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Negli ultimi 15 anni i risparmi degli italiani sono divenuti sempre più preziosa base imponibile per le casse statali, con aggravi fiscali applicati alle diverse attività finanziarie. Basti pensare all’imposta di bollo rivista dal 2011 a più riprese al rialzo con provvedimenti d’urgenza emanati per portare l’Italia lontano dal baratro. Un’imposta cartolare trasformata in una vera e propria patrimoniale che colpisce i risparmi degli italiani anche se non producono reddito.
In più l’impennata del prelievo fiscale sulle attività finanziarie è proseguita negli anni anche con l’aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie (oggi sulla carta al 12,5-26%), che colpiscono in misura iniqua e irrazionale i redditi finanziari, con un sistema di tassazione che distingue “tra redditi diversi” e “redditi di capitale” e non permette di compensare sistematicamente guadagni e perdite conseguiti con i diversi strumenti finanziari.
Un handicap che, di fatto, determina un prelievo effettivo più alto del 26% previsto sui redditi realizzati con la gran parte degli strumenti finanziari e dell’aliquota agevolata del 12,5% prevista sui titoli di Stato ed equiparati. L’incomunicabilità fra “redditi di capitale” (proventi periodici dell’investimento, come interessi e dividendi, ma anche le plusvalenze generate con i fondi comuni ed Etf) e “redditi diversi” (plusvalenze derivanti da differenze positive tra prezzo di vendita e costo di acquisto di altri strumenti finanziari) genera bizzarrie incomprensibili agli occhi dei tartassati risparmiatori. Per esempio se il bond stacca cedole o le azioni dividendi, i proventi vengono tassati anche se l’investitore nei quattro anni precedenti ha subito perdite che hanno generato minusvalenze. O ancora: l’investitore potrebbe essere chiamato a pagare un’imposta su cedola/dividendo nel corso della vita dell’investimento, anche se alla fine quando cede lo stesso titolo subisce una cocente perdita. Poi c’è l’astrusità (come altro definirla) sui fondi comuni, che rende impossibile compensare i proventi positivi (redditi di capitale) con eventuali minus (redditi diversi) realizzati sui medesimi fondi. I redditi di capitale non sono mai compensabili con eventuali perdite pregresse, mentre i redditi diversi lo sono, ma solo nell’arco dei 4 anni successivi a quello in cui la perdita si è determinata.
Insomma è stato percorso un tragitto che va a colpire oltre al reddito, anche il patrimonio del contribuente. Tutti balzelli che, nelle loro possibili combinazioni, portano la tassazione sul risparmio a viaggiare intorno al 43%, ovvero sui livelli della massima aliquota Irpef ma che colpisce tutte le persone fisiche indistintamente.
Altro che articolo 47 della Costituzione: questo sistema di tassazione non «incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme». Sarebbe opportuno porre rimedio e dare concretezza a quanto previsto nella delega fiscale, non solo per fare i buoni propositi elettorali salvo poi lasciarli sulla carta.
