di
Giovanni Caprara

Prima donna e unica direttrice generale riconfermata per un secondo mandato, la scienziata italiana traccia un bilancio della sua esperienza alla testa del più importante centro mondiale per la fisica delle particelle che si concluderà il 31 dicembre

È trascorso un decennio da quando è stata nominata direttrice generale del Cern di Ginevra, il centro di ricerca sulla fisica delle particelle più importante al mondo. Fabiola Gianotti è stata anche la prima donna a dirigerlo e l’unica ad essere riconfermata per un intero secondo mandato.

Come giudica il tempo trascorso, ora che la sua direzione volge al termine?
«È stata un’esperienza fantastica. Il Cern è un’istituzione unica al mondo. È il leader mondiale della fisica delle particelle alle alte energie, un motore dell’innovazione che sviluppa tecnologie di punta con applicazioni importanti per la società e la vita di tutti i giorni. Nello stesso tempo è un esempio brillante di collaborazione mondiale grazie a una comunità di più di 17.500 persone di 110 nazionalità diverse. Sono cresciuta come ricercatrice in questo ambiente bellissimo, essendo arrivata al Cern pochi anni dopo avere conseguito il dottorato di ricerca in fisica all’Università di Milano. E nel decennio, nel ruolo di direttrice generale, ho avuto l’opportunità di occuparmi non solo di temi scientifici e tecnici, ma anche del funzionamento complessivo del grande laboratorio, dalla gestione del budget e delle risorse umane alle relazioni con i governi, alla comunicazione con il pubblico e i media, alla ricerca di fondi esterni per i nostri progetti. Sono grata ai paesi membri del Cern per avermi dato questa opportunità unica, in particolare ai governi italiani passati e presente per il loro sostegno indeffetibile, e all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), un fiore all’occhiello della ricerca italiana».



















































Tanti anni di impegno su fronti diversi che hanno portato anche all’ingresso nel Cern di nuovi Paesi rafforzando la comunità dei ricercatori. Ci saranno stati momenti più entusiasmanti e altri difficili?
«I momenti entusiasmanti sono stati tantissimi. L’inaugurazione, nell’ottobre del 2023, del Science Gateway, il nuovo centro del Cern per il grande pubblico, un’opera di Renzo Piano, realizzato grazie alla generosità di donatori privati fra i quali Stellantis. Ricordo con emozione anche le celebrazioni per il settantesimo anniversario del centro l’1 ottobre 2024, alla presenza di sette capi di stato fra cui il presidente Mattarella. Ma ci sono stati i nuovi risultati scientifici raggiunti e le innovazioni tecnologiche che mi riempiono di gioia. Fra i momenti più difficili includerei la gestione della pandemia di Covid e della crisi finanziaria del 2022-2023, quando l’inflazione è cresciuta significativamente e i prezzi dell’elettricità sono schizzati alle stelle. Ma li abbiamo superati».

Come è cambiata e cresciuta la conoscenza della fisica delle particelle in questo decennio a cui il Cern ha contribuito?
«I progressi nei laboratori di tutto il mondo sono stati notevoli, contribuendo in modo significativo alla nostra comprensione della fisica fondamentale: dalle ricerche sui neutrini, alla scoperta di nuove particelle composte, allo studio del bosone di Higgs, accessibile solo al Large Hadron Collider (LHC) del Cern, nell’ambito del quale siamo passati dalla fase di scoperta alle misure di precisione. Inoltre, uno dei risultati più eclatanti degli ultimi anni è che diverse teorie che proponevano una nuova fisica per rispondere a questioni fondamentali di grandissimo interesse, dalla composizione della materia oscura alla scomparsa dell’antimateria nell’Universo primordiale, sono state messe a dura prova e notevolmente ristrette dai risultati sperimentali ottenuti che abbiamo ottenuto noi e in altri laboratori di tutto il mondo. Ad oggi, non c’è segno di questa nuova fisica alle scale in energia che abbiamo esplorato. I misteri, quindi, persistono e serviranno strumenti più potenti e nuove tecnologie per poter progredire ulteriormente nella nostra conoscenza dell’Universo».

Quali sfide dovrà affrontare in futuro il Cern per rimanere al vertice mondiale della ricerca sulla fisica delle particelle?
«Per essere i primi al mondo bisogna realizzare i progetti più rilevanti e ambiziosi. A Ginevra opera l’LHC, l’acceleratore più potente costruito dall’umanità, che sarà ulteriormente potenziato nei prossimi anni per estenderne la capacità di scoperta. Il passo successivo potrebbe essere il Future Circular Collider (FCC), di cui abbiamo appena completato lo studio di fattibilità, ponendo così le basi per un futuro brillante del Cern. È uno strumento straordinario per esplorare la fisica a livelli di energia e precisione ben oltre quelle accessibili attualmente. Collocato in un tunnel sotterraneo di 91 chilometri, richiederà lo sviluppo di tecnologie senza precedenti in molti campi, con importanti applicazioni alla società. Ha ottenuto l’appoggio massiccio della comunità mondiale del nostro campo, la Commissione europea l’ha proposto come uno dei progetti “moonshot” per il futuro dell’Europa ottenendo, poi, anche promesse di supporto finanziario da fondazioni e privati. Spero che questo progetto possa essere approvato nei prossimi 3-4 anni. Permetterebbe al Cern e all’Europa di mantenere la supremazia mondiale nel campo della fisica delle alte energie e delle tecnologie connesse almeno fino alla fine del secolo».

Quali di questo momenti hanno segnato la sua storia e la vita al Cern: la scoperta del bosone di Higgs, la scelta alla direzione del Cern o il rinnovo dell’incarico?
«Sono stati tutti e tre momenti di grande emozione, anche se molto diversi. La scoperta del bosone di Higgs ha ripagato anni di lavoro instancabile della comunità del Cern. Quel 4 luglio 2012, mentre nell’auditorium pieno zeppo presentavo i risultati della scoperta a nome dell’esperimento ATLAS, insieme al mio collega e amico Joe Incandela che parlava a nome di CMS, l’altro esperimento condotto in parallelo, pensavo alle migliaia di fisici, ingegneri e tecnici di tutto il mondo che avevano contribuito con competenza, duro lavoro, coraggio e determinazione alla realizzazione di strumenti straordinari quali l’LHC e gli esperimenti ATLAS e CMS. Quando fui scelta per la direzione del Cern, alla fine del 2014, la mia prima reazione è stata: “E ora che faccio? In che pasticcio mi sono messa!”, seguito immediatamente da un sentimento di profonda gratitudine per il presidente Napolitano, il governo italiano e l’Infn che avevano contribuito in modo significativo alla mia elezione. Infine, ho accolto la riconferma con grande gioia perché mi ha dato la possibilità di completare progetti entusiasmanti che avevo iniziato, in particolare il Science Gateway, e contribuire a realizzare lo studio di fattibilità dell’acceleratore FCC e quindi a costruire le fondamenta per un futuro brillante per il laboratorio».

Quali sono le nazioni che pongono le maggiori sfide al Cern: la Cina, gli Stati Uniti?
«Gli Stati Uniti sono un partner storico del Cern e hanno contributo in modo essenziale ai nostri progetti, primo fra tutti LHC. E il Cern a sua volta contribuisce a progetti negli Usa. Con la Cina c’è più competizione, perché uno dei loro piani futuri potrebbe essere la realizzazione di un collider simile al nostro progetto FCC. E se lo facessero prima di noi, il Cern e l’Europa perderebbero la supremazia mondiale in un campo strategico della ricerca».

Come immagina, ora, il suo futuro?
«Al Cern, almeno per parte del mio tempo, continuando a fare ricerca, la mia passione di sempre. Mi piacerebbe anche mettere a disposizione l’esperienza acquisita in questi anni per contribuire a promuovere e sostenere la scienza in generale, e sto vagliando alcune opportunità interessanti in vari ambiti».

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3 gennaio 2026