di
Gaia Piccardi
L’attrice: «Valeria Golino mi ha guardata, e mi è rimasta dentro per sempre. Con Vivaldi incontro di anime»
Nel tempo sospeso tra fiore e frutto, abita Tecla Insolia. Ad assisterla nel guado tra giovinezza e età adulta, è il multiforme ingegno che l’ha portata a Sanremo come cantante nel 2020 e che oggi ne fa il talento più vivido del cinema italiano: eroina amorale e dirompente nell’Arte della Gioia, diretta con tocco felice da Valeria Golino, ha retrodatato Modesta ai primi del Settecento in Primavera, l’opera d’autore di Damiano Michieletto che si sta difendendo con coraggio dentro la tempesta Zalone («Tipo Oppenheimer contro Barbie» scherza) e che l’ha trasformata in Cecilia, violinista orfana, assetata di libertà e conoscenza. Come Tecla, che affronta l’esistenza con l’impegno che si riserva allo studio: a 21 anni, vivere la vita è il suo personalissimo corso di laurea. «Quale altro lavoro ti permette di imparare il violino?», chiede curiosa e vezzosamente pleonastica: «Quattro mesi, con l’estate di mezzo: mi sono concentrata il più possibile ed è stato proprio magico».
Voi Gen Z siete spugne.
«La testa si setta, il cervello è sintonizzato: impara in fretta e viaggia alla velocità della nostra società, nei cui confronti, in realtà, io cerco di andare controcorrente».

Come un salmone.
«Più un gamberetto, che cammina all’indietro».
Cosa non le piace?
«Mi spaventa moltissimo la rapidità alla quale ci siamo abituati a vivere: non mi ci sento dentro pienamente. Sono nata da genitori siciliani emigrati in Lombardia, sono cresciuta in Toscana con persone più grandi, immaginando i racconti che mi venivano fatti della loro giovinezza. Anche alla scuola di recitazione di Piombino, dove sono arrivata a 10 anni, ero la più giovane. Credo di avere un’idea un po’ romantica di un tempo che non ho mai vissuto».
I ruoli le permettono di recuperare, però.
«Mi spaventa il fatto di non avere il controllo su niente, ma forse nemmeno lo vorrei. Le cose succedono in fretta e io rimango sempre un po’ indietro: non ho il tempo di comprendere appieno perché ne arriva subito un’altra. Aspetto il momento in cui imparerò a gestirle. Però mi piace che sia un tempo di cambiamento, di innovazione, e che mi coinvolga».
Come cerca un suo spazio sacro, dentro il frullatore?
«È una cosa su cui mi interrogo quotidianamente: ancora non ho trovato, non dico il mio scopo, ma qualcosa che mi faccia sentire attaccata alla realtà. Mi piace considerare i periodi buchi come opportunità per investire su qualcosa di creativo. La mia ricerca della pace passa da un tipo diverso di tranquillità, altrimenti la mente si abitua a una velocità frenetica, che non voglio avere: desidero ancora stupirmi delle cose. Il rischio è che diventi una corsa continua. E allora da piccola leggevo, scrivevo, disegnavo…».
Cantava, anche. E bene. La musica è un capitolo chiuso?
«No. Ma ho iniziato da bambina ed è diventato subito un mestiere, appunto; ho lavorato con persone che hanno creduto in me, mi sono capitate cose, tipo Sanremo, che oggi dico: perché?».
Perché ha più di un talento.
«Tantissime persone hanno un talento e, soprattutto, la voglia di stare al centro. Io non ho la voglia di essere costantemente protagonista. Perché ho paura, perché magari non mi sento all’altezza, però c’è sempre stato qualcuno, un insegnante di canto o di recitazione, che in me ha creduto tanto».
Lo dice quasi con stupore.
«Sì, perché sono una persona in formazione. Avevo iniziato le riprese dell’Arte della Gioia, sono durate sei mesi e ho dovuto mettere la musica in pausa. Ho avuto un rapporto turbolento con la mia voce: ho sempre cantato, però non mi è mai piaciuta. Amavo cantare e detestavo riascoltarmi, e questo mi faceva sentire un’ingrata nei confronti della mia passione, dei miei genitori che si sono impegnati tanto nella mia crescita».
Non è che il sogno della musica era più loro che suo?
«Se un giorno dovessi avere una creatura che dipende da me e mi accorgessi che ha un grande talento, troverei la strada che più si avvicina alla sua passione. Non ho mai sentito pressione: infatti oggi sono una ragazza di 21 anni che sta facendo un percorso professionale, a prescindere da quello che mi possono consigliare i miei».
Il disagio che aveva con il canto, invece non ce l’ha con il cinema?
«Quello che sto capendo è che il disagio l’avevo con me, non con la musica. Non volevo essere il personaggio di me stessa. Con il cinema, sono stata fortunatissima: ho fatto l’Arte della Gioia, Familia che era il film italiano candidato a entrare nella short list per gli Oscar, L’Albero, Amata, adesso Primavera. Sono stata donne che mi piacciono da morire: quando studiavo, sognavo di interpretare personaggi così diversi. Sto crescendo, cercando di non farmi portare troppo dal vento».
La poca vita che ha vissuto è un bagaglio sufficiente per calarsi nelle vite degli altri?
«È vita anche recitare, vivere su un set, confrontarsi con un regista, Golino o Michieletto. Tutto è vita. L’amore è vita: io lo trovo in tutto, dalla generosità delle persone alla bellezza dei luoghi. Le emozioni cerco di immagazzinarle: sento un dolore o una gioia, ed è come se creassi delle piccole camere dentro di me. Osservo le persone, le loro espressioni, le loro andature. Mi piace prendere la forma di ciò che mi attrae: sono malleabile. E ho un costante bisogno di capire».
Tecla Marianna, nomi antichi. Sono delle nonne?
«Il secondo sì. Ai miei piacciono i nomi particolari. Ho un fratello di vent’anni, si chiama Gioele: vorrebbe fare musica. L’altro, Santiago, ha nove anni: sta facendo lezioni di canto con il mio primo maestro. Il nome l’ho scelto io».
E la scuola?
«Eh, la scuola l’ho finita: maturità tecnica a Piombino, grafica pubblicitaria, sono uscita con 96. Quando ero in terza superiore, è arrivato il Covid: appartengo alla generazione divisa tra casa e scuola; in più lavoravo: nell’anno della maturità ho girato due serie. Non ho mollato, sono sempre rimasta nella scuola pubblica. A un certo punto mi sono ritirata: per le assenze mi avrebbero bocciata. Ho fatto l’esame di riammissione a settembre. Alla mia età i ragazzi finiscono l’Università, io non escludo di iscrivermi. Intanto, mi sono buttata nell’università della vita».
Come è andato il provino con Valeria Golino?
«Due settimane prima che mi arrivasse la richiesta del self tape, senza sapere nulla, a Roma avevo comprato L’Arte della Gioia. La Sicilia, un’autrice donna… Il romanzo comincia con Modesta che porta una croce nel fango e poi si masturba sulle urla della sorella rinchiusa… Mi sono detta: devo capire. Poco dopo sono cominciati i provini, 5 o 6, sempre con la regista: non è prassi. Valeria ti guarda, e ti rimane dentro per sempre. Mi diceva: io questa cosa in te non la sento, però la voglio. E allora la volta dopo ci arrivavo, lavorandoci. Grazie al ruolo, è stata un’evoluzione».

Quando Cecilia è sul tavolo del cerusico, in Primavera, e guarda dritto in camera, lì ha la luce negli occhi di Modesta. Cosa le accomuna?
«La ribellione, che le rende contemporanee. Il processo creativo di Modesta e Cecilia è stato diverso però è bello che le cose riecheggino e abbiano un filo che le lega. Quello tra Vivaldi e la violinista Cecilia è un incontro d’anime, un innamoramento artistico. Io, ad esempio, sono innamorata di Valeria Golino, dell’essermi sentita vista e compresa».
Cosa l’ha portata fin qui, Tecla?
«Mi è sempre piaciuto stupire le persone, farle scomporre. Non con effetti speciali, per carità: con quello che sono. È la solita storia dell’accettazione, un delicato equilibrio tra la paura di essere al centro dell’attenzione e la voglia di sparire. È un gioco di prestigio complicato».
Già due David di Donatello e un Nastro d’argento. Non è tanto, e troppo presto?
«Credo che le cose arrivino quando le puoi sostenere. Per il teatro, per dire, sì che è presto: devo studiarlo, oggi mi sentirei un’impostora».
Il pensiero creativo, però funziona: conoscerà Wim Wenders al festival di Berlino, dove sarà shooting star 2026.
«Il Cielo sopra Berlino mi ha cambiata. Mi ha accesa. Io faccio un po’ fatica a piangere e ad emozionarmi: devo essere lucida, devo fare, fare, fare, quindi non me lo permetto. Wenders mi ha spalancato un fiume. A Berlino si chiuderà un piccolo cerchio magico».
Non il primo, non l’ultimo.
3 gennaio 2026
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