Spettacolare eruzione Eruzione Hunga vista dal satellite.

(METEOGIORNALE.IT) C’è voluto tempo, pazienza e una mole di dati impressionante, ma alla fine il verdetto è arrivato. E diciamolo subito, sgombrando il campo da dubbi e teorie che hanno circolato per mesi: l’eruzione del vulcano Hunga Tonga–Hunga Haʻapai non è la responsabile delle temperature bollenti che hanno soffocato il pianeta nel 2023 e 2024.

A mettere nero su bianco questa conclusione è un report massiccio, appena rilasciato sotto l’egida del progetto APARC del World Climate Research Programme (WCRP), co-sponsorizzato dalla World Meteorological Organization. Un documento che, in effetti, si legge come il capitolo finale di un giallo scientifico iniziato quel fatidico 15 Gennaio 2022 nel sud dell’Oceano Pacifico.

 

Tutti ricordiamo le immagini satellitari, quel fungo atomico di vapore e cenere che ha bucato il cielo. È stata l’esplosione sottomarina più potente mai registrata dagli strumenti moderni, un evento talmente violento da iniettare nella stratosfera una quantità di vapore acqueo semplicemente inconcepibile. Parliamo di un aumento globale dell’acqua stratosferica di circa il 10%, una “bolla” di umidità che sta ancora girando sopra le nostre teste e ci resterà probabilmente per tutto il 2025.

 

E qui nasce l’equivoco. Visto che il vapore acqueo è un potente gas serra, in molti hanno fatto due più due, ipotizzando che quel surplus di umidità fosse il motore occulto del Riscaldamento Globale anomalo degli ultimi due anni. Invece no.

 

I modelli climatici, quelli seri, hanno parlato chiaro. Le simulazioni indicano che l’influenza dell’Hunga sulla temperatura superficiale è stata sì presente, ma in senso opposto e impercettibile: un raffreddamento minuscolo, circa 0,05 °C. Una variazione talmente sottile da confondersi con il normale “rumore di fondo” della variabilità climatica naturale. Insomma, il caldo record è affar nostro, non del vulcano.

 

Il report, frutto della collaborazione di 159 scienziati provenienti da 21 paesi diversi è un compendio di osservazioni satellitari, lanci di palloni sonda e analisi da terra. Tim Naish, presidente del comitato scientifico del WCRP, ha sottolineato come quel pennacchio ricco d’acqua abbia rimodellato la stratosfera in modi mai visti prima. Una specie di esperimento naturale su scala planetaria.

 

Certo, qualche scossone c’è stato. Nei mesi successivi all’eruzione, l’ozono nell’Emisfero Australe ha subito delle perturbazioni, ma gli effetti complessivi sul famoso buco dell’ozono sopra l’Antartide sono stati, tutto sommato, minori. Niente catastrofi atmosferiche imminenti legate al vulcano, per fortuna.

Quello che preoccupa gli esperti, semmai, è un altro aspetto, più terra-terra. La capacità di monitorare questi mostri della natura dipende da una rete di satelliti e sensori che sta invecchiando. Il report lancia un avvertimento che sa di appello: se non investiamo nel mantenimento di queste sentinelle orbitali, la prossima volta potremmo essere ciechi di fronte a un evento simile. E capire cosa succede lassù, nella chimica sottile della nostra atmosfera, non è un lusso accademico, è una necessità vitale.

 

Fonti

  (METEOGIORNALE.IT)


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