
«Forse dipingo perché questo sostituisce le parole che mi mancano»
(Marc Chagall)
Ferrara, Palazzo dei Diamanti. La sala è immersa nel blu, le parole di Chagall si stagliano sulle pareti. Mi siedo, stanco, chiudo per un attimo gli occhi ed ecco che mi si para davanti colui di cui Bella, la moglie, scrisse: «I suoi occhi sono grigio-verdi come l’acqua. Non so se nuoto nel fiume o nei suoi occhi».
È proprio lui, Marc Chagall, il pittore che ha attraversato guerre, esili e amori, portando nel mondo la sua tavolozza di sogni.
Spiazzato ed esitante, gli chiedo: «Maestro, la mostra che la celebra si intitola Testimone del suo tempo. La parola “testimone”, in greco, si dice màrtys/màrtyros: lei si sente un “martire” o più semplicemente testimone di un tempo di atroci e inique sofferenze?».
Occhi grigio-verdi: «Intanto dammi del tu o non se ne fa niente e il nostro dialogo finisce qui».
Mentre lo guardo inebetito: «Tranquillo, ti rispondo perché la tua domanda mi intriga. In realtà, ogni artista è un testimone a prezzo della sua vita. Perciò non è affatto errato definirlo martire. Solo che alcune vite sono più sofferte e altre meno. Io ho visto il mio mondo spezzarsi, ho visto la mia Vitebsk lontana, ho visto il mio popolo passare per il camino, ho conosciuto l’esilio. Eppure, ho continuato a dipingere. Forse per dire ciò che le parole non possono dire».
Oso: «Grazie, Maestro. Anzi no, mi correggo: grazie, Marc. Eppure, anche se tra fiumi di dolore, nelle tue tele volano sposi, animali fantastici, angeli. La tua pittura è più fuga o radicamento? Non è forse il sogno una delle tematiche più tratteggiate dal tuo pennello?».
Sorride: «Solo mio è il paese che si trova nella mia anima. Vi entro senza passaporto, come a casa mia. Paolo, la mia patria è interiore. Quando il mondo brucia, io cerco rifugio nei colori. Ma non è fuga: è resistenza poetica».
La domanda che gli avranno già fatto un milione di volte: «E il crocifisso? Tu eri ebreo, eppure un crocifisso è spesso presente nei tuoi quadri…».
(Quasi) rassegnato: «Perché è il simbolo universale della sofferenza. Che si tratti di un Cristo o di un povero cristo, ogni uomo conosce la sua croce».
Incasso il colpo e cambio argomento: «E l’amore? Nei tuoi quadri è presenza costante, direi persino dominante».
Mi fissa e mi ricorda gli occhi di Gesù sul giovane ricco: «Se ogni vita va inevitabilmente verso la sua fine, noi dobbiamo, durante la nostra, colorarla con i nostri colori d’amore e di speranza. L’amore è il colore più resistente. Anche quando tutto sembra grigio, io aggiungo un rosso, un verde, un blu: sono i colori della speranza. Sai, Paolo, forse dipingo solo per poter dire al mondo che, nonostante tutto, la vita è bella».
Grato, azzardo per l’ultima volta: «Forse è questa la ragione per cui, nella sala finale della Mostra, possiamo ammirare La Paix? Il quadro raffigura una colomba che porta due libri: La Vie e La Paix. Ti confesso, caro Marc, che l’uomo del mio tempo – lo diceva anche Montale – non sembra aver imparato alcunché dalla vostra lezione. Mai come oggi la pace appare fragile e indifesa, macchiata di sangue, proprio come la tua colomba. Davvero c’è speranza?».
Il suo sguardo sembra rivolto in un Altrove, mentre scandisce: «La pace non è un dono, è un compito. Fermati un attimo di più davanti al mio quadro: dopo l’orrore, ho voluto che il cielo tornasse azzurro e ci ho aggiunto una coppia di amanti come apertura al futuro. Ecco, ho messo la vita accanto alla pace perché l’una non vive senza l’altra. Ora aggiungo: ogni guerra, in fondo, è una questione di frontiere: c’è un popolo che non si accontenta del suo territorio e così ne invade un altro. Io, invece, non ho mai creduto alle frontiere. È paese ovunque sia il tuo cuore: un passaporto che, proprio come l’arte, non scade mai. Quando lo capiremo, saremo in pace. E ci sarà vita».
Mi scuoto, apro gli occhi, Marc non c’è più. La mostra su Chagall, invece, è ancora lì davanti ai miei occhi. Mi levo in piedi e riprendo la visita. A proposito: te la consiglio.
Pablo Picasso su Chagall: «Non so dove trovi quelle immagini; deve avere un angelo in testa».
Bella Chagall: «È strano, ogni volta che parla mi sorprende. Se dice qualcosa, è come se le sue parole venissero da un altro mondo».
Marc Chagall: «È mia solo quella terra che si trova nella mia anima, come abitante originario, senza documenti, entro in quella terra. Essa vede il mio dolore e la mia solitudine».


