di
Greta Privitera
Sale il bollettino dei morti e delle violenze mentre le autorità cercano di mostrarsi comprensive con le richieste e le frustrazioni dei commercianti
Gli iraniani e le iraniane conoscono a memoria le strategie della Repubblica islamica per dirottare la realtà. Non si stupiscono quando Ahmad Reza Radan, il comandante delle forze di polizia, racconta alla televisione di Stato che «nelle ultime due notti sono iniziati gli arresti mirati di leader che incitavano il popolo». Secondo Radan questi aizzatori di masse avrebbero confessato di aver ricevuto «dollari» per creare scompiglio. «Le dichiarazioni sotto torchio sono un classico», scrive Samira, da Shiraz.
Come sempre, la narrazione è orchestrata dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che nei giorni precedenti si è fatto sentire via post su X, social proibito ai suoi cittadini. Il canovaccio: comprendiamo la frustrazione dei commercianti; faremo il possibile per risolvere i problemi economici che affliggono il Paese; non provate a politicizzare le manifestazioni già infiltrate da agenti esterni (israeliani e americani). E poi: minacce al nemico che minaccia (Donald Trump).
All’ottavo giorno di proteste partite dai «bazaari» di Teheran, contro l’inflazione e il carovita alle stelle, arriva un altro bollettino di sangue: sarebbero sedici le persone uccise, tra cui un membro delle forze di sicurezza. Qualcuno dice diciotto. Decine i feriti, molti colpiti al volto.
Sui media iraniani, sui profili social di attivisti ed esperti, si elencano nomi di città, villaggi, quartieri, vie, incroci, ponti. Mappe dettagliate per monitorare una rivolta che non ha ancora le dimensioni di quella precedente – quella del 2022, nata nel nome di Masha Jina Amini – ma che si è già estesa a 170 località, tra cui villaggi che finora erano rimasti estranei alle proteste. Si segnalano scontri nel centro di Teheran con le forze di sicurezza dispiegate intorno al Gran Bazar, al centro commerciale Alaeddin e a quello di Charsou. Scontri a Marvdasht, nella provincia di Fars. Cariche e attacchi con lacrimogeni. Cassonetti a fuoco, barricate, ronde intorno alle università. Internet che singhiozza. Arriva la storia di Saghar Etemadi, 22 anni. Le guardie le sparano agli occhi e secondo alcuni attivisti muore in ospedale. Qualche ora prima aveva scritto su Instagram: «Ho paura che uccideranno molti altri di noi, e comunque niente cambierà».
La coraggiosa marcia degli iraniani si muove mentre in sottofondo Trump cattura il dittatore venezuelano Nicolás Maduro. Fuori e dentro il Paese ci si chiede se il presidente americano voglia mettere le mani anche sui signori della Repubblica islamica, visto le minacce postate poche ore prima di fare atterrare a Caracas gli elicotteri della Delta Force. Come nella Guerra dei 12 giorni con Israele, c’è chi fa il tifo perché succeda, c’è chi invece crede che solo una rivoluzione interna possa smantellare la dittatura.
Gli esperti, però, gelano gli entusiasmi: l’Iran non fa parte del «giardino di casa» degli Stati Uniti, è un Paese lontano e con una struttura di potere ben diversa da quella venezuelana. Un raid americano non garantirebbe la fine della teocrazia costruita su strutture molto radicate e tentacolari, come le Guardie della Rivoluzione (i pasdaran). E, pronto all’appello, potrebbe esserci un ayatollah di ricambio disposto ad aumentare la repressione.
Col riempirsi delle strade e delle piazze, le gerarchie del regime provano a spegnere la rivolta a colpi di promesse: più soldi stampati, indennizzi per i prezzi alle stelle, un paio di ministri sulla graticola. Il falco Mohammad Ghalibaf, leader del Parlamento, addossa il disastro economico alle «mollezze» del presidente cosiddetto riformista Masoud Pezeshkian che ribatte scaricando sugli oltranzisti il gelo sul nucleare con gli Stati Uniti, causa principale dell’aggravamento delle sanzioni.
Il principe in esilio Reza Pahlavi elogia i manifestanti. E Netanyahu si sente vicino al popolo iraniano che sembra «stia riprendendo in mano il proprio destino». Mentre lo dice, a Teheran srotolano su un palazzo un manifesto gigantesco con stampata l’immagine di decine di bare ricoperte da bandiere israeliane e americane. Sopra, una scritta: «Attenti ai vostri soldati».
4 gennaio 2026 ( modifica il 4 gennaio 2026 | 22:10)
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