di
Mario Platero

L’autore che ha svelato i dietro le quinte della prima Amministrazione Trump: «Li conosco, regna l’improvvisazione»

Michael Wolff è uno dei più noti autori americani. Ha conosciuto da vicino Donald Trump, forse più da vicino di qualunque altro giornalista. Sulla prima presidenza ha scritto vari libri; il primo «Fire and Fury» è stato un best seller mondiale: rivelava per la prima volta in presa diretta, dall’interno della Casa Bianca, abitudini, limiti e problemi per Donald Trump alla guida del Paese. Oggi commenta tra volte alla settimana con Joanna Coles, direttore del Daily Beast, eventi legati a Trump e al trumpismo. Scrive anche su Substack con following complessivi che superano il milione di persone.

Ci dia un quadro d’insieme di quel che è successo e quel che può succedere ora in Venezula.
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Si è trattato di un petro-coup, mi sembra chiaro. Trump ha solo parlato di petrolio e della possibilità che senza Maduro tutti potranno arricchirsi, un suo chiodo fisso. Detto questo ci sono tre livelli di analisi in quel che è successo, il primo è militare, il secondo è di politica estera, vista la posta in gioco, il terzo è di politica interna e non credo che i suoi Maga siano contenti».



















































Cominciamo da quello militare.
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Un successo, senza dubbio. Gli elicotteri arrivano nella notte e con un blitz segreto e spettacolare arrestano Maduro, ci sono tutti gli ingredienti per un kolossal hollywoodiano. Ma c’era qualcuno pronto a pensare che i militari venezuelani fossero più forti di quelli americani? Se poi parliamo di politica e di impatto sulla geopolitica e sulla politica interna il successo militare è effimero, riguarda le cose di ieri. Offre un ciclo mediatico breve. Quel che importa è il domani e su questo sono molto preoccupato. Attaccare Maduro come abbiamo visto è stato abbastanza facile, gestire un cambiamento di regime è più difficile».

Trump ha affermato che l’America guiderà il Paese verso libertà e benessere.
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Trump ha detto “quelli dietro di me”. Ma erano con lui a Mar-o-Lago, non a Caracas. Lei ha forse ascoltato un piano coerente, in conferenza stampa? Li conosco bene, regna l’improvvisazione. Ha visto le facce dei suoi ministri quando ha detto, “governiamo noi”? È stato un momento chiave, tipico di Donald Trump. Credo che nessuno se lo aspettasse. Intanto, per quel che ne sappiamo in Venezuela c’è ancora un governo funzionante con un nuovo presidente che chiede l’intervento dell’ONU e la liberazione di Maduro».

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Al di là dell’operazione militare, Trump ha però dato un contesto, ha chiarito che questa operazione serve a contenere Cina e Russia in Sudamerica, ha citato la dottrina Monroe. Mi sembra affrettato dire che non ci sia un piano.
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Eppure è così. Se ne faccia una ragione. Ha visto persone per strada in Venezuela a festeggiare un cambiamento di regime? Io no. Anche quella è preparazione. Le uniche persone che abbiamo visto per strada erano in Florida. Sono preoccupato per il dopo. Per le vite degli americani in Venezuela, per quelle dei soldati americani. E sui cambiamenti di regime o Nation Building non abbiamo certo un record rassicurante. Guardi cosa è successo in Afghanistan o in Iraq o in Libia e in teoria in quei casi c’erano governi con persone competenti. Nation building? Con Trump? Vedremo».

Riconosce che c’è uno sforzo economico per rilanciare la produzione del petrolio?
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Lei crede che la Casa Bianca abbia già parlato con i grandi del petrolio? A parte la Chevron, che ha degli interessi diretti, gli altri cosa faranno? Hanno già presentato un piano? Se lo avessero lo avremmo già visto. Andare a ricostruire infrastrutture in un Paese che rischia di perdersi in guerre fra bande, che è minacciato da movimenti estremisti interni, da narco trafficanti e da gruppi estremisti armati in arrivo dalla Colombia, non sarà una passeggiata. Aggiungo: Brasile, Colombia, Messico hanno condannato l’operazione. Parliamo del territorio: il Venezuela è due volte l’Iraq, dove 200.000 soldati americani non sono riusciti a rimettere in carreggiata una nazione che avevano occupato, con un comando militare. Mi auguro che tutto vada per il meglio, ma sulla carta i rischi che le cose non funzionino sono elevati. Senza contare il messaggio che si dà a Cina e Russia: se l’America può intervenire per prelevare un capo di Stato incriminato in America si crea un precedente. Ripeto: sul piano internazionale mi preoccupa il dopo».

E sul piano interno?
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Il presidente ha sicuramente fatto un calcolo interno: le cose non vanno benissimo per lui sul piano economico e nei sondaggi. Un successo militare può aiutare, ma fino a un certo punto. Dovremo vedere come staranno le cose a novembre per le elezioni di metà mandato. Quel che dico è che la realtà delle cose sul campo è spesso diversa da auspici superficiali. E anche se le cose dovessero funzionare in Venezuela, alla fine la gente ragiona su quel che succede a casa: staranno meglio o peggio sul piano economico? E non credo che la sperequazione alla radice del malcontento cambierà da qui a novembre. Credo che Trump perderà comunque la maggioranza alla Camera nonostante l’arresto di Maduro».

Convincerà il movimento MAGA che l’operazione militare era necessaria per la sicurezza americana?
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Intanto dobbiamo definire il MAGA, un movimento in difficoltà e diviso in fazioni. Semmai se c’è una cosa che unisce la base politica di Trump è la contrarietà a operazioni militari all’estero. E poi, guardi ai commenti di Candace Owens, un attivista della destra: afferma che dietro l’operazione Maduro c’e’ il sionismo!»

Cosa l’ha colpita della conferenza stampa?
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Pete Hegseth è stato riabilitato da Trump. Resterà al suo posto. Dalla foto di gruppo mancava JD Vance. Dalle dichiarazioni di Trump abbiamo capito che non appoggia Corina Machado, Trump ha detto che non gode della fiducia della popolazione. Una sorpresa. In quel gruppo Marco Rubio era il solo con una credibilità professionale. Ha parlato a braccio. Conosce la materia. È due passi avanti agli altri, con una visione al di fuori di quel che vede Trump».

Possibile che il voto latino americano che si era disaffezionato per le politiche sull’immigrazione torni a votare Trump nei sondaggi?
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Il voto latino americano è molto frastagliato. Ma alla fine non saranno diversi dall’americano medio: se si sentono poveri non saranno contenti. L’operazione Maduro serve di sicuro a distrarre dalla vicenda Epstein che preoccupa molto Trump. Una cosa mi colpisce in questa dinamica: i due erano intimi amici per 15 anni. La pensavano allo stesso modo, questo glielo dico con sicurezza. Poi uno finisce infamato suicida in carcere; l’altro diventa presidente degli Stati Uniti. Un gap sconcertante, i misteri della vita…»

4 gennaio 2026 ( modifica il 4 gennaio 2026 | 18:36)