I vecchi spartineve usati un tempo nel cremonese

In passato – in taluni posti fino agli anni ’60 del Novecento – le strade venivano liberate dalla neve con mezzi a trazione animale. Il veicolo usato con funzione di spartineve o spazzaneve era denominato, in dialetto, “caladùur” ( pure nome dell’operatore) , “caladùura” o “càla” a seconda dei luoghi. E l’atto compiuto dallo stesso si diceva “calàada” o “róta”. Ogni anno i comuni del cremonese dovevano provvedere per tempo ad un programma di intervento stabilendo il passaggio dello spartineve in determinate vie o piazze. Il lavoro veniva assegnato al “caladùur” che faceva il prezzo più basso o a persone di cui si era già sperimentata l’accuratezza nel lavoro.

A Bonemerse, nel 1926, la “Rotta delle nevi” venne eseguita da due incaricati diversi che si aggiudicarono l’appalto. La “rotta n. 1” venne affidata alla ditta dell’ingegner Giuseppe Pagliari incaricata di tenere pulite dalla neve le vie conducenti alle cascine Carettolo, Capitolo e Mulino Nuovo; la “rotta n. 2” fu assegnata a Francesco Piva ed interessava le vie per Farisengo, Argine, Gambara, il tronco di Conziolo e dal centro del paese al confine di Bagnara. Alle operazioni di spartineve in quest’ultima località si riferisce una bella fotografia del 1938 scattata da Amulio Lampugnani (1920- 2005) di Bonemerse. Buoi e cavalli trainavano lo spartineve, un mezzo triangolare in legno, spesso di fattura artigianale che serviva per spingere ai lati della strada la neve man mano che il mezzo procedeva. Le due assi, tenute in verticale, misuravano da trenta a sessanta – settanta centimetri di altezza ed erano solitamente in legno di rovere o di altro tipo resistente all’acqua. Venivano inchiodate l’una all’altra secondo un’angolazione variabile solitamente tra i sessanta ed i novanta gradi e trattenute, internamente, da più traversine o assi fissate alle due sponde e collegate tra loro da un’altra asse di rinforzo posta perpendicolarmente alle stesse. Nella parte anteriore dello spartineve, appoggiata ai due lati del mezzo triangolare, si metteva una balla di paglia a forma di parallelepipedo che serviva da sedile per il guidatore. In genere sull’ultima asse, nella parte più svasata del triangolo, venivano appoggiati pezzi di granito o pietre pesanti per fare aderire meglio lo spartineve al terreno.

Il guidatore, quasi sempre un bifolco con buoi oppure un cavallante in proprio o alle dipendenze di qualcuno, era provvisto dell’immancabile cappello e del tabarro. Spesso camminava ai lati del mezzo per sgranchirsi le gambe e per facilitare la circolazione sanguigna. Ogni tanto, lungo le vie dei centri abitati, si fermava per spargere alcune badilate di ghiaia collocata a mucchi in punti prestabiliti per riempire eventuali buche o in funzione antiscivolo.

A quel tempo, nella campagna cremonese, si usavano pure le slitte da neve al posto dei carri. Presso la maggior parte della popolazione detta slitta veniva chiamata “ninsòt” o “linsòt”. I ragazzi, sulla scia dello spartineve o della slitta, giocavano facendo abili scivolate, le cosiddette “liscàade”.

Le fotografie della neve di Ernesto Fazioli e l’ultima è lo spazzaneve di Bonemerse (foto Lampugnani)