Dopo la nota a caldo di poche righe arrivata sabato da Palazzo Chigi sulla cattura del presidente venezuelano Maduro, in cui definisce «legittima» la scelta americana, ieri c’è stato un altro passo del governo italiano. Tra le proteste dell’opposizione che si levano per non aver preso le distanze dall’azione di Trump, Giorgia Meloni a sera ha fatto sapere di aver avuto una «conversazione telefonica» con María Corina Machado (che ha sentito anche altri leader, tra i quali Macron), la premio Nobel per la pace che aveva sfidato Maduro alle elezioni perse dall’opposizione tra i brogli denunciati dalla comunità internazionale.
Nella telefonata si è parlato delle «prospettive di una transizione pacifica e democratica», spiega una nota, condividendo l’idea che «l’uscita di scena di Maduro apra una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela, che potrà godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto».
È chiaro che l’Italia, che ha rapporti strettissimi con Caracas anche per i tanti cittadini con doppia cittadinanza, nonché il caso aperto dei detenuti politici come Trentini, è estremamente attenta alla situazione. E, avendo Meloni buoni rapporti con Trump, potrebbe essere un interlocutore per eventuali mediazioni, con un ruolo privilegiato. Lo spazio, insomma, ci sarebbe.
Per ora, raccontano, Meloni e Machado — amiche da tempo, in ottimi rapporti personali — hanno parlato più della situazione nel Paese in queste ore che di futuro lontano. La premier ha voluto capire cosa sta succedendo, come ha reagito il popolo. Machado ha voluto sensibilizzare ancora una volta su un Paese, il suo, «allo stremo»: miseria, servizi sociali quasi inesistenti, criminalità, paura. E, ha insistito, al momento non c’è in atto un cambio di regime ma solo l’arresto di Maduro, quindi c’è immensa preoccupazione per quello che potrà accadere.
Chiaramente la premier ha espresso la sua vicinanza, segue l’evolversi della situazione, ma quale possa essere il ruolo italiano è presto per dirlo. In attesa che il ministro Tajani riferisca alle Camere, il Pd attacca: «Legittimare Trump è gravissimo, non si ristabilisce il diritto internazionale con le bombe», dice Peppe Provenzano. Il 5S Giuseppe Conte definisce Meloni «subalterna a Trump» e si chiede «cosa farà quando punterà alla Groenlandia?». Proteste anche da Avs, Iv e Azione.
Dai piani alti di Palazzo Chigi spiegano però come è nata la nota di sabato. Il caso del Venezuela «va visto nella sua particolarità». Si è trattato della risposta di un Paese «aggredito», gli Usa, con atti di «guerra ibrida», come il narcotraffico, avvenuti «attraverso la sovranità statuale». «Noi — spiegano — non pensiamo che si possa rimuovere il leader di una nazione con un’azione esterna», il punto «non è questo»: non è cacciare il cattivo di turno, perché nessun Paese può arrogarsi tale diritto, ma potersi difendere dalle nuove «guerre ibride», dicono da Chigi, a partire dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, di cui trapelano poche parole.
La «dottrina Meloni» è che uno Stato deve avere il diritto di difendersi se attaccato con guerre ibride che possono essere il narcotraffico ma anche l’immigrazione di massa finalizzata a destabilizzare il Paese verso il quale si spingono i migranti a sbarcare: infatti «siamo sempre stati favorevoli ai blocchi navali».
La Lega sembra più cauta, Bergamini per FI plaude alla «destituzione di Maduro», Lupi auspica il ritorno della democrazia. E per FdI è «legittimo» che un Paese si difenda. Il Venezuela poi, ricordano, anche secondo Obama era «un pericolo per la sicurezza nazionale americana». E «in Europa — fanno notare da Chigi — non ci sono reazioni molto diverse dalle nostre...».
4 gennaio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA