di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Secondo l’economista e direttore del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Bocconi le differenze di prezzo tra le città non sono un’anomalia italiana: ma da noi pesa il divario salariale tra Nord e Sud
Quasi 600 euro è la cifra che, nel 2025, fotografa il costo medio di un paniere di beni e servizi a Milano, la città che secondo l’ultima indagine del Codacons continua a guidare la classifica dei prezzi in Italia, di poco sopra a Bolzano. Un dato che non sorprende, ma che conferma una tendenza ormai strutturale: vivere nel capoluogo lombardo costa più che altrove. Rispetto a Napoli, per fare un esempio, costa il 62,3% in più (leggi qui per saperne di più: Costo della vita, Milano resta la città più cara d’Italia: a Napoli per vivere si spende quasi la metà).
«In Italia convivono due Paesi»
«Classifiche di questo tipo esistono in qualunque Paese: ovunque ci sono città molto più care di altre», spiega al Corriere Vincenzo Galasso, professore di Economia e direttore del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Bocconi. «Le differenze dipendono da diversi fattori, ma in particolare da tutti quei servizi in cui il costo del lavoro è centrale. È lì che emergono le distanze maggiori, perché sono direttamente legate ai livelli salariali. Allora, se analizziamo i dati, è evidente che l’Italia viaggia a velocità diverse: in un certo senso convivono quasi due Paesi nello stesso Paese».
Professor Galasso, questa frattura territoriale è destinata ad ampliarsi o esistono meccanismi in grado di ridurla nel medio periodo?
Il tema centrale è la crescita salariale e, più in generale, la crescita economica delle diverse regioni. Per anni si è parlato di convergenza, ma la letteratura economica ci dice che negli ultimi tempi questa convergenza si è fermata. È difficile immaginare, nel breve o medio periodo, un recupero significativo del divario tra Nord e Sud.
Ma quale può essere un fattore di riequilibrio? Il turismo, ad esempio?
Il turismo è cresciuto molto ed è spesso visto come un segnale positivo per città come Napoli, Bari o Palermo. Il problema è che si tratta di un settore a basso valore aggiunto. Se vogliamo capire quanto cresceranno davvero queste città, dobbiamo guardare ad altri elementi: innovazione, produttività, qualità del lavoro. Solo il turismo difficilmente può colmare il divario.
Nelle città più economiche il risparmio sui prezzi convive con redditi molto bassi. Ha senso confrontare i costi senza rapportarli al potere d’acquisto?
Il confronto corretto è sempre quello sul potere d’acquisto reale dei salari. Bisogna capire quante cose si possono comprare con un certo reddito, tenendo conto delle differenze di prezzo. I dati fotografati dal Codacons sono interessanti, ma raccontano solo una parte della storia: mostrano, per esempio, che i prodotti agricoli costano meno al Sud e che i servizi sono molto più cari al Nord, proprio perché lì il costo del lavoro è più alto.
Quali elementi mancano in questa fotografia?
Mancano voci di spesa fondamentali come affitti e mutui, dove le differenze tra città come Milano e molte realtà del Sud sono enormi. Su altri beni, invece, i prezzi sono simili ovunque: l’elettronica, ad esempio, ha prezzi sostanzialmente identici. Per questo dico che questa è una fotografia parziale: per una valutazione completa bisognerebbe considerare un paniere davvero rappresentativo dei consumi, come fa l’Istat.
Le grandi città, soprattutto del Nord, stanno diventando sostenibili solo per chi ha redditi medio-alti?
Milano è un caso emblematico. Le differenze sui beni alimentari colpiscono, ma alla fine incidono meno di affitti e abitazione. Ed è interessante notare che tutto ciò che è legato al costo del lavoro mostra differenze enormi: un servizio che costa 40 euro a Napoli può arrivare a costarne quasi 100 a Milano. Questo porta a fenomeni di gentrificazione e di espulsione delle fasce di reddito più basse verso le periferie o verso altre città.
Ha ancora senso parlare di “città care” o è più corretto parlare di “città inaccessibili”?
Dipende dalla città. Milano sta certamente diventando inaccessibile per chi ha redditi bassi o salari che crescono poco. Questo vale sia per chi si sposta per lavoro sia per chi vive già in città, come pensionati o lavoratori con redditi fissi. Alla fine, per vivere a Milano serve un certo tipo di lavoro. E questo rende anche i flussi di studenti e lavoratori sempre più selettivi.
Se dovesse spiegare questi dati a uno studente tra quindici anni, che lettura darebbe?
Farei innanzitutto una distinzione fondamentale. Questi dati non misurano il carovita nel senso stretto del termine, cioè l’aumento dei prezzi nel tempo all’interno della stessa città. Il carovita, quello che tutti percepiscono, riguarda quanto sono cresciuti i prezzi rispetto al passato ed è un fenomeno diffuso in tutta Italia. Qui, invece, stiamo guardando a una fotografia in un preciso momento storico, che mette a confronto i livelli dei prezzi tra città diverse. Quello che emerge non è tanto l’inflazione, quanto le disuguaglianze territoriali: soprattutto nei servizi, dove il costo del lavoro pesa di più, le differenze tra città sono molto marcate. Il messaggio, quindi, è che città come Milano o Bolzano richiedono salari molto elevati per essere davvero vivibili. E questo ha implicazioni importanti, perché significa che l’accesso a queste città diventa sempre più selettivo, sia per chi si sposta per lavoro sia per chi le abita da tempo.
4 gennaio 2026
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