C’è un’immagine che racconta meglio di ogni slogan il senso del ritorno di Land Rover alle competizioni. Un Defender coperto di polvere, simile a quelli che si potrebbero incontrare su una strada sterrata fuori città o nei percorsi di montagna, che avanza tra le dune dell’Arabia Saudita, con quello spirito di libertà che accomuna la Dakar alla possibilità di creare strade anche dove non esistono. 

In quella continuità tra il senso di avventura e l’orizzonte estremo del deserto saudita si ritrova non solo l’essenza del marchio Defender, ma anche ciò che ha spinto Land Rover a prendere parte non solo alla Dakar, ma anche all’intero campionato Rally Raid. Un nuovo capitolo che, però, richiama il passato, fino alle origini della stessa Dakar, a quando i piloti privati affrontavano il Raid per eccellenza a bordo di vetture modificate del marchio inglese.

Dalla prima edizione del 1978 sono trascorsi quasi cinquant’anni, eppure il filo che unisce i pionieri della competizione alla scelta di Land Rover di schierarsi con una squadra ufficiale è molto più sottile di quanto sembri. Proprio come allora, la casa inglese scenderà in gara con una vettura che richiama da vicino i modelli di serie, nella rinnovata categoria Stock.

Defender D7X-R

Defender D7X-R

Foto di: Gianluca D’Alessandro

Questa è forse la forma più pura e autentica della Dakar, quella che ne richiama il leggendario passato. Il Defender D7X‑R affonda infatti le sue radici nel Defender Octa, il modello di punta della gamma di serie: le modifiche introdotte, soprattutto alle sospensioni e al sistema di raffreddamento, sono mirate ad affrontare le condizioni estreme della gara, ma il cuore delle due vetture resta lo stesso, dal motore alla scocca.

Le modifiche apportate al regolamento della categoria Stock, con macchine ora più veloci e vicine alle prestazioni dei prototipi, hanno rappresentato l’occasione perfetta per impegnarsi ufficialmente con un progetto che avvicina due mondi. È questo il punto chiave: il legame diretto tra ciò che corre e ciò che si vende. Un messaggio di robustezza, ingegneria e autenticità che Land Rover considera centrale.

“Dal punto di vista del brand, voglio che la gente sappia che l’auto che comprano dal concessionario ha la stessa ingegneria, lo stesso progetto e la stessa robustezza di un’auto che può correre due settimane alla Dakar. Questo collegamento è davvero importante”, racconta in un’intervista a Motorsport.com Mark Cameron, Managing Director Defender e colui che ha contribuito per dare vita a questo progetto.

Defender D7X-R

Defender D7X-R

Foto di: Gianluca D’Alessandro

“L’aspetto interessante è il tempismo. Durante le conversazioni fatte con ASO e FIA abbiamo chiesto se collaborando ci fosse un modo per rendere la categoria Stock, ormai inalterata da anni, più veloce e più emozionante, qualcosa che rendesse le macchine più interessanti a un pubblico più ampio. Perché non farlo insieme allora? A quel punto abbiamo deciso di fare il nostro ingresso con un team ufficiale”.

“Se inizi a far correre auto di produzione veloci, riconoscibili dal pubblico e acquistabili, ampli l’appeal della Dakar. Credo che questo cambio regolamentare alla fine sia stato un vantaggio per tutti. Per noi era fondamentale non avere un’auto lenta che arriva al traguardo un giorno e mezzo dopo gli altri, bensì un’auto veloce che avesse però anche un legame diretto con quelle di serie”.

Fino allo scorso anno la categoria Stock imponeva infatti forti limitazioni sugli interventi concessi ai costruttori, ma proprio la spinta di un possibile ingresso di Land Rover ha portato gli organizzatori della competizione ad anticipare delle modifiche regolamentari, garantendo maggiore libertà sullo sviluppo, in particolare per quanto riguarda il sistema sospensivo. Un tema chiave quando si vola sulle dune e sui tratti rocciosi a 170 km/h.

Defender D7X-R

Defender D7X-R

Foto di: Gianluca D’Alessandro

Interventi regolamentari che hanno permesso da questa stagione di avere macchine sensibilmente più rapide rispetto al passato, sempre più vicine ai prototipi pur mantenendo lo stesso motore, la stessa trasmissione e la medesima scocca dei modelli acquistabili in concessionaria. Il motto di Defender, “Built to last”, ossia “Costruita per resistere”, sintetizza alla perfezione questo legame diretto tra la competizione più dura del pianeta e la filosofia del marchio. E la Dakar, con le sue condizioni estreme, è il palcoscenico ideale per dimostrarlo.

“I Defender sono pensati per durare, per essere robusti, resistenti, capaci di affrontare tutto. Anche in ottica di sostenibilità, produrre un’auto che può durare 20 o 30 anni, è significativo. I Defender sono nati per durare, ma per farlo valere oltre il marketing, a un certo punto devi dimostrarlo. E andare alla Dakar, dove corriamo contro altri marchi, è il test definitivo per mostrare cosa le nostre auto possono fare”.

Correre con una vettura Stock può sembrare semplice, ma in realtà dietro la nascita di questo progetto c’è un lavoro enorme, sviluppato in meno di dodici mesi mentre le nuove regole erano ancora in fase di definizione. Ed è proprio questo uno degli aspetti di cui i responsabili del programma vanno più fieri: in meno di un anno ciò che era soltanto un’idea nella mente di alcuni ingegneri è diventato una realtà che oggi corre sulle dune dell’Arabia Saudita.

Defender D7X-R, ecco il serbatoio da 550 litri posizionato in mezzo alla vettura per questioni di bilanciamento

Defender D7X-R, ecco il serbatoio da 550 litri posizionato in mezzo alla vettura per questioni di bilanciamento

Foto di: Gianluca D’Alessandro

“I promotori non avevano ancora definito completamente il nuovo regolamento tecnico nei primi mesi in cui stavamo sviluppando la vettura. Avevamo avuto già delle conversazioni preliminari con l’ASO, ma il fatto che il regolamento sia progressivamente cambiato nei mesi successivi ci ha portato a compiere delle modifiche in tempi stretti”, aggiunge Cameron, che ha voluto lodare il lavoro dei suoi ingegneri.

Se su motore e trasmissione si è intervenuti esclusivamente a livello software, con l’hardware rimasto invariato come imposto dal regolamento, grande attenzione è stata invece dedicata alle sospensioni con ragioni ben precise: “Quando viaggi a 170 km/h, se colpisci una roccia la robustezza del sistema sospensivo è cruciale. Abbiamo lavorato per rinforzarlo, aumentandone anche l’escursione”.

Quando si interviene in maniera così profonda, diventa fondamentale trovare la giusta alchimia, che nel motorsport significa individuare il setup perfetto. Ed è qui che entrano in gioco i piloti, tra cui chi di questa competizione ha scritto pagine di storia: sua altezza “Monsieur Dakar”, Stephane Peterhansel, che ha scelto di prendere parte a questa avventura non solo per l’impegno dimostrato dai vertici del marchio, ma anche per quel richiamo alle origini di una gara leggendaria.

Defender D7X-R

Defender D7X-R

Foto di: Gianluca D’Alessandro

Un progetto che lo ha convinto a tornare nel deserto dopo un anno di pausa e che oggi rappresenta un asset fondamentale per Defender. Avere un pilota non solo di così grande esperienza, ma anche così vincente, con 14 successi in carriera, è un vantaggio unico. Peterhansel non ha portato soltanto talento, ma anche memoria storica, una sensibilità tecnica preziosa per orientare lo sviluppo e una profonda cultura della Dakar.

“Se si guarda la storia di Stephane, ha vinto tutto. Non ha nulla da dimostrare, ma credo che abbia scelto di unirsi a noi anche grazie al cambio regolamentare, voleva tornare alle origini della Dakar, ma anche guidare qualcosa di veloce. Dal primo giorno è rimasto sorpreso positivamente di come siamo riusciti a prendere un’auto di serie e trasformarla in una vettura in grado di affrontare la Dakar”.

“La sua esperienza nel comprendere la vettura, come la taratura dello sterzo, la gestione del bilanciamento durante la tappa, il feeling generale, la dinamica, soprattutto il comportamento in condizioni diverse, è qualcosa di inestimabile. Le tante Dakar che ha completato sono un valore enorme per definire tutti questi aspetti”. Un percorso lungo un anno che ora approda nel suo terreno ideale. Ma questa, in fondo, è solo la prima parte di una storia che ha ancora molto da raccontare…

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