di
Giulia Taviani
La vita e i crimini commessi da Charles Manson vengono ricostruiti nel nuovo documentario di Sky «Crime Manson: La fabbrica del male». Tre episodi con gli audio inediti del criminale americano
Sulla storia di Charles Manson, sulla sua vita in carcere, sul rapporto con la «famiglia» e sugli omicidi di cui è ritenuto il mandante, sono stati scritti libri e reate serie tv come Acquarius (2015). Da qualche giorno su Sky Crime c’è anche la docuserie Manson: La fabbrica del male, che contiene audio inediti di quello che è forse il serial killer più famoso della storia americana.
La serie ripercorre i crimini di Manson, e i fatti che sono seguiti, attraverso le testimonianze di alcun ex membri della «famiglia» e gli audio estrapolati dalle conversazioni tra Manson e John Michael Jones, un ex truffatore con cui il criminale è rimasto in contatto durante gli ultimi anni trascorsi in carcere.
Le origini: chi era Charles Manson
Charles Manson era il figlio di un truffatore del Kentucky, che non lo riconobbe mai, e di una ragazza di 16 anni che diventò poi ladra e alcolizzata, e che era stata violentata, maltrattata e abusata.
Dopo l’ennesimo arresto della donna, rimasto «senza una famiglia né amici», Manson finisce in un riformatorio cattolico dove, ha raccontato, «o imparavi a ubbidire o ti picchiavano finché non riuscivi più a camminare». A 10 anni inizia a frequentare lezioni di boxe, per difendersi da chi lo picchiava, a 11 viene accusato di aver dato fuoco alla scuola, a 12 ruba un’auto e finisce nella prigione minorile.

Una volta cresciuto e uscito dal riformatorio, diventa prottettore di prostitute, mantenedosi rubando assegni, finché non viene nuovamente arrestato. «Volevo essere un fuorilegge» confessa Manson durante una telefonata con Jones. In carcere si avvicina a temi come la necromanzia, la magia nera e l’ipnotismo. Impara anche a suonare la chitarra, dedicandosi in modo ossessivo alla musica. Ma soprattutto impara a sfruttare le altre persone per sopravvivere.
La nascita della «famiglia»
Nel 1967 esce su cauzione dal carcere federale. Ha 32 anni e ha trascorso metà della sua vita in prigione. Non ha niente, né soldi né amici. Non conosce nessuno e così, in piena Summer of Love, si trasferisce a San Francisco.
Qui inizia a formare la sua nuova «famiglia», accogliendo attorno a sé ragazze e ragazzi che – come ha raccontato lui stesso – «non avevano nessuno, proprio come me». Sperimenta le droghe, gli acidi e i funghi, e realizza che, anziché fare il protettore, può diventare un guru. Le donne che si avvicinano a lui sono giovanissime, una di loro ha solo 14 anni, e sono tutte vulnerabili: alcune orfane, altre in conflitto con i genitori, altre ancora vengono da una comune.
Con la sua «famiglia», e la carta carburante del padre di una di queste ragazze, parte in autobus in viaggio per l’America. Il primo anno vivono come una comune, occupando case vuote a Topanga. Assumono Lsd per sballarsi – è Charlie a mettere le dosi sulla lingua di ognuna di loro -, recuperano il cibo dai cassonetti dietro i supermercati e cercano vestiti di seconda mano da alcuni amici.
L’incontro con Dennis Wilson dei Beach Boys
Nel 1968, tramite alcune ragazze della «famiglia», Manson conosce Dennis Wilson, batterista dei Beach Boys, con cui inizia a scrivere canzoni. «C’era un’ammirazione reciproca» racconta Dianne «Snake» Lake, ex componente della «famiglia». Wilson voleva diventare uno di loro, ma gli piaceva anche la sua vita lussuosa ed era sotto contratto, quindi, dopo averli ospitati per qualche settimana, li manda via. Manson e la «famiglia» si trasferiscono allo Spahn’s Movie Ranch, un vecchio set cinematografico lontano dalla città (oggi sarebbe nel centro di Los Angeles).
«C’era molto sesso, ma non era una setta sessuale» racconta Catherine «Gipsy» Share, anche lei ex membro della «famiglia». Le donne che si univano al gruppo dovevano trascorrere una notte e un giorno interamente con Manson, prima di incontrare le altre. Una è stata perfino cacciata perché aveva rifiutato un rapporto con lui. «Ci ha sicuramente usate e ha abusato di noi – aggiunge Snake – sono stata anche violentata e picchiata in più occasioni, ma non ho mai raccontato nulla».
Il tradimento di Wilson e il peggioramento di Manson
Manson si sente tradito quando i Beach Boys pubblicano, con il solo nome di Wilson, un pezzo scritto da lui, che come ricompensa ottiene solo 500 dollari.
Già deluso, si trova nel giro di qualche mese a sbattere nuovamente la testa contro il crudele mondo della discografia: questa volta nei panni del produttore musicale Terry Melcher. Contattato dal talent scout Gregg Jakobson, si presenta allo Spahn’s Movie Ranch, con l’intenzione di girare un documentario musicale sulla sottocultura hippie americana.
Charles, entusiasta per quell’incontro, insiste per farsi scritturare ma Melcher si rifiuta di accontentarlo, dopo averlo visto picchiare un uomo nel suo ranch. E così gli dice che «lo avrebbe richiamato», ma non lo farà mai. «Per lui è stato uno schiaffo in faccia – racconta Gipsy -, per Manson non c’era nulla di più importante del mantenere la parola data».
Melcher viveva nella casa che poco dopo sarebbe diventata l’abitazione di Sharon Tate e Roman Polanski.
L’«Helter Skelter» e l’imminente guerra razziale
Erano anche gli anni delle Black Panther, e Manson temeva l’arrivo di una guerra razziale, che lui chiamava «Helter Skelter», dal titolo del singolo dei Beatles inserito nel White Album. Snake racconta che Manson era convinto che i Beatles gli stessero mandando messaggi subliminali, e che l’«Helter Skelter» stesse arrivando, confermando le sue teorie su una guerra tra i bianchi e i neri.
L’album veniva riprodotto in continuazione e Manson costringeva le ragazze ad ascoltarlo. «Ci ha detto anche che dovevamo imparare a usare un coltello per uccidere – racconta Snake – e questo per me significava imparare a uccidere per non essere uccisa».
«Helter Skelter era un gioco in realtà – confessa Manson durante le conversazioni con Jones -, non penso nemmeno che le ragazze avessero preso sul serio quella storia».
L’omicidio di Gary Hinman e l’arresto di Bobby Beausoleil
Il primo omicidio arriva il 27 luglio del 1969. Manson aveva appena accolto nella sua «famiglia» Bobby Beausoleil, aspirante musicista, chiedendogli protezione. Charles era convinto (erroneamente) di aver ucciso una Pantera Nera, Bernard Crowe, e temeva ritorsioni. Gli aveva sparato per proteggere un altro membro, Tex Watson, con cui Crowe aveva avuto problemi legati alla droga.
E sono sempre questioni di droga a mettere Beausoleil in una brutta posizione. Secondo Manson, Gary Hinman doveva dei soldi alla «famiglia», a causa di una vendita finita male. Manda così a casa sua Beausoleil, il quale, di fronte al rifiuto di Hinman di consegnare i soldi, chiama Manson, che al tempo aveva circa 15 anni in più dei ragazzi che lo circondavano. Charles si presenta sul posto, taglia un orecchio a Hinman e ordina a Beausoleil di ucciderlo.
Dopodiché, Beausoleil sparge il sangue della vittima sulla parete, scrive «maiale» e poi, con la mano, lascia un’impronta sul muro simile a una zampa, per simulare lo slogan delle Black Panther: «Uccidi il maiale», ovvero la polizia. Un tentativo di attribuire loro l’omicidio per non coinvolgere la «famiglia».
Il corpo di Hinman viene ritrovato dopo una settimana. Il 6 agosto Bobby Beausoleil viene arrestato, riconosciuto colpevole di omicidio volontario e condannato a morte. La condanna sarà commutata in ergastolo nel 1972 quando lo Stato della California abolì la pena di morte.
Manson ora teme che la polizia possa risalire a lui anche per il caso di Bernard Crowe. È al limite, secondo alcuni membri ha un esaurimento nervoso, e torna a fare il criminale.
Gli omicidi di Sharon Tate e dei coniugi LaBlanca
Nell’agosto del 1969 cinque persone, tra cui l’attrice Sharon Tate incinta di otto mesi, vengono trovate morte nella casa che condivide con il marito, il regista Roman Polanski.
Due giorni dopo l’arresto di Beausoleil, quattro membri della «famiglia» – Tex Watson, Susan Atkins, Leslie Van Houten e Patricia Krenwinkel – erano stati mandati al 10050 Cielo Drive con il compito di «uccidere chiunque» fosse in casa. A uccidere Tate ci aveva pensato Atkins, infliggendole sedici coltellate. Con il sangue di Tate scrive «maiali» sul muro.
La notte seguente alla spedizione partecipa anche Manson. Dopo quattro ore in auto alla ricerca di qualcuno da uccidere, finiscono a casa dei coniugi LaBlanca. Manson entra, li lega al centro della stanza, poi risale in auto e va via, lasciando Watson, Van Houten e Krenwinkel a finire il lavoro. Una volta uccisi scrivono sui muri «morte ai maiali», «Helter Skelter» e «sorgi», tutte parole tratte dai brani dei Beatles.
Secondo il suo racconto, Manson era solo entrato in casa per cercare qualcosa da bere, pensando non ci fosse nessuno; quando però aveva trovato i coniugi si era scusato ed era uscito. Era stato Watson a voler restare, a decidere «di fare quello che ha fatto – racconta a Jones -. Io non c’entro nulla con quella storia. Non uccido le persone nei loro letti». A questo però si aggiunge un’altra dichiarazione registrata durante le telefonate: «Non ho pugnalato nessuno, ma forse ho fornito il coltello».
L’arresto di Susan Atkins, «usata» per arrivare a Manson
Per mesi la polizia non fece nulla, nonostante i due casi fossero palesemente collegati tra di loro e nonostante i membri della famiglia avessero lasciato delle prove sparse. Solo due mesi dopo, a ottobre, verrà fatta una retata al ranch con le accuse di possesso d’armi e auto rubate. Snake racconta: «Mi sentivo combattuta, perché sapevo degli omicidi commessi ed era difficile tacere».
Solo Susan Atkins, prelevata con il gruppo, verrà arrestata dopo quattro giorni e portata nel carcere femminile di Los Angeles con l’accusa di aver partecipato all’omicidio di Sharon Tate. A una compagna di cella racconta cosa ha fatto per Manson e così arrivano gli arresti anche per gli altri membri del gruppo. «Era una spia, ci ha sbattuti lei in prigione» racconta Charles a Jones.
L’influenza di Manson sulle ragazze
Il 15 luglio 1970 inizia il processo, durato nove mesi. In questo periodo è chiaro il potere che Manson esercitava sulle sue ragazze. Tutto ciò che lui fa, dentro e fuori dall’aula, viene emulato dalle tre imputate; perfino la croce incisa sulla fronte con una lametta con cui si era presentato a un’udienza.

Il 25 gennaio 1971 la giuria condannò Manson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Leslie Van Houten per gli omicidi di primo grado di Sharon Tate, dei suoi amici e dei coniugi LaBlanca. Vennero condannati tutti alla pena di morte, e salvati dalla sua abolizione avvenuta l’anno seguente, commutando la pena a un ergastolo con possibilità di libertà vigilata dopo sette anni.
Nell’agosto di quell’anno venne processato anche Tex Watson che, temendo la pena di morte, dichiarò che era stato Manson ad aver commissionato gli omicidi. Anche lui venne condannato all’ergastolo.
Per una decina di anni Manson si presentò alle udienze per chiedere la libertà sulla parola, ma dopo un po’ si abituò all’idea di restare in prigione. Sarebbe morto il 19 novembre 2017 a 83 anni, settanta dei quali passati in carcere, senza mai pentirsi di quanto commesso.
4 gennaio 2026
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