte di Chávez, nel 2013, la presidenza passò a Nicolás Maduro, già vicepresidente. La Russia riconobbe immediatamente la legittimità del nuovo capo di Stato, mentre Stati Uniti e Unione Europea contestarono l’esito delle elezioni, denunciando presunte irregolarità legate alla mancanza di trasparenza, alla repressione dell’opposizione e alle limitazioni della libertà di stampa. Sebbene non siano emerse prove definitive, tali accuse portarono all’imposizione di sanzioni economiche e diplomatiche contro Caracas, aggravando l’isolamento internazionale del Paese. Questo isolamento si tradusse nel mancato riconoscimento del governo Maduro da parte di alcuni Stati, nella sospensione di relazioni bilaterali, nell’esclusione da organismi regionali come l’Osa e il Mercosur e nel congelamento di beni finanziari all’estero.

In questo contesto, il sostegno della Russia divenne essenziale per la tenuta politica ed economica del Venezuela, pur non risultando sufficiente a neutralizzare completamente gli effetti delle pressioni occidentali. Tra il 2014 e il 2015, il Paese sudamericano dovette affrontare una grave crisi economica, aggravata dal crollo dei prezzi del petrolio e dall’impennata dell’inflazione. Fu in questo scenario che Maduro intensificò ulteriormente i rapporti con Mosca. Tra gennaio e maggio 2015 si colloca la sua prima visita ufficiale in Russia, dalla quale tornò con l’impegno a rafforzare ulteriormente il partenariato bilaterale. Pochi mesi dopo, il 9 maggio, Maduro partecipò a Mosca alle celebrazioni per il 70° anniversario della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, evento al quale presero parte pochissimi leader stranieri a causa delle tensioni internazionali seguite all’annessione della Crimea.

La posizione ambigua della Russia

Se da un lato la Russia esprime forte solidarietà dall’altro la posizione del Paese resta ambigua con Putin che, alleato del Venezuela, è consapevole che uno strappo nei confronti di Trump e degli Stati Uniti potrebbe portare a un’escalation che lo Zar vuole evitare. Un eventuale scontro, diplomatico e non solo, con gli Usa potrebbe avere ripercussioni anche nel conflitto russo-ucraino con Putin che non vorrebbe allargare il fronte e distogliere le attenzioni sul suo primo obiettivo. Trump e Putin nelle ultime settimane hanno intensificato i loro contatti per trovare una soluzione al conflitto. Dallo scorso 15 agosto, giorno del summit in Alaska, i due leader mondiali si sono riavvicinati per provare a mettere fine a una guerra iniziata da Putin 4 anni fa. Trump prova a fare il mediatore tra lo Zar e Zelensky mentre Putin cerca di far valere i suoi interessi. Un equilibrio fragile che l’attacco in Venezuela potrebbe far vacillare. 


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