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di Alessio Ribaudo

Il padre della 16enne milanese morta nell’incendio del «Le Constellation»: «Era finita nel locale per caso»

«Ho appena ricevuto la telefonata che non dovrebbe mai arrivare a un padre. Un dolore sordo, indicibile: la mia amata Chiara non c’è più», dice con un filo di voce Andrea Costanzo, ex dirigente di un’industria farmaceutica.

Dove si trova adesso?
«Sto andando in auto da Crans-Montana a Sion con mia moglie. Lì le autorità ci hanno detto che c’è la task force svizzera, italiana e israeliana che lavora sul Dna dei corpi, per restituire ufficialmente un nome a chi l’ha perso. Stanno cercando di accelerare il più possibile i tempi delle analisi scientifiche, ma sarà ancora lunga».



















































Quando avete capito che la speranza di riabbracciare Chiara si stava spegnendo?
«Malgrado il passare delle ore alimentasse una possibilità, sino all’ultimo abbiamo sperato che Chiara fosse tra i feriti ricoverati negli ospedali ma non ancora identificati. Poi, senza preavviso, ti crolla il mondo addosso. Non sei mai pronto. Non lo puoi essere. È innaturale che un padre perda una figlia».

Che figlia era?
«La più straordinaria che abbia mai calcato la Terra. Non lo dico perché non c’è più. Eccelleva in tutto ciò che faceva, sia a scuola sia nello sport. Era un’ottima ginnasta artistica, sciava in modo impeccabile, amava la natura e parlava inglese come una madrelingua. Aveva una curiosità pazzesca e una disciplina naturale, mai ostentata».

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Che rapporto aveva con Milano e con la scuola?
«Milano era la sua quotidianità. Il liceo scientifico Moreschi era il suo mondo: lo studio, le amicizie, i docenti. Era una ragazza seria ma mai rigida, curiosa, capace di appassionarsi. Non studiava per dovere, ma per capire: aveva la media dell’otto e mezzo. Anche lì era amata. Non passava inosservata: lasciava sempre qualcosa di buono dietro di sé».

E con la famiglia?
«Andava d’amore e d’accordo con i suoi tre fratelli e non ci ha mai dato un problema serio. C’erano le normali fasi adolescenziali, certo, con l’umore ballerino, ma mai nulla di preoccupante. Aveva la voglia di divertirsi come i ragazzi della sua età, sorrideva spesso. La nostra fiducia era piena. Era solare, ironica ed era piena di interessi e di valori».

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In quali valori credeva?
«Aveva un’idea nitida di cosa volesse dire vivere in modo sano. Non le piacevano l’alcol, il fumo, figuriamoci le droghe. Il suo senso della giustizia era fortissimo. Se fosse possibile, eccedeva persino alle nostre aspettative».

Lei era a Milano. Sua moglie si trovava nella vostra casa di Crans-Montana.  Cosa le ha raccontato di quella notte?
«Avevano scelto Le Constellation per caso, in altri non c’era posto. È andata con amici che l’amavano molto anche per il suo senso dell’umorismo e dell’autoironia».

Era consapevole di un qualche pericolo?
«Assolutamente no. Quel locale non era una novità per la loro comitiva: c’erano già stati altre volte. E mia figlia non avrebbe mai accettato di andare in un posto poco sicuro. Mai. Lo dico con certezza perché era una ragazza con un alto senso di responsabilità».

Ha sete di giustizia?
«Il dolore adesso è più grande della sete di giustizia. Non so nemmeno se arriverà mai. Ora ho solo un grande vuoto».

Come vorrebbe che Chiara fosse ricordata?
«Vorrei che non fosse “solo” un nome in una lista di vittime. Perché lei non è mai stata un numero. Era una figlia amata. Aveva il dono dell’ascolto e dava molto agli altri, senza mettersi davanti e senza mai far pesare i suoi risultati eccellenti. Anche per questo era benvoluta da tutti. Ed è per questo che fa ancora più male perderla». 

3 gennaio 2026 ( modifica il 4 gennaio 2026 | 00:13)