C’è un avvertimento molto chiaro nelle parole di Donald Trump che va oltre il cambio di regime in Venezuela. «Questo è quello che gli Stati Uniti fanno ai dittatori», ha detto il presidente ieri parlando da Mar-a-Lago dopo l’operazione che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Un messaggio diretto agli altri dittatori, dall’Iran a Cuba, che il presidente americano ha avvertito: «La situazione a Cuba è molto simile al Venezuela, vogliamo aiutare il popolo cubano». Ma in questa strategia si nasconde una nuova forma di interventismo di Washington in linea con gli ideali di America First del movimento Maga e con la Dottrina Monroe, più volte citata da Trump nei mesi in cui ha preparato l’attacco di venerdì notte: Trump torna a interessarsi della «backyard» degli Stati Uniti, dando sempre più importanza all’emisfero occidentale (che ha citato diverse volte nel suo discorso), ritirandosi dalle altre regioni del mondo e di fatto riscrivendo l’ordine mondiale nato alla fine della Seconda guerra mondiale. L’interesse degli Stati Uniti Maga si riflette all’esterno solo nelle aree più vicine che possono creare problemi all’interno del Paese: Trump ha detto che parte della sua decisione è arrivata per fermare il traffico di droga (Maduro sarà processato a New York per narcotraffico) e per «avere dei Paesi stabili vicini». «Non giocate con questo presidente», ha aggiunto dopo poco il segretario di Stato, Marco Rubio, che è poi il principale ideologo del regime change in Venezuela, ispirato dai falchi neocon del partito repubblicano degli ultimi venticinque anni. Trump ha fatto riferimento ancora una volta alla Dottrina Monroe, scritta dal presidente James Monroe nel 1823: esclude la presenza di potenze esterne nelle Americhe. «Ci eravamo dimenticati di questa dottrina. Ma adesso la dominanza degli Stati Uniti nell’emisfero ovest non sarà più messa in dubbio. Le altre amministrazioni lo hanno fatto ma non sarà più così». 

In questo contesto, l’azione militare in Venezuela non è solo un caso isolato, ma rientra in una visione strategica più ampia che riguarda anche Cuba e il ruolo crescente della Cina e della Russia in America Latina. E qui ci sono almeno altri due risvolti da valutare: da tempo diversi analisti sostengono che l’attacco al Venezuela in realtà sia solo l’inizio di un’operazione che porterà al crollo di Cuba. La fine della dittatura è anche uno dei principali obiettivi di Rubio. «Cuba è un caso interessante. Le cose lì non stanno andando bene, stanno attraversando un momento difficile e credo che, a un certo punto, inizieremo a occuparci anche di Cuba», ha detto Trump. Infatti il regime, già allo stremo da quando Washington ha bloccato le forniture di petrolio da Caracas, potrebbe entrare in una crisi economica ed energetica molto più profonda data la sua dipendenza dal Venezuela. Ma l’intervento di Trump rappresenta anche l’avverarsi del sogno dei neocon. Solo qualche settimana fa Elliott Abrams, uno dei vecchi falchi neocon dell’apparato repubblicano, aveva proposto in modo chiaro la necessità di un cambio di regime. In un lungo articolo su Foreign Affairs, Abrams, che oggi è un analista del Council on Foreign Relations, era stato molto duro con Trump, di cui è stato l’inviato per il Venezuela nel corso della sua prima presidenza e negli anni ’80 esperto di Medio Oriente per Ronald Reagan. «Dopo tante dimostrazioni di forza e muscolari esibizioni navali dirette contro Maduro, potrebbero finire per lasciarlo al potere. In questo scenario, Maduro ne uscirebbe come il sopravvissuto che ha avuto la meglio su Trump, dimostrando che l’influenza americana nell’emisfero occidentale è, nella migliore delle ipotesi, limitata». Ora, dopo anni, sembra che questo monito sia stato ascoltato nonostante i precedenti non siano rassicuranti: gli attacchi in Afghanistan, in Iraq e in Libia, guidati sia da presidenti repubblicani che democratici, hanno portato a un coinvolgimento decennale delle forze americane o a una situazione di instabilità e di vuoto legislativo. Trump su questo non ha dubbi: «Non succederà con me. Abbiamo uno storico perfetto di vittorie: Soleimani, al-Baghdadi, l’operazione Midnight Hammer che ha portato stabilità in Medio Oriente. Con me, si vince sempre».
 


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